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Claudio Baglioni

In questa storia che è la mia

Un uomo di varietà. Di varie età.

La Camilla che brucia, il primo contratto, la casa abbandonata di Dagli il via, le stanze del Tour Crescendo e Cercando, il camion giallo e la piana di Castelluccio, la Londra de La vita è adesso, le urla allo stadio, i drappi bianchi a legarlo nella rappresentazione scenica di Fammi andar via, quegli occhi scuri a crescerci insieme e accanto, l’imputato di quell’amore che faceva invidia al mondo, l’abbraccio circolare di Al centro. Vita e musica a fondersi e confondersi senza che poi si riesca a cogliere dove finisca una e inizi l’altra; due rette parallele che - per un’illusione della mente e del cuore - si incontrano in mille punti.

Ci sono davvero quasi 50 anni di arte e palco in In questa storia che è la mia, l’ultimo disco di inediti di Claudio Baglioni. Un’autobiografia senza date, nomi, luoghi, chè nella memoria del tempo si sono persi lasciando solamente lo strascico degli odori. Due racconti che viaggiano all’unisono, uno da osservare nel dettaglio del quotidiano con un teleobiettivo - la parabola di un amore (uno qualunque, forse non il più grande) - e l’altro, il personale di artista-uomo che fa da fondale di scenografia in movimento, dalle prime note ascoltate da una grande radio al canto a voce piena che attraversa e riempie l’aria di uno stadio.

14 brani, 4 interludi di piano e voce, un’apertura e un finale, per una struttura da concept che ritorna nella discografia baglioniana dopo Strada facendo e Io sono qui. Melodie che resteranno e resisteranno al tempo, ispirate come non accadeva da alcuni anni, in cui il pop-rock delle chitarre di Paolo Gianolio e le percussioni di Gavin Harrison si appoggiano e si incastrano alla perfetta sincronia degli arrangiamenti di archi e fiati, orchestrali dall’afflato sinfonico, di Celso Valli. Anche la voce di Baglioni, sempre impeccabile e riconoscibile dal primo respiro, sembra in queste tracce prendersi la libertà di essere senza più dover dimostrare, di poggiarsi e lasciarsi andare, di distendersi. E poi c’è l’amore, cantato a 70 anni (da compiere il prossimo anno), con la passione, l’erotismo, la maturità, la capacità di far intravedere i chiaro-scuri, le trasparenze, il gioco, la tenerezza. Non l’amore come forza universale che dovrebbe dominare il mondo ma il singolo, quello puntuale, quello che presuppone per prendere vita l’esistenza di un altro al fianco; quello che dalle cose del mondo deve nascondersi per sopravvivere.

I testi di questo album raccontano della rinnovata abilità nello scegliere e posizionare le parole, da sempre dramma compositivo di qualunque artista e di Baglioni in particolare, perché “la parola è una scienza esatta, non è vero che puoi usarne una al posto di un’altra” come sottolineato dall’artista in conferenza stampa. Qui, come nei migliori album del cantautore romano, le parole suonano, hanno quella musicalità intrinseca che ne facilita il posizionamento su musica; tra suoni ricorrenti, onomatopee, assonanze e poi tutto lo spettro delle figure retoriche di significato, Claudio Baglioni torna a scrivere come sa, e come davvero pochi artisti contemporanei sanno fare. Riconoscibili e facilmente rintracciabili nei testi poi stralci e pezzi di canzoni e vite-album precedenti (i fan sapranno come divertirsi nel coglierli tutti). 

Questo album resterà, inciderà un solco nella sua storia musicale, e nelle storie personali ed emotive di chi si lascerà accompagnare dalle sue canzoni, di chi lo ha fatto ieri e lo farà domani, altrove – in un altro tempo – o qui, in questo che ci è dato da affrontare. 

Il tempo, già, da sempre titano contro cui battersi, Ciclope da uccidere, amico fedele che mai ti dà tregua, labirinto senza uscita. Tempo orizzontale di vita e verticale di musica e arte che quella vita te la muta, la allarga, la riempie. Lotta impari che noi sappiamo di perdere in partenza, ma gli artisti no. Loro a volte vincono. Che sia questo il caso ce lo dice il suono amico di quei tamburi lontani che, nel solo impeto forse di nostalgia dell’intero album, chiude l’ultima traccia di questo disco.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Celso Valli
  • Anno: 2020
  • Etichetta: Sony Music

Elenco delle tracce

capostoria - altrove e qui  - 1. non so com'è cominciata - gli anni più belli - quello che sarà di noi - in un mondo nuovo - 2. al pianoforte ogni giorno - come ti dirò - uno e due - mentre il fiume va - 3. e firmo in fede un contratto - pioggia blu - mal d'amore - reo confesso - 4. adesso è strano pensare - io non sono lì - lei lei lei lei - dodici note - uomo di varie età - finestoria

Brani migliori

  1. Altrove e qui
  2. Pioggia blu
  3. Reo confesso