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Moon in June

In Other words we are Three

Moon in June è, per chi ha buona memoria musicale, il titolo della suite composta da Robert Wyatt ed incisa, nel 1970, sull'album Third, capolavoro dei Soft Machine ma il dischetto che teniamo fra le mani risulta essere tutt’altro che un lavoro, per così dire, Canterbury sound-oriented, anche se, in realtà…

Degli illustri musicisti, ai quali hanno chiesto virtualmente in prestito il titolo di un brano per farne il monicker della loro band, il trio bresciano ha infatti assorbito anche, e soprattutto, la voglia di “giocare” con i suoni e con le parole, di mescolare generi e stili differenti, di provare a capire, partendo dai propri consolidati gusti musicali personali, fino a dove si poteva arrivare. Ne è venuto fuori questo lavoro, In Other words we are Three, dieci tracce che si collocano a cavallo fra rock “alternativo”, grunge, blues elettrico e funk e quindi, per capirci: chitarre piene e dai suoni decisamente robusti, basso che non si limita alla fase ritmica ma lavora parecchio sulle armonizzazioni, batteria che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non pensa solo a “tirare dritto” ma, al contrario, effettua una sorta di slalom fra i suoni dei colleghi cercando di carpire l’attimo, di interpretare il momento, di cogliere l’intenzione e di tradurla in linee adatte ad afferrare lo spirito della composizione.

Aleggia, carsicamente, in tutto il lavoro, più di un riferimento alla psichedelia anche, e soprattutto, per le timbriche utilizzate, e per quell’alone più o meno malinconico dettato dalla scelta delle tonalità in cui vengono eseguiti i brani. In questo senso l’alternanza di “pieni” e di “vuoti” è tutt’altro che casuale, e contribuisce non poco al pathos ed alla tensione emotiva che molti brani, ad esempio Movin’ slow, portano con sé. Come già detto, molteplici sono i riferimenti stilistici ma, e questo è certamente un buon segno, non c’è, o per lo meno non si coglie in modo evidente, alcun rapporto diretto con questa o quella band, nel senso che si individuano, questo sì, le influenze, ma non le si riesce ad ascrivere ad un artista di riferimento preciso; l’essenzialità della formazione, peraltro la più classica fra quelle possibili, lascia comunque spazio ad un lavoro ad ampio raggio e capace di percorrere molteplici direzioni; quando poi la band decide di “mollare gli ormeggi”, come ad esempio in Please don’t care about me, e di lasciare fluire la musica in maniera un po’ meno controllata, riesce ancor di più a liberare energie ed idee che forniscono a parecchi brani un notevole potenziale live.

Suoni ed arrangiamenti curati e molto equilibrati, a volte sin troppo, verrebbe da dire, ma forse il segreto di un buon lavoro è, talvolta, proprio quello di non scoprire del tutto le proprie carte, lasciando soltanto intuire i potenziali sviluppi e solleticando la curiosità dell’ascoltatore, (in proposito risulta molto azzeccata ed in sintonia con l’album la cover di Angelene di P.J. Harvey) piuttosto che giocarsi tutto subito ed in modo palese.

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Stefano Moretti
  • Anno: 2016
  • Durata: 40:32
  • Etichetta: Autoprodotto

Elenco delle tracce

01. Desert
02. Again
03. Ready or not
04. The picture
05. Something sweet, something bad
06. Movin’ slow
07. People at the windows
08. Videopoker
09. Please don’t care about me
10. When we met
11. Angelene

Brani migliori

  1. Again
  2. Something sweet, something bad
  3. Please don’t care about me

Musicisti

Giorgio Marcelli: voce, basso  -  Massimiliano "Budo" Tonolini: batteria  -  Cristian Barbieri: chitarra, cori