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Ron

Lucio!

Chi se non lui? Chi altri, meglio di lui?
L’abbiamo pensato fin da subito, prima ancora di ascoltarlo. L’abbiamo pensato, ancora con più convinzione, dopo il primo ascolto: Ron è l’unico che può avvicinarsi a Lucio Dalla con così grande sensibilità, amore, rispetto. Ron e Lucio, come due lati della stessa medaglia, due artisti che hanno iniziato un percorso insieme nel 1971, durato 40 anni e spezzatosi all’improvviso, violentemente. In un mare di tributi, omaggi, cover e citazioni inevitabili sia in vita che, soprattutto, dopo la morte (fisica) di un genio artistico, la voce di Ron si alza in volo con assoluta semplicità e trasparenza per riportarci un’immagine sonora viva, un ritratto musicale fedele e autentico, ma unico e originale, quanto di più distante da una inutile fotocopia. La sincerità e il cuore dell’artista di Dorno traspaiono in ogni verso di questo intenso lavoro e non ci sono una nota o un accento che suonino superflui, artefatti o, peggio, frutto di una meccanica riproduzione. Meglio del tributo di Fiorella Mannoia, poco più di un anno dopo la scomparsa dell’artista bolognese con l’album A te, sentito ma forse un poco manierista, Lucio! si sviluppa con fedeltà intorno all’immaginario “dalliano” e alla sua capacità evocativa.

In tutto il disco Ron rimane coerente con se stesso dalla prima all’ultima nota, ed è questo forse l’aspetto migliore dell’album. Stiamo ascoltando Ron, senza alcun dubbio, ma vediamo Lucio. Lo vediamo con il cuore, così come l’abbiamo ‘visto’ a Sanremo cantare il suo inedito Almeno pensami attraverso la voce e la delicatezza di Rosalino Cellammare. E l’emozione si ripete ad ogni ascolto, perché Lucio Dalla ci manca, inutile far finta di no, e ci manca la sua triste colorata e un po’ strampalata allegria. Ron canta Lucio! - con tanto di punto esclamativo ad evocare una sorpresa, un saluto durante un incontro imprevisto quanto desiderato - ma è come se Ron parlasse con Lucio. Questo disco è quasi un dialogo intimo tra un’entità corporea e una che corporea non lo è più, ma lo è stata: un racconto che non può prescindere da tante esperienze e tanto vissuto in comune, ma che continua nel tempo diventando immortale. “Son già passati mille anni / Tanto è il tempo che ti guardo e non mi parli”. Sono passati sei anni, ma sembrano mille, appunto.
 

Colpisce più di tutto la voce di Ron, registrata come se la sua distanza dall’ascoltatore fosse minima, ravvicinata al punto di essere quasi invadente; si sentono i respiri, il sospiro accorato, persino, a volte, una lieve insicurezza che, data la sua grande esperienza in sala d’incisione e sui palchi, ha il colore dell’emozione senza filtri, semplicemente. Dodici brani, anzi undici più uno, quel Come è profondo il mare con la sola voce di Dalla che ci regala, come in un dolce commiato a mitigare il doloroso sgomento infertoci da quell’improvvisa partenza, un’interpretazione inedita e bellissima del brano che forse più di ogni altro gli somigliava.

La scelta delle canzoni della tracklist segue il criterio del repertorio più noto di Lucio Dalla, concedendo però la giusta attenzione anche a un brano complesso e impegnativo come Henna, manifesto della religiosità anomala di Dalla, brano difficile da cantare perché, libero da vincoli strutturali, si sviluppa senza un ritornello come fosse un monologo interiore, di cui lo stesso Ron cerca di trovare e districare il filo. Ascoltarlo perdersi in quella melodia misteriosa e circolare, con assoluta devozione e umiltà come fosse un atto d’amore, è una sensazione bellissima di cui non possiamo che essergli enormemente grati.

Molto interessanti e originali gli arrangiamenti dello stesso Ron, mentre la direzione e l’arrangiamento dell’orchestra sono affidate al maestro Peppe Vessicchio. Per esempio, in Tu non mi basti mai, il suono è alleggerito rispetto all’originale e in 4/3/1943 l’armonia è privata del sapore popolaresco per muoversi su trame più soffuse, un arpeggio di chitarra che via via si appoggia ad atmosfere quasi soul, arricchite dagli archi dell’Orchestra di Budapest sul finale; Canzone, al contrario, è ravvivata ulteriormente nei suoni folk, tra mandola, mandolino e mandolcello, chitarra portoghese e bouzuki, quasi a rimarcare il suo potenziale di “danza popolare” appena accennato nell’originale. Il sax soprano di Stefano Di Battista dà invece alla leggerezza giocosa di Attenti al lupo una chiave jazz, richiamando alla memoria una delle molte anime di Dalla.

Cara è uno degli episodi più felici e meglio riusciti dell’intero album: l’atmosfera intima si fa sensuale nel canto che duetta con gli archi, e la voce di Rosalino rende un’interpretazione emotiva assolutamente vera, dalle infinite sfumature. Splendida e commovente, “…e così sia”.

Tutto nel disco appare intenzionalmente tenue, vicino, confidenziale e tangibile come una carezza, familiare come una frequentazione cara, affettiva. In due brani, Chissà se lo sai e Piazza Grande, sono state conservate le tracce originali delle registrazioni vocali di Dalla, realizzando un’operazione un po’ azzardata, quella del ‘duetto virtuale’. Eppure, di patetico non vi è assolutamente nulla, anzi: è tutto al contrario molto naturale, perché nella realtà le due voci già si erano accompagnate e confrontate innumerevoli volte. Per questo ribadiamo che nessuno, meglio di Ron, potesse fare un disco di questo spessore e, nel contempo, di tale delicata bellezza.

La mancanza di un brano come Caruso è evidente, arrivati alla fine dell’ascolto, ma ha una sua logica precisa, crediamo. È molto probabile che Ron non se la sia sentita di ‘toccare’ quella canzone che è di per sé intoccabile. Nemmeno il Principe, nel tour che fecero insieme nel 2010/2011, aveva osato tanto (così come Dalla non aveva messo voce sulla sua Donna cannone, per reciproco rispetto), e siccome Ron è una persona di grande intelligenza e modestia, ha ritenuto di non fare diversamente, e gliene rendiamo merito. Notevole, inoltre, l’intuizione di Rosalino di non cantare nel brano finale, rimanendo sullo sfondo e limitandosi semplicemente a suonare la chitarra elettrica, dando un nuovo tappeto sonoro quasi rock alla linea vocale originale di Dalla. Come se avesse voluto restituire all’amato Lucio quella possibilità che gli è stata negata di accommiatarsi con un saluto, incamminandosi lentamente, fischiettando, per poi sprofondare tra i suoi famosi e inconfondibili vocalizzi in quel suo, e nostro, amato mare.
Con quella voce che no, non ci basta mai d’ascoltare.

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Maurizio Parafioriti e Ron
  • Anno: 2018
  • Durata: 53:00
  • Etichetta: Sony Music/Le Foglie e il Vento

Elenco delle tracce

01. Almeno Pensami
02. 4/3/1943
03. Tu non mi basti mai
04. Piazza Grande (con Lucio Dalla)
05. Henna
06. Attenti al lupo
07. Quale allegria
08. Chissà se lo sai (con Lucio Dalla)
09. Futura
10. Canzone
11.  Cara
12.  Come è profondo il mare (Lucio Dalla)

Brani migliori

  1. Almeno pensami
  2. Attenti al lupo
  3. Cara

Musicisti

Elio Rivagli: batteria  -  Roberto Gallinelli: basso  -  Giuseppe Barbera: pianoforte  -  Ron: voce e chitarra acustica  -  Peppe Vessicchio: direzione orchestra
Con la partecipazione di: Art Budapest Orchestra e Choir  -  Berta Banki, flauto in Tu non mi basti mai  -  Stefano Di Battista, sax soprano in Attenti al lupo  -  Maurizio Pica, arrangiamento e chitarra classica in Canzone, chitarra elettrica in Cara  -  Ruggero Brunetti, chitarra elettrica in Com’è profondo il mare  -  Lucio Dalla è presente in Piazza Grande e Chissà se lo sai registrate nel 2000, per gentile concessione di Warner Music