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Cristiano Angelini

L’ombra della mosca

Un vino rosso, robusto, sincero, dell’entroterra ligure. Il nome mettetelo voi, ma tra quelli che vi piacciono di più. Ecco cosa rimane in mente (o in bocca? O nelle orecchie? Non si sa mai dove alla fine si impiglino i dischi…) dopo aver ascoltato L’ombra della mosca di Cristiano Angelini.

Per il cantautore spezzino è l’album d’esordio, dopo almeno vent’anni passati sulle scene, con esperienze che vanno dagli inizi etno-rock all’adattamento di brani inediti di George Brassens. Ed è un album ben strutturato, con arrangiamenti che sanno assecondare i tempi e i ritmi della parola, sfruttando le inflessioni quasi umane del violoncello e le atmosfere crepuscolari della fisarmonica, ma anche gli inserti di cornamusa, flauto, corno francese. Il pianoforte di Marco Spiccio e le chitarre di Matteo Nahum (da anni due colonne portanti nel panorama genovese) fanno il resto, ossia danno vita e colore ai testi.

Già, perché L’ombra della mosca è un’opera che si caratterizza soprattutto per una scrittura densa, organizzata, a tratti in parte fin troppo robusta. Come per il vino di cui si diceva bisogna far decantare l’ascolto, bisogna saper aspettare e gustare, fino in fondo. Il mondo di Angelini è un continuo alternarsi di ombre e di luci, di figure retoriche e giochi di suoni, e i suoi personaggi vivono al confine del reale, mostrando di sé i lati più oscuri. È il caso di un Babbo Natale che decide di scendere dal suo carro volante («Forse aveva troppo poco tempo per partire ancora / e la luce gli tinge i capelli d’aurora / oppure era solamente stanco dei suoi piedi scalzi / e del sacco di juta, con i sogni degli altri» in La Juta di Klaus), o di Giuda, che accetta il ruolo di traditore per il troppo amore che lo lega a Cristo, in L’Escariota, o di Aisha la maga. Il viandante di La polvere dei guai, ad esempio, si confonde in un gioco di specchi con chi resta a vederlo andare via, mentre si incrociano lungo le strofe le voci di Angelini e Vittorio De Scalzi: «Il viandante gioca / come il ladro del mio sonno / e saccheggia la mia notte / quasi come fosse il giorno».

L’impressione è quella di essere finiti in una locanda dei destini incrociati, seduti ad un tavolaccio ad ascoltare parole e suoni che vengono da lontano e che per questo si fanno inseguire, non si lasciano cogliere al volo. Ma al tempo stesso i versi nascondono illuminazioni sorprendenti, come nel brano che dà il titolo all’album, e che si arricchisce del timbro profondo della voce di Max Manfredi: «Predoni di strade percorse dagli eventi / cercan piogge rinfrescanti / da discutere nei bar». O come per l’unica cover presente, la deliziosa La libertè, dello spezzino e un po’ troppo dimenticato Franco Fanigliulo.

Infine, come per tutte le bottiglie che si rispettino, una piccola sorpresa sul fondo: una traccia fantasma, di spirito goliardico, dedicata a Luciano Barbieri, animatore dell’Infermeria del Premio Tenco. Il brano è cantato con la partecipazione di almeno sei cantautori e musicisti genovesi, e il gioco è cercare di riconoscerli, senza che il libretto ne faccia alcuna menzione.

Perché chi ama il buon vino lo riconosce all’ascolto, non ha certo bisogno di legger tutto sull’etichetta.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Bruno Cimenti e Nives Agostinis
  • Anno: 2010
  • Durata: 53:00
  • Etichetta: Gutemberg Music by Caligola Records

Elenco delle tracce

01. Il profumo del canto

02. L’aroma del caffè

03. La juta di Klaus

04. La polvere dei guai

05. La conta dei passi

06. La libertè

07. L’iscariota

09. Aisha la maga

10. L’ombra della mosca

11. Il baro

12. Stagioni

Ghost track: Le capitaine Lucien

Brani migliori

  1. L’ombra della mosca
  2. La polvere dei guai
  3. L’Iscariota

Musicisti

Matteo Nahum: chitarra Marco Spiccio: pianoforte e voce Federico Bagnasco: contrabbasso Stefano Cabrera: violoncello Daviano Rotella: batteria Gianluca Nicolini: flauto Franco Piccolo: fisarmonica Vittorio De Scalzi: voce Max Manfredi: voce