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Paolo Capodacqua

Ferite&Feritoie

Capita di tanto in tanto che, dalle nebbie dell’elettropop e dallo sciame inesauribile del rap e i suoi derivati, emerga un disco di musica d’autore, arrivato a noi dritto dritto dai fermenti musicali e sociali degli anni Settanta. Canzoni e un disco senza trucchi e senza inganni (per dirla alla Kuzminac/Ron/Graziani) e, quando capita, recensirlo è un piacere in più. È il caso di Ferite&Feritoie, l’ultimo lavoro, in musica e testi, di Paolo Capodacqua, virtuoso chitarrista e chansonnier oltre che traduttore e interprete della miglior canzone d’autore francese. Paolo è l’artista che ha curato gli arrangiamenti, suonato la chitarra e condiviso, sui palchi ed in studio di registrazione, gran parte dell’esperienza musicale (e di vita) del compianto maestro Claudio Lolli, suo inseparabile amico. Una figura paragonabile a Flaco Biondini per Francesco Guccini e a Massimo Germini per Roberto Vecchioni, anche in questo caso raffinati chitarristi, e molto altro.

Il nome dell’album, e ciò che esso sottintende, al di là dell’allitterazione, ce lo spiega direttamente l’artista, in una sua recente intervista televisiva a Fausto Pellegrini per RaiNews (qui una foto tratta da quell’incontro). È il tentativo di ribaltare il limite ottico del concetto di feritoia, assumendo non il punto di vista di chi vi osserva attraverso, ma quello degli osservati, di coloro che stanno dall’altra parte, immaginando le loro esperienze più intime, le loro ferite, nell’intrico delle feritoie della storia. Attraverso quest’espediente artistico, ci viene proposta una galleria di personaggi noti ed immaginari, che vanno dalla maestrina che parla con Ernesto Che Guevara nelle sue ultime ore di vita, a Giovanni Falcone, ai migranti, ad una coppia di amanti e ad una bambina ebrea nell’orrore di un lager che potrebbe essere, a detta dell’artista, Liliana Segre. Una narrazione di affanni, sospiri, di attimi captati fra l’invisibile del quotidiano e le curve della storia, ad opera di un ‘reduce’ della stagione politica ed esistenziale del ‘77, anni incendiari e struggenti durante i quali cronaca, amore, letteratura, militanza, musica e parole, forgiavano esperienze artistiche e sociali di prim’ordine. Capodacqua come un ‘reduce’ che non ha ceduto alle sirene del disimpegno, o alla liquefazione dell’assenza, percorrendo al contrario i decenni che seguitano con grande coerenza artistica, musicale e compositiva. Forse stando ai margini della grande ribalta, ma sempre dentro una concezione musicale che rappresenta appieno quella che molti vogliono ‘scomparsa’, fuori moda, ma che noi chiamiamo semplicemente - e ancora con forza - Canzone d’Autore.

Conseguenza di questo percorso è la piacevolezza nell’ascoltare un disco raffinato, dove voce, chitarra, pianoforte, contrabbasso, sax e percussioni, creano un’atmosfera coinvolgente senza troppe diavolerie sintetiche ed elettronica computerizzata. Un disco suonato e plasmato da abilissimi artigiani, che distilla note e parole provenienti da echi lontani, e tuttavia non polveroso o inattuale. Consapevoli di non essere travisati, diciamo che si respira il senso buono dell’antico, del meditato, dei brani fatti con senso e misura, dove sono chiaramente percepibili le influenze francesi care anche a Paolo Conte, a De André, Lolli e Guccini. Saremo anche vintage, ma ci piace dire che “Ferite&Feritoie” è un album da ascoltare in poltrona, con un buon cognac scaldato nella mano e, se possibile, l’impianto stereo dei tempi andati (ammesso che, con i tempi, non sia andato pure lui…) e allora coglieremo appieno la magia di un disco che suona più moderno di molti altri sbandierati come tali.

L’album è denso di collaborazioni artistiche, in coerenza con il progetto, da Juan Carlos ‘Flaco’ Biondini (qui insieme nella foto e chitarra nella bonus track L’albero ed  io, di Francesco Guccini) a Nicola Alesini (sax nel brano Canto dell’aviatore, altro musicista che ha collaborato a lungo con Lolli) a Kay Mc Carthy (voce e arpa in Rosafiore) a Michele Gazich (viola e violino in L’uomo senza nome, I nidi degli uccelli, L’albero ed io), a Giacomo Lelli (flauto in Palermo), a Roberto Soldati (chitarra elettrica in Per questo mi chiamo Giovanni) a Pippo Pollina (voce in Per questo mi chiamo Giovanni) alle voci fuori campo di Naira Gonzalez, Roberto Piumini e Jenny Làrentsìnusdòttir. Vale la pena sottolineare anche l’ottimo lavoro fatto sugli arrangiamenti, che sono di Giuseppe Morgante e dello stesso Capodacqua.

Cosa ci è piaciuto di più delle undici tracce del disco? Difficile ‘escludere’ o ‘evidenziare’ quando si è in presenza di brani che sono parte di un lavoro che va inteso come un progetto coeso, dove ogni storia ha una vita propria ma che nello stesso tempo diventa tassello portante per tutte le altre. Possiamo invece aggiungere che la voce di Paolo Capodacqua ha un timbro personale e gradevole, con le parole scandite in modo preciso, che ti raggiungono ‘alla maniera’ di De André, parole e frasi che scorrono in armonia con l’orchestrazione sonora, senza reciproche prevaricazioni. Testi gravidi di riferimenti letterari, ma che non pesano, non debordano, non si prendono tutta la scena, ogni cosa è al proprio posto. Dicevamo prima di non voler segnalare nessun brano rispetto ad un altro, ma qualche riflessione vogliamo condividerla.

I molti ascolti evidenziano, per esempio, L’uomo senza nome, racconto di un eterno viaggio di spaesamento e migrazione esistenziale (sono quello arrivato/ nessuno sa come/ sono quello a cui tu/ non hai mai chiesto il nome), Per questo mi chiamo Giovanni, che percorre la storia di Giovanni Falcone riletta da un padre e un figlio, mano nella mano per le vie di Palermo, ed ispirata dall’omonimo libro di Giovanni Garlando (per questo io sono Giovanni/che cammina nel mondo senza alcuna paura/per guardare negli occhi il peccato mortale/ l’ignavia o l’abiura) oltre a Gli occhi neri di Julia Cortez, brano di considerevole bellezza, scritto e composto dopo aver letto un reportage di Angelo Ferracuti da La Higuera, in Bolivia, dove nel 1968 fu ucciso in guerriglia e diventò mito Ernesto Che Guevara. Ma due righe vogliamo spenderle anche per I nidi degli uccelli, una struggente canzone in memoria della shoah, dove è impossibile restare indifferenti di fronte a un verso come “e per voi che restaste a guardare/ ignorandoci senza riguardo/ e per voi che ora osate negare/ vi si appunti nel petto il mio sguardo”, punteggiato dalle struggenti note di un piano e dal pianto antico del violino di Michele Gazich. Passa anche un simpatico swing, Il ladro, acuto e riuscito divertissement, mentre Il Canto dell’aviatore e Rosafiore sono brani liberamente ispirati al Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupèry. Chiude il disco un’intensa reinterpretazione del brano di Guccini L’albero ed io, accarezzato dalle influenze andine della chitarra di Flaco Biondini e dal violino di Gazich, illuminante esempio di cover fatte secondo criterio e consapevolezza artistica.Quest’album ci ha emozionato, un album che merita spazio adeguato (almeno) nelle rassegne dedicate alla canzone d’autore (e chi vuol intendere intenda). Da lassù, Claudio, a cui il disco è dedicato, certamente sorride.

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Arrangiamenti di Giuseppe Morgante e Paolo Capodacqua, Produzione Rambaldo degli Azzoni Avogadro
  • Anno: 2019
  • Durata: 44:03
  • Etichetta: Storie di note. fr Editions et Productions Musicales

Elenco delle tracce

01. Gli amanti segreti

02. Gli occhi neri di Julia Cortez

03. Il mare di Milano

04. L’uomo senza nome

05. Il ladro

06. Palermo

07. Per questo mi chiamo Giovanni

08. I nidi degli uccelli

09. Canto dell’aviatore

10. Rosafiore

11. L’albero ed io (bonus track)

Brani migliori

  1. Gli occhi neri di Julia Cortez
  2. L’uomo senza nome
  3. Per questo mi chiamo Giovanni

Musicisti

Paolo Capodacqua (voce e chitarre)  -  Giuseppe Morgante (piano, sax, programmazioni, ciaramella, flauto dolce)  -  Nunzio Cleofe (fisarmonica)  -  Carlo Morgante (percussioni)  -  Emilio Morgante (contrabbasso)  -  Maurizio Pagnottaro (batteria)