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Francesco Guccini

L’Ostaria delle Dame

Se Francesco Guccini ha impregnato della sua poesia una generazione intera e più, se le sue numerose canzoni hanno sicuramente spostato la curvatura della vita di molti, rimane difficile per l’appassionato rinunciare alla produzione di canzoni nuove, come se un irrinunciabile idillio non si fosse mai spezzato. Ben vengano dunque, opere come il box Se io avessi previsto tutto questo, ancora recente, e questo inaspettato L’ostaria delle dame, pubblicato in due versioni, una comune, in due CD e l’altra più ampia in 6 CD. Quest’ultima presenta, completi, tre concerti tenuti nella leggendaria “cave” bolognese, nel gennaio del 1982, del 1984 e del 1985 e un volume di 80 pagine corredato da fotografie e scritti. Con l’eloquenza spontanea e la naturale affabulazione che gli conosciamo, Guccini sa ricreare un’atmosfera che ci è familiare, per noi periferici che abbiamo potuto ascoltarlo solo nei grandi spazi, ma riesce ancora di più nell’intento di abbattere barriere e muri del tempo, nella credibile illusione di essere là sotto, nei sotterranei della città medievale, a diretto contatto con la sua brillante verve di “contastorie”.

Le parole che arricchiscono anche l’edizione minore, aiutano, nel racconto informale della nascita del locale e di tutta la bella gente che da quelle parti è passata. Dell’Ostaria delle Dame, fondata da Francesco e dal volitivo Padre Michele Casali, si era solo sentito favoleggiare, e ascoltare uno scampolo di quelle serate (qui in alto una foto presa dalla sua pagina ufficiale Facebook) ti porta a gustarne ogni vibrazione, assaporare il pozzo senza fondo delle battute, quasi a tossicchiare per le volute di fumo. Altri tempi, altri sogni, altre speranze. O forse non del tutto. La tecnologia ha raggiunto risultati straordinari e il passaggio dai nastri magnetici denota una resa al di sopra di qualsiasi aspettativa. Guccini e Flaco Biondini, loro due soltanto, sono un connubio perfetto, nel quale musica e parola sanno fondersi come in un miracolo perenne. Francesco come ha sempre fatto, dialoga buffamente con il pubblico e i puntuali intro che separano una canzone dall’altra non sono meno divertenti ed emozionanti del repertorio stesso, arricchito da rarità e da una molto pregevole escursione nei territori nativi del chitarrista argentino, stella anche lui di virtuosismo e di intelligente capacità di adattamento.

Fin dall’inizio Guccini cattura il pubblico, lo investe del suo umorismo e poi attacca. Le canzoni che si vorrebbero non sono mai abbastanza, ma quelle che vengono proposte sono una carezza sul cuore. L’apertura è quella divenuta tradizionale, Canzone per un’amica, una di quelle che in America definiscono “topical songs”. Unica, profonda, precoce, forse fra le cinque più belle. La telegrafica Osteria dei poeti è una canzone d’amore “del tempo che fu”, scritta in occasione di un addio. Sulla scia di Brassens e di De André, segue Ti ricordi quei giorni, sempre filata all’ombra del rimpianto, inderogabile necessità gucciniana che incontra il culmine nella patina di nostalgia e di vagoni dondolanti del capolavoro Incontro. Canzone manifesto, atto d’amore cittadino, Bologna è l’affresco potente e preciso di una città definita “Parigi in minore”. Anche nella versione spartana del piccolo palco, Venezia è fra le più drammatiche ed elegiache, nella rappresentazione di una città contraddittoria fino ad essere una bolla d’aria. Ma è Canzone di notte n.2 che aspettavamo, una piccola Avvelenata ante litteram, bando del suo anticonformismo nella fortunata serie delle canzoni notturne. Granitica come una cattedrale, fra i ricami spagnoleggianti di Flaco, Francesco canta e recita Bisanzio, recita cantando come un consumato attore. La Canzone dei dodici mesi è più che un testimone della cultura medievale e umanistica del poeta e si staglia come il cartellone variopinto di un cantastorie. Mancano gli arrangiamenti inventivi e sontuosi dall’album Radici, ma Biondini lavora con classe fra gli stacchi delle canzoni. Stille di malinconia e struggimento del tempo che sfugge nelle sue stagioni. Chiude il primo disco, una composizione giovanile, nel gusto del rock ‘n’ roll, Il treno va del ’59, farcita di speranza e di allusioni. Il secondo CD porta un altro classico molto amato, Autogrill, preceduta da lunghe ed ilari digressioni. Apparentemente minimalista, il pezzo, fra i più sentiti e poetici, si avvale degli interventi soavi di Flaco. Luogo comune fra i classici, Auschwitz, non potrà mai invecchiare. La sua struttura di accordi facili mostra come le più alte canzoni, quelle più coraggiose, possano essere semplicemente grandi. Dedicata alla prima maestra di chitarra, la folksinger americana Deborah Kooperman, l’ampia e visionaria Argentina sottolinea quel mai sopito gusto esotico del poeta, come un incontrollato desiderio di fuga. Esilaranti le improvvisazioni sul mondo della bicicletta. Più Commedia dell’Arte che cabaret.

Il vecchio e il bambino, momento topico del suo canzoniere lirico, si avvale ancora degli squisiti florilegi di Biondini. Poi, per omaggiare il partner, si discende nel mondo sudamericano, con una Chacarera del ‘55, seducente e vorticosa musica per gauchos, cantata in spagnolo, nella quale si percepisce come un’ombra degli Inti Illimani. Poi frizzi e lazzi, secondo l’uso. Ancora, Yo quiero un caballo negro, nello stesso clima. “Voglio degli speroni d’argento per inseguire la vita che mi sfugge…”. La conclusiva Un altro giorno è andato sembra proprio trattenere con i denti quel senso di profonda caducità che è il fondamento del mondo interiore di Francesco Guccini. La fame di canzoni nuove si placa, si tiene a freno, provando a inventarsi ciò che è vecchio come nuovo e a provarne la stessa emozione, come la prima volta.

Foto di Paolo Di Francesco e tratte dalla pagina ufficiale Facebook

 

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In dettaglio

  • Anno: 2017
  • Etichetta: Universal Music

Brani migliori

  1. Canzone dei dodici mesi
  2. Canzone per un'amica
  3. Venezia