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Michele Gazich

La via del sale

Un disco può piacere o meno. Può avere buone musiche ma testi “leggeri” o viceversa. Alcuni brani piacere ed altri un po’ meno. Potrebbe avere solo un brano trainante e tutti gli altri mediocri… Ogni giudizio è come “ostaggio” della personalità, dell’esperienza, dei gusti, dell’attenzione dell’ascoltatore che filtra, all’interno della sua unicità, quello che ascolta. In ultimo, ma siamo nei casi più eclatanti, un disco può essere una vera e propria “illuminazione” che rimane indelebile nel vissuto di chi ascolta. Chi legge queste righe ben conosce il potere catartico, inebriante, trascendente della musica. L’ascolto di Kind of blue di Miles Davis o A love supreme di John Coltrane, Sergent Pepper dei Beatles o Pet Sound” dei Beach Boys, solo per fare esempi paradigmatici, sono l’immagine della potenza evocatrice della musica capace di avvolgere lo spirito di chi ascolta per stregarlo nell’intimo.

I titoli ed i nomi che sono stati citati hanno una storia ed una potenza narrativa ed “ipnotica” fuori dal comune, ma la metafora è che anche album di un autore di nicchia, come è Michele Gazich, possono essere potenti e dirompenti per chi li ascolta così come avviene per i capolavori citati. L’uso dell’allocuzione “di nicchia”, tra l’altro, non deve essere letta come una diminutio dell’artista ma, invece, come una scelta di rigore che lo stesso artista ha compiuto quando ha intrapreso la sua carriera da solista e non più di solo (richiestissimo) accompagnatore o produttore. Una carriera con ormai molti lavori a proprio nome che, nel contempo, si lega ad una intensa attività live di carattere internazionale insieme a nomi blasonati quali, tra gli altri, Eric Andersen e Mary Gauthier.

Questa diminutio è una scelta artistica e di “sguardo” artistico meditata e ponderata, ricercata ed attuata con certosina metodicità. La perizia strumentale e compositiva di Gazich è tale che potrebbe, senza alcuno sforzo, esprimersi in una sorta di “ruffianeria” melodica e lirica che aumenterebbe in maniera esponenziale il numero dei suoi ascoltatori. Allora perché proporre un album come La via del sale che, certamente, non è un album leggero tanto è denso di contenuti artistici di altissimo livello (come, per altro, tutti i lavori di Gazich)? Perché non ‘accontentarsi’ di proporre un buon album senza volersi arrampicare, ancora una volta, su vette il cui raggiungimento potrebbe comunque essere difficile, arduo, pericoloso, ostacolato da mille inciampi e ripensamenti? Ma qui sta la differenza tra un musicista ed un ricercatore di idee, di orizzonti, di novità stilistiche. La ricerca più profonda è quella del sé interiore che si riflette, immancabilmente, sull’ascoltatore. Siamo onesti: l’ascolto di un album di Gazich, e di questo suo ultimo lavoro in particolare, non è esercizio facile. Ci vuole vera attenzione ai particolari perchè è nelle loro dinamiche che si può leggere l’intenzione profonda di questo artista che cerca di trasformare l’ascolto in una reale riflessione sul proprio “io” e sulle tempeste del tempo e della Storia. Tutto il suo percorso artistico è fatto di passaggi, lenti ma precisi, per giungere al compimento di un personalissimo progetto: crescere e contribuire a fare crescere chi avrà voglia di ascoltare la sua musica. Artisticamente ed umanamente, aiutando gli ascoltatori a leggere nelle pieghe del quotidiano, ma anche in quelle della grande Storia, quali sono le situazioni che rendono le persone diverse, aperte al nuovo, “illuminate” e consapevoli. San Ignazio di Loyola parla(va) ai suoi confratelli gesuiti ricorrendo, negli esercizi spirituali, alla metafora potente (ed attualissima) del “discernimento degli spiriti” inserendo questa dimensione biblica negli uomini del suo tempo affinchè imparassero a distinguere dove fosse la verità, dove cercare la buona fede, dove riconoscere la trasparenza dell’altro. Il tutto in contrasto con il male che, con l’inganno, trasforma l’uomo in un oggetto in balìa dei desideri, manipolabile e manipolatore. Un artista, invece, può parlare al suo tempo ed agli ascoltatori, oltre che con le sue capacità ed i suoi talenti artistici, attraverso lo strumento della presa di coscienza di ciò che il mondo rappresenta e di come, ciascuno, può discernere la strada che è opportuno intraprendere.

Così, partendo da questa considerazione è possibile interpretare il percorso di Gazich che nei suoi precedenti album ha inserito sempre l’immagine del movimento e della Storia (navi, mare, volare, cammino, fioritura…) in un continuo avanzare di un cammino verso spiragli sempre più colmi di luce. Non è secondario il fatto che dalla via del mare, del precedente album, si passi alla via di terra di questo nuovo lavoro. Undici i brani proposti, tutti fortemente evocativi e cantati quasi alla maniera dei “cantillatori” dei testi sacri, laddove la parola è così importante da essere declamata e descritta in maniera quasi declamatoria ma, contraddittoriamente, “riservata” quasi fosse un fatto privato tra il “cantillatore” e l’Eterno. Ed è con questo criterio e con questa dinamica espressiva che le canzoni, sostenute anche dal suono antico della zampogna, si srotolano per l’ascolto. Undici i brani dell’album di cui uno, Collemaggio, già noto ma rivisitato e Fontanigronda uno strumentale violinistico di Gazich. Undici brani che si fondono in un unico percorso che racconta di diverse incursioni nella vita di ciascuno con uno sguardo assolutamente unico ed originale. La via del sale è una sorta di manifesto dell’album e con il suono della zampogna a chiave di Jacopo Pellicciotti si incontra subito la dicotomia, positiva, tra suoni brillanti e potenti e liriche profonde e decise. Un mondo è racchiuso nelle parole di questo brano che affascina subito per la sua integrità sonora. Rimandi bachiani sono l’incipit di Un tempo la fuga era un arte, che raccoglie brandelli di sonorità balcaniche innestate su un testo ricco di metafore sul senso della vita. Storia dell’uomo che vendette la sua ombra è un brano fortemente marcato dalla dualità delle cose, delle esperienze, del rapporto tra amore e morte, tra “generato” e “generante” (vedi il video). Intensi ed oscuri i suoni, con la voce di Rita “Lilith” Oberti che riesce ad essere straniante ma, al contempo, assolutamente presente e concreta nella dinamica della canzone confezionando così un brano particolarmente evocativo, narrato sulle ali di una splendida sonorità colorata dalle note della zampogna zoppa. Viaggio al centro della notte è una riflessione sul tempo oscuro della fede e rappresenta una sorta di richiamo alla spiritualità, forte e dilaniata, di San Giovanni della Croce con i chiari scuro di un combattimento spirituale che ancora oggi non lasciano indifferenti. Bello, in questo brano, il lavoro della violoncellista Francesca Rossi. Dia De Shabat è il brano atipico dell’album. Estratto da un testo ebraico-spagnolo, racconta dell’incendio che tra il 18 e 19 Agosto del 1917 distrusse la città di Salonicco. L’andamento musicale è una sorta di blues ante litteram, sommesso ed ipnotico, avvolgente, stordente, dolente. Un brano da ascoltare come una preghiera ricordando che Gazich lo ha presentato al Parlamento spagnolo, a camere riunite, nel Giorno della Memoria del 2015.

Collemaggio, già pubblicata in altra versione, è stata composta e presentata in un concerto benefico a favore delle vittime del sisma che nell’Aprile del 2009 devastò l’Abruzzo, come memoria di un dolore ma anche della forza della rinascita. È un brano che rappresenta, utilizzando l’immagine dell’antica basilica di Collemaggio, il dolore per le morti innocenti e la rabbia per l’ingiustizia per questo “scandalo” nei confronti dell’umanità. Barcellona, Sicilia è l’omaggio di Gazich a Bartolo Cattafi, poeta siciliano dialettale scomparso nel 1979. Un poeta della terra, dei colori forti, della calura e del grido spezzato per la sua terra, bella e difficile. Il canto di Gazich è accompagnato dalla recitazione dell’incipit del Vangelo di San Giovanni da parte di Salvo Ruolo, cantautore siciliano che fu estimatore ed amico di Cattafi. Un altro tassello, questo, per un album ad alto tasso emotivo.

La vita non vive è certamente una contraddizione semantica che mescola gioia e dolore, tristezza e piacere per la musica, anelito di libertà e timore per la segregazione della propria anima. Una storia nascosta, quasi ignota in Europa è quella raccontata in La biblioteca sommersa che narra dell’Archivio storico della città di Colonia che, a causa di errori nella costruzione del tunnel della metropolitana, sprofondò nelle acqua sottostanti facendo sì che si distruggesse una parte della storia della città. Un’ode alla stupidità umana che si avvale della voce di uno speaker della televisione tedesca, Frank Deja che ha raccontato questa vicenda a Gazich il quale, con la consueta perizia e sensibilità artistica, che ne ha tratto lo spunto pe runa sorta di visione biblico-apocalittica che ammonisce sul rischio della perdita della memoria della nostra storia. Una lettera dalla barricata rappresenta una sorta di summa dell’album, dove si mescolano il senso del timore della sconfitta interiore e, nel contempo, il sostegno alla vita dalle sonorità musicali ricche ed esplosive in una sorta di Yin e Yang al quale non è possibile sottrarsi.

Dedicato al poeta Giorgio Caproni è l’ultimo brano dell’album, Fontanigronda, strumentale violinistico che appare come una sorta di saluto finale quasi ad affermare che si, la vita è dura, difficile, spesso ingrata, ma non abbiamo altra scelta che percorrerla, come “una via del sale” da cui trarre amarezze ma, anche, sapori e nutrimento. In poche parole, un grande, straordinario album di cui si intravede la bellezza al solo guardare la splendida foto di copertina scattata dal bravo Giovanni Cavalli (il resto delle foto sono invece di Paolo Brillo) che in quell’immagine ha saputo riassumere il senso dell’album.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Michele Gazich
  • Anno: 2016
  • Etichetta: Fono Bisanzio / IRD

Elenco delle tracce

01. La via del sale
02. Un tempo la fuga era un arte
03. Storia dell’uomo che vendette la sua ombra
04. Viaggio al centro della notte
05. Dia de Shabat
06. Collemaggio
07. Barcellona, Sicilia
08. La vita non vive
09. La biblioteca sommersa
10. Una lettera dalla barricata
11. Fontanigorda

Brani migliori

  1. La via del sale
  2. Viaggio al centro della notte
  3. Collemaggio

Musicisti

Michele Gazich: violino, viola, pianoforte, tubular bell, voce  -  Jacopo Pelicciotti: zampogna a chiave del Sannio, zampogna zoppa della Sabina  -  Stefano Valla: piffero dell’Appennino  -  Marco Lamberti: chitarra elettrica, bouzouki, voce  -  Alessandra Rossi: clarinetto, sassofono  -  Alberto Pavesi: batteria, percussioni  -  Paolo Costola: basso elettrico, chitarra elettrica baritona  -  Pietro Campi: tromba, vocalizzi  -  Francesca Rossi: violoncello, voce  -  Rita Lilith Oberti: voce  -  Frank Deja: voce tedesca  -  Francesca Rossi: violoncello  -  Salvo Ruolo: canto