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Io credevo. Le canzoni di Gianni Siviero

Gianni Siviero, chi è mai costui? Proprio mentre infuriavano le polemiche sulla deriva del Tenco verso lidi commerciali che poco hanno a che fare con la canzone d’autore, ecco invece, a nobile smentita, un sentito e doveroso omaggio (curato proprio da Sergio Secondiano Sacchi, direttore artistico del Club Tenco) a qualcuno che quella storia l’ha fatta davvero, per un lustro abbondante, per poi abbandonare e ritirarsi dalle scene dopo l’avvento degli anni del riflusso, per assenza, a suo dire, di fertilità sociale. Altri con la sua storia ci avrebbero vissuto di rendita, con quei tre ottimi album personali che gli valsero il premio della critica per quello d’esordio del 1972 arrangiato da Piovani, più un altro per quello scritto al femminile per Dania “Son sempre io la donna”, per la partecipazione alle Anteprime e alle prime tre edizioni del Tenco e per un percorso di integrità e rigore unici e quasi eccessivi nel panorama musicale nazionale.

Impegnato e attento, Siviero partecipò alle attività dell’associazione Amici dell’Unità e collaborando con Dario Fo prese parte nel 1974 all’occupazione della palazzina liberty di Milano. Proprio affiancando Franca Rame, ispirato dalle testimonianze di ex carcerati, nel 1975 realizzò il concept Del carcere a cui seguì l’anno dopo la terza e ultima opera, Il castello di maggio. Poi, come dicevamo all’inizio, una scelta di vita lo porta a defilarsi (anche se negli ultimi decenni ha coltivato molto l’arte della scrittura, pubblicando anche alcuni libri) fino alla bella notizia dell’anno scorso. Infatti, completamente all’insaputa dell’artista, Sergio Secondiano Sacchi ha deciso di pubblicare - in collaborazione con l’editore Domenico Ferraro - un poderoso omaggio con ben 43 brani, di cui 39 eseguiti da altrettanti artisti di varia fama e indiscussa qualità; a questi si aggiungono 4 brani cantati direttamente da Gianni, ad apertura e chiusura dei due cd allegati alla pregiata e bella edizione messa sul mercato da Squilibri, ricca di ben 113 pagine, con tutti i testi e le relative opere pittoriche di Marco Nereo Rotelli. (foto 1 - Sergio Sacchi, a destra, insieme a Luigi Manconi durante la presentazione del disco all'Auditorium Parco della Musica di Roma).

I brani scelti pescano non solo dal percorso ufficiale di Siviero (foto 2), divisi come sono infatti, più o meno a metà, tra quelli editi e quelli che il cantautore ha continuato comunque a scrivere in tutti questi anni. Non c’è differenza qualitativa tra editi e inediti, a dimostrazione di un (quasi) ritiro ‘esistenziale’ legato fortemente ad una coraggiosa scelta filosofica e non certo per crisi compositiva. Ne esce un considerevole ritratto d’artista e di uomo, una poliedrica visione di tutto ciò che gli era e gli è caro, con una ammirevole omogeneità di temi e stili, un coerente percorso di impietose analisi della realtà e disincantati sezionamenti delle imperfette relazioni umane.

Protagonista quasi assoluta la caducità ineluttabile di ogni cosa, della fine di ogni amore, della separazione dopo la condivisione ‘migratrice’, mentre la routine ha sfogo solo nelle domeniche di evasione, appena un passo fuori dal consueto (Questa è una canzone), la menzogna resta nell’aria ed è silenziosamente compresa con strazio e macerazione (Por ché amor mio?) quando il sentimento migra e cambia soggetto diventando silenzio e rancore, e cade l’illusione di parole non dette che ancorché comprese restano disilluse (Due rose).
Torna più volte l’incapacità di dolcezza dopo un giorno di lavoro, a badile e sudore, che ti spezza la schiena e cancella ogni voglia e dolcezza (Non hai capito, Io credevo). E finire magari col lasciarsi senza essersi mai davvero capiti (Sconosciuti), o affogando nell’alcol il momento di delusione personale che arriva quando manca poco all’alba (Tra poco è giorno), nudi davvero ancora per poco, prima di tornare alla maschera pirandelliana e allo sperpero di sé, sempre con un groppo (Qualcosa alla gola) e comunque sempre disperatamente aggrappati alla vita.
L’incomunicabilità è di coppia, è di classe, è generazionale. Si va allo scontro sia in casa che fuori, violento il conflitto coi padri che non comprendono i mutati bisogni e le accelerazioni della società (lo sbaglio di tornare). Eppure in questa deprivazione continua solo il volersi bene ha senso, senza preoccuparsi se e quando finirà (Non ha importanza), e forse è proprio questo (È tutto qui), credendoci un po’, il posto dove poter continuare a cullare le illusioni (Impossibili sogni), il luogo dove ritrovarsi ogni tanto, cambiati ma simili, con le stesse ferite e gli stessi visibili rammendi (Il posto dei compleanni).

È un quotidiano livido di fabbrica, malinconico, di contenimento che non è mai resa ma che non trova sfogo adeguato. Nulla poi sembra cambiato per le donne, da quei primi anni Settanta, perfettamente descritte le reazioni maschili e maschiliste, stereotipate e ripetitive, a ogni camaleontica e sempre insoddisfacente variazione dell’essere femminile (Son sempre io). Non manca l’ironia amara dell’inutile agitazione di chi vuole sfuggire le immagini fastidiose di una realtà, che non sa lèggere fino a fingere di invidiare un barbone morto sulla panchina che non è costretto ad alzarsi e andare (Beato lui). Anche un viaggio lontano (Andiamo ai tropici) non ti salva da visioni di un altrove altrettanto disturbante, perché da qualunque parte guardi il mondo “oggi non è una giornata per cantare / a Est il cielo è nero e sento urlare”, mentre continuiamo a rimuovere le nostre migrazioni allora, nei ’70, ancora massicce e dirette a nord, per tornare (Il treno) attraversando città e periferie verso campagne che intanto sono mutate fino a diventare estranee.

Unico rifugio rimane l’immaginazione, il sogno, il volo pindarico magari verso paesi sconosciuti (A oriente), come oasi mentale capace di prestare un po’ di passeggera serenità, perché “basta chiudere gli occhi e ecco, si vola…  e il respiro si fa lento e tranquillo come un suono di viola”; ci si illude guardando il cielo quando, raramente visibile (Nuvola), si è presi dal rapimento brechtiano per una nube che va e svanisce marcando l’attimo per l’eternità, o si arriva a pensare che il prato svilito ai bordi delle vie marginali (Periferia) sia un prato tutto per sé. Impietosa la descrizione della città straniante che “ci fa credere che questo tirare avanti è tutto quel che c’è” (Milano). Con la coscienza che “in fondo il cielo è cielo e le nubi son nubi e il mondo è un rumore” (Dammi ancora qualcosa), dove non ci sono speranze nemmeno per un figlio che maledirà chi l’ha messo al mondo quando non avrà suoni ad accompagnare le danze (Ballerà senza musica).

Ma il cielo, come detto, raramente si vede nel quotidiano sfinirsi dentro uno stabilimento (Il fabbricone) che ti inaridisce sogni e visioni, che ti cancella la volta celeste con lo smog, fino a portarti alienato al lavoro anche nel festivo giorno di un impossibile riposo (Blues dell’abitudine). L’album “Del Carcere” è la descrizione di una vita in cattività senza redenzione, con le lettere che dovrebbero aiutare e invece parlano soltanto di malanimo e rancore (Non scrivermi più). Alla fine, il dispiacere per un trasferimento improvviso che ti sradica pure da una cella due metri per tre che concede tempo per raggiungere a volte maggiore lucidità negata negli spazi aperti e dispersivi dei liberi, cella che diventa luogo relazionale importante per abitudini, suoni, lamenti e facce che ti avevano fatto in qualche modo ambientare. Sale la tristezza e la rabbia di sapere lei, in visita domani, magari con un viaggio di dieci ore in treno (e io già ti vedo), che riceverà con un ghigno la notizia del trasferimento avvenuto. Erano anni duri di lotta quei primi 70, anche dentro un carcere. Giancarlo e gli altri è dedicata a Giancarlo del Padrone, 20 anni, dentro da pochi giorni per uno stupido furto d’auto, ucciso dalla mitraglia sul tetto delle Murate durante una protesta finalizzata a migliorare le condizioni interne.

Gianni Siviero (foto 6) non racconta i suoi protagonisti, li vive, è partecipe dei loro frammentarsi, li fa parlare in prima persona in un complicato dialogo diretto e indiretto dove spesso contano più i silenzi delle parole, li rende reali compenetrando il loro mondo, i piccoli pensieri, le frustrazioni, le menzogne, i piccoli spazi di sollievo tra il delirio del consumismo, le piccole verità, i grandi bisogni.

Tutti gli artisti chiamati hanno affrontato il materiale a disposizione con rispetto, alcuni col rigore della vecchia scuola, e parlo di Edoardo de Angelis, Ernesto Bassignano, Mimmo Locasciulli, Max Manfredi, Roberto Vecchioni e una ispiratissima Gigliola Cinquetti (qui sotto nella foto 7); altri, più ‘giovani’, con disinvoltura e appropriazione, e mi riferisco a Peppe Voltarelli, Alessio Lega, Massimo Donno, Claudia Crabuzza, i Tetes de Bois, Erica Boschiero, Piji, e ancora, Alessio Arena l’ha tradotto in napoletano, Alessandro D’Alessandro ha reso strumentale Andiamo ai tropici, Josè Maria Micò ha fatto splendida in spagnolo Perché amore mio? e Cece Giannotti in inglese il Blues dell’abitudine, mentre Vittorio De Scalzi ha musicato la poesia Tra poco è giorno.


Tutti sempre, ripeto, con rispetto e partecipazione, e sarebbe sciocco star qui a fare classifiche.
L’opera è di alto livello e, benché corposa, fa montare la voglia di saperne ancora di più.

Questo doppio album è la lucida analisi di un mondo in decadenza che lascia già presagire gli orrori futuri: Siviero, per bocca dei suoi disperati e realistici protagonisti, indica i mali per trovare disperatamente una via d’uscita, un rimedio, una cura. Senza aver mai smesso di cercare.

Coltivare la vita
costa grande fatica
è una pianta che muore
prima di esser fiorita
se la pianti tra incroci
di cemento e lamiera
e la bagni con quello
che hai bevuto la sera.

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Crediti foto:
1 e 7 di Alberto Marchetti
2, 3, 4 e 8 archivio Gianni Siviero
5 archivio Club Tenco
6 di Renzo Chiesa

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Sergio Secondiano Sacchi
  • Anno: 2019
  • Etichetta: Squilibri Editore

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