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Radiodervish

Human

Musica avvolgente, speziata di Sud, contaminazione sonora e umana, incroci cangianti di sapori musicali. Questo, e altro ancora, sono i Radiodervish, che tornano alla ribalta con un nuovo album, Human, il cui titolo e non da un ultimo la copertina, sono tutto un programma. Un disco che trasuda di aromi e di freschezza, mantenendo in ogni traccia un profilo alto, cosa non facile per un gruppo giunto ormai al decimo disco, quando cioè la stanchezza potrebbe cominciare a farsi sentire.

Ma la forza dei Radiodervish, band fondata a Bari nel 1997 da Nabil Salameh (di origini palestinesi) e Michele Lobaccaro (nato a Ventimiglia da genitori pugliesi, terra in cui tornerà da adolescente per studiare e vivere), sta proprio nella serena ma indomabile capacità di non fermarsi mai. Ai due fondatori citati, vaaggiunto subito il nome di Alessandro Pipino, talentuoso polistrumentista barese (qui sotto nella foto con l’organetto, uno degli strumenti che lo caratterizzano), collaboratore attivo fin dal primo disco, Lingua contro lingua del 1998. Così quest’epoca di crisi diventa lo stimolo per superare, ancora un volta, gli ostacoli e le barriere che incrociano il quotidiano. Che siano difficoltà umane o steccati musicali poco importa, i Radiodervish hanno l’indelebile capacità di travalicare i limiti e i confini. E così può diventare il sogno uno degli orizzonti di questo gruppo, un sogno che non è poi così lontano dalla realtà. Un sogno forse Lontano, ma di certo non irraggiungibile, una capacità di dialogo che significa possibilità di ascolto dell’altro, ecco, questo è uno dei cardini della filosofia musicale dei Radiodervish.

Ed è per questo che Human è un’isola sulla quale il mondo dialoga, trova approdo, in un continuo melting pot di lingue che collegano il mediterraneo (l’italiano, l’arabo, il francese) con la Manica e quindi il mondo (l’inglese). Human diventa così il fuoco che tutto accende, perché – come dicono loro stessi spiegando il disco - l’obiettivo è diventare pienamente umani e oggi si sente forte il bisogno di una dimensione più vera per l’uomo, che si è persa nel vortice delle logiche che ignorano l’umana dimensione del qui ed ora.

Ed è forse per questo che i Radiodervish non perdono mai l’occasione per ricordarci che con la loro musica cantano i profondi cambiamenti delle nostre vite, sia nella loro prospettiva privata sia in quella collettiva. Perché cantandoli già possiamo celebrare il recupero dei valori feriti proprio da questi cambiamenti. Non è solo questione di parole, anche se le stesse sono importanti (“nel segno di una stella incantata, che viaggia nel mio cielo, insegnatemi come trasformare il dolore in amore”) ma è il suono del disco che aiuta a sentire quelle parole vere, un suono intimo e caldo che esplode però in repentine atmosfere ritmiche (in questo senso i loro live proverbiali).

Se c’è un termine che può abbracciare il climax sonoro del nuovo lavoro, questo è “globale”, perché il disco contiene un’infinita gamma di suoni, presentando un universo musicale che si muove dall’acustico delle chitarre e degli strumenti etnici mediterranei agli inserti meditativi dell’elettronica, con tappeti ritmici eleganti e al tempo stesso vivaci.

Un disco di intensa bellezza, che si proietta nell’ambito della musica etnica d’autore, che travalica i confini del luogo di origine per navigare libero nel Mediterraneo. Canzoni dal grande respiro, come la triade iniziale aperta da Velo di sposa (ispirata alla straordinaria e tragica esperienza di Pippa Bacca, artista milanese violentata e uccisa in Turchia nel 2008 mentre viaggiava - con meta Gerusalemme - vestita come sempre con abito da sposa per promuovere la pace e la fiducia nel prossimo che qui vediamo in un foto dei suoi numerosi viaggi), cui segue una Birds ciondolante e avvolgente che lascia il posto a una struggente e delicata Lontano (“sognò, per tutti gli altri lui sognò”).

Molto ritmata è In fondo ai tuoi occhi, brano che diventa orecchiabile, pur senza fare sconti a nessuno, mentre Istanbul rimanda a notti d’oriente, lente e sospese. A ri-vivacizzare il ritmo ci pensa Qualcosa oltre il sole, preludio per l’arabeggiante Voices in your heart. Chiude il cerchio Stay human, che lancia ponti verso un futuro che, come un miracolo che trasforma l’acqua in vino, ci regala un nuovo respiro, carico di forza ed entusiasmo, con Nabil che canta con gioia  “vedo profughi che portano lontano il limite”. Un album prezioso e consigliato.


 

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In dettaglio

  • Anno: 2013
  • Durata: 42:54
  • Etichetta: Cosmasola - Sony Music

Elenco delle tracce

01. Velo di sposa

02. Birds 

03. Lontano 

04. In fondo ai tuoi occhi

05. Il lamento dei mendicanti

06. Istanbul 

07. Qualcosa oltre il sole

08. Voices in your heart

09. Quello che non dici

10. Stay human 

 

Brani migliori

  1. Velo da sposa
  2. Lontano
  3. In fondo ai tuoi occhi

Musicisti

Michele Lobaccaro: acoustic guitars, bass, double bass , back vocal, baglamas  -  Alessandro Pipino: piano, keyboards, synthesizer, rhodes, electric and slide guitar, ukulele, accordion, diatonic accordion, melodica, baglamas, bulbul tarang, glockenspiel, flute, chalumeau, back vocal  -  Riccardo Laganà: riq, kanjira, darbouka, djambè, cajon, shaker, cymbals, tamburello, bendir, daf, HPD15, bass drum, snare  -  Andrea Senatore: synthezizers & electronic rhythms&grooves  - Daniele Abbinante: drums on tracks (6-9-10)  -  Gennaro Mele: additional electric guitar on track (6)  -  Anila Bodini: violin on track (7)  -  Antonio Marra: drums on track (7)  -  Marco Fischetti: snare on track (4)