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Claudio Lolli

Il grande fredddo

La prima notizia è che Claudio Lolli è vivo e lotta con noi: armatevi di spray, stencil, passamontagna, sfidate le ire dei benpensanti amanti del decoro e scrivetelo su ogni muro.

La seconda notizia è che da pochissimo ha fatto la sua comparsa sul terzo pianeta di questo sistema solare Il grande freddo, il primo disco di inediti lolliani dal deludente (didascalico e musicalmente sciatto) La scoperta dell’America del 2006. 

La terza notizia è che questo album (vi risparmio l’ovvia citazione dell’omonimo film di Kasdan del 1983, sì, quello con Kevin Costner che faceva il morto, e di cui si vedono solo le mani, e quello con la canzone dei Rolling Stones. Vi risparmio anche le sue conseguenti implicazioni metaforiche), insomma questo album è il migliore che Claudio Lolli abbia messo al mondo dall’epoca dell’omonimo del 1988 (i lolliani capiranno, gli altri, prego mettersi alla ricerca). A quel bello e sfortunato disco, Il grande freddo si ricollega idealmente, a distanza di quasi trent’anni, per la lucidità della scrittura di Lolli, per certi temi che emergono tra le maglie e per certe variazioni armoniche.

La quarta notizia è che in questo LP Claudio Lolli ‘canta’. Avete presente quella cosa che si fa emettendo suoni vocali che riproducono note rivestendole di sillabe? Ecco, quella cosa lì, Lolli in questo disco la fa. Ma davvero. Ancora una volta: i lolliani capiranno cosa voglio dire, gli altri sappiano che negli ultimi vent’anni, sostanzialmente, il nostro eroe nei dischi e nei live raschiava la gola declamando versi appoggiati sulla musica.

La quinta notizia è che, dopo decenni, Lolli torna a collaborare con Danilo Tomasetta (sax) e Roberto Soldati (chitarra), il nucleo dei musicisti appartenenti al Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna con cui Lolli produsse lo storico album Ho visto anche degli zingari felici del 1976 (Tomasetta, tra l’altro, co-arrangerà anche ‘Extranei’ del 1980). Attorno a loro una squadra allargata che comprende, tra gli altri, Paolo Capodacqua, ormai storico sodale che qua però mette un po’ da parte il suo classico suono di chitarra, e Nicola Alesini, già in Lovesong’ uscito nel 2009. 

La sesta notizia è che ‘Il grande freddo’ esce per La Tempesta Dischi, ovvero sia l’etichetta di Davide Toffolo che gravita attorno ai Tre Allegri Ragazzi Morti, forse la più importante nel panorama indie degli ultimi 10 anni. Anzi, leviamo il forse.

La settima notizia è che tra i solchi di questo lavoro potrete trovare alcune perle all’altezza del miglior Lolli. Parliamo della title track, una riuscita ballata adagiata sugli arpeggi di piano, una dolente constatazione delle barriere che ci siamo fatti costruire addosso (“Quanto amore abbandonato negli autobus/ tra gente che potrebbe volersi bene”). Ma parliamo anche de La fotografia sportiva (ispirata da Roberto Serra), geniale allegoria delle miserie dell’attuale, un pezzo arrangiato benissimo giocato tra limpide chitarre acustiche suonate nei tasti alti, piano elettrico, basso e batteria che discretamente accompagnano. Un capolavoro. Ma anche Non chiedere con quella doppia citazione di Montale (palese) e Shakespeare (più nascosta) e quel fischio (azzardo a memoria: primo fischio in una canzone lolliana?) che si incarica di fare il riff, la possiamo forse definire brutta? Direte: già tre pezzi belli, qualcuno eccellente, in apertura, possiamo già starci.

Ebbene sappiate che poi c’è 400.000 colpi, altra evidente citazione/storpiatura cinematografica, un pezzo d’amore più intimo, con una batteria in bella evidenza che nei riff vira a bolero, ma che nella strofa ruba il tempo giocando d’anticipo, e un finale d’altri tempi in cui, mentre i fiati puntellano e salgono a poco a poco (solo a me pare di sentire, verso la fine del pezzo, un’autocitazione da Disoccupate le strade dai sogni, A.D. 1977?),  la chitarra elettrica si lancia in un assolo strabordante anni 80. C’è poi tempo per una commovente Sai com’è, tratta da una lettera postuma di un partigiano alla moglie, anch’essa partigiana, poi per una delicata bossa (Gli uomini senza amore), e una canzone manifesto come Prigioniero politico di orgogliosa non-appartenenza.

Principessa Messamale è un’interessante riflessione sulla devozione femminile (anche nella sua faccia negativa), e se risulta più scontata musicalmente, c’è da riconoscere che la sorprendente coda finale modale, quasi lisergica, un po’ la riscatta. Si finisce con la spoken song Raggio di sole, invocato a sconfiggere il Grande Freddo (con palesi citazioni degregoriane e deandreiane), anche se di speranza, in questa specie di ghost song alla “The Others”, ce n’è ben poca.

L’ottava e ultima notizia è che, a questo punto, tra i cantautori della Mitica Età dell’Oro, una volta messi a parte i morti (De Andrè, Gaber, Dalla…) e i ritirati (Fossati, Guccini), o quelli che già all’epoca erano outsiders sostanzialmente legati ad altri mondi (Conte, Battiato), Claudio Lolli è l’unico ancora oggi capace di aggiungere qualcosa di vitale alla storia della canzone d’autore.

PS- in realtà c’è una nona notizia, arrivata fresca fresca quando ormai questa recensione stava vedendo la luce: Il grande freddo di Claudio Lolli è nella cinquina dei finalisti delle Targhe Tenco, sezione “Miglior disco in assoluto”.
Che vi dicevo?

 

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In dettaglio

  • Anno: 2017
  • Durata: 49:02
  • Etichetta: La Tempesta Dischi

Elenco delle tracce

01. Il grande freddo
02. La fotografia sportiva
03. Non chiedere
04. 400.000 colpi
05. Sai com’è
06. Gli uomini senza amore
07. Prigioniero politico
08. Principessa messa male
09. Raggio di sole

Brani migliori

  1. La fotografia sportiva
  2. 400.000 colpi
  3. Il grande freddo

Musicisti

Nicola Alesini (sax soprano)  -  Paolo Capodacqua (chitarra acustica)  -  Giorgio Cordini (bouzouki e chitarra acustica)  -  Felice Del Gaudio (basso e contrabasso)  -  Pasquale Morgante (piano e tastiere)  -  Alberto Pietropoli (sax soprano)  -  Roberto Soldati (chitarre)  -  Danilo Tomasetta (sax tenore e contralto)  -  Lele Veronesi (batteria)