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Lucio Leoni

Il lupo cattivo

Credo fortemente che la musica non sia puro intrattenimento, o almeno quella che piace a me non lo è quasi mai. Non jingle da ascoltare distrattamente in ascensore o al supermercato fischiettando il ritornello ma parole che meritano attenzione, rispetto e tempo. Tempo soprattutto, perché se un buon disco può certamente farci compagnia mentre facciamo altro, che sia guidare, stirare o fare l’amore, lo stesso disco ci suonerebbe differentemente se fossimo lì, in pausa dal resto, in ascolto per davvero.

Il terzo album di Lucio Leoni (romano, classe ’81) è Il Lupo cattivo ed è uno di quei dischi che non ti chiede di metterti in pausa dal resto, ti ci costringe. Ti costringe perché ti vomita addosso una tale quantità di parole che non lascia spazio per altro, ed in mezzo a quel caos organizzato di tempi e immagini ti porta dentro senza lasciarti il modo di respirare; e lo fa talmente bene che per la durata degli undici brani non ti sembra poi così male non poter prendere aria.
Certo, Leoni non ha inventato nulla, lo spoken word ha origini antiche e Léo Ferré fortunatamente lo ricordiamo ancora in molti (o il Vasco Brondi di Canzoni da spiaggia deturpata, solo per essere più recenti), ma mescola monologo teatrale, rap e testi che non fatichiamo a definire di qualità, d’autore, con una cifra molto personale, unica direi. E se in Brondi accadono cose, in continuazione, e lo sguardo è sull’esterno, si sposta e si sbatte da un punto all’altro del quadro che abbiamo di fronte freneticamente, Lucio Leoni nel suo scorrere inesorabile di parole e fiati ci mette perlopiù il dentro, l’interno, il turbine emotivo che è spesso buco nero di ogni essere umano. Di lupi cattivi ne incontriamo ogni giorno per strada e nella vita, eppure spesso ci dimentichiamo che il peggiore di tutti da combattere (o almeno, da imparare ad ascoltare) ce lo portiamo dentro, e sono le paure, le sconfitte, i pericoli, le vie impervie, che ci vivono accanto perché fanno parte della nostra storia. Leoni racconta i suoi, come se non avesse nessuno davanti, ma sono gli stessi di tutti noi e allora mettetevi pure comodi ad ascoltarlo, vi ritroverete allo specchio.

Ps. Il penultimo brano dell’album è una rielaborazione di Io sono uno di Luigi Tenco (1966) dove vengono sapientemente mescolate altre parole, sempre del cantautore ligure, riprese da un suo intervento al Beat72 di Roma su La canzone di protesta (qui uno spezzone di quell’intervento http://luigi-tenco.tripod.com/frames/beat72.htm# ); non ci è parso dall’ascolto del disco che Lucio Leoni sia uno che prenda decisioni lanciando una moneta in aria, e la scelta di Tenco e di questo specifico brano si incastra alla perfezione nell’universo di parole che lui ci ha raccontato, come se ne fosse una prosecuzione, o meglio, una conclusione.

«Io sono uno che parla troppo poco/questo è vero/ma nel mondo c’è già tanta gente/che parla, parla, parla sempre/che pretende di farsi sentire/e non ha niente da dire».
 

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In dettaglio

  • Anno: 2017
  • Etichetta: Lapidarie Incisioni

Elenco delle tracce

01. La pecora nel bosco
02. Stile libero
03. Le interiora di Filippo
04. Sigarette
05. Mapuche
06. Perché non dormi mai
07. Niente di male
08. Impossibile essere possibile
09. Piccolo miracolo
10. Io sono uno
11. Il lupo cattivo
 

 

 

Brani migliori

  1. Le interiora di Filippo
  2. Perché non dormi mai
  3. Piccolo miracolo

Musicisti

Lorenzo Lemme: batterie; Jacopo Ruben Dell’Abate: chitarre elettriche; Daniele Borsato: chitarre classiche e acustiche; Filippo Rea: elettronica e tastiere; Giorgio Distante: trombe e produzioni