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Ginez e il bulbo della ventola

L'ultima cena

Ci ho provato, giuro che ci ho provato. Alla fine di un movimentato concerto a Torino sono andato a cercarli al bancone di un bar e ho provato a chiedergli il perché di quel nome. Ginez e il bulbo della ventola, ma che vuol dire…ma perché…

Il fatto è che sia io che loro al bancone di un bar giochiamo in casa e forse, fossi stato una persona posata e affidabile, avrei dovuto prendermi due appunti e invece non ricordo neppure se m’abbiano risposto, se abbiano cercato di dare una giustificazione a quell’immagine post industriale, postapocalittica, postqualsiasi che evoca il loro nome. Però, nel ricordo vaghissimo di quella notte, giuro di aver provato a capire e ancora le ricordo le risate sghembe tra noi e le parole lanciate a manetta spalancata nella notte e il restare a ciondolare in favore di un furgone del paninaro ormeggiato alla periferia torinese.

All’epoca portavano in giro i pezzi del loro primo disco, “…canzoni, bottiglie e altre battaglie e almeno sul titolo ci siamo capiti subito. E ora mi ritrovo sul tavolo il disco nuovo di questi del bulbo rotante, sempre con quel cazzo di nome che alla fine uno si abitua e sembra pure normale. L’ultima cena, il titolo è l’ennesimo motore evocativo che questi maledetti liguri sanno avviare nella mia anima euro zero. E recupero alla memoria al primo ascolto quelle atmosfere delle origini ma forse più compiute, più esperte nell’uso dei suoni e della voce. Canzoni di nostalgia e di dolore e di maledizione al cielo piccolo dei nostri giorni. Biografie scritte su un vecchio tavolo di legno con il dito intinto nel vino. Se ci fosse la possibilità di percepire a livello tattile una canzone, questo disco sarebbe una vecchia giacca di tela ruvida, consumata e lontana dall’idea diffusa di eleganza ma sempre irrinunciabile. Canzoni che ti stanno addosso come se fossero state imbastite e confezionate per qualcun altro, anche solo sospettato, e poi recuperate in qualche banco dell’usato lasciando che solo il tempo e la lunga frequentazione adattino reciprocamente corpo e tessuto in un’unica misura dell’andare e del vivere. Una di quelle giacche con le tasche riempite di cose che possono rivelarsi utili con potenti epifanie quando tutto sembra perduto. Una fodera calda e un collo da rialzare contro il freddo della notte andando incontro al giorno. E la notte da solo, in macchina, a mangiare chilometri, quella giacca resta lì al tuo fianco e ogni tanto la guardi e sorridi, come ad averci accanto il migliore degli amici. Ti fermi alla stazione di servizio e ti infili nel ruvido della tela e non tanto per il freddo ma per quel minimo di protezione che merita la tua anima nomade. Ordini un caffè e il fatto che alla cassa ci sia un uomo assonnato ti esonera dal picchiettare un indù in latta su una scatola di te.

Ecco, questo disco di Ginez e il bulbo della ventola ho cominciato ad ascoltarlo quasi con distrazione e a un certo punto mi sono accorto che me lo portavo addosso come fosse la mia giacca preferita. Non saprei dire qual è la canzone che preferisco ma se è per questo non ho mai pensato che la mia giacca fosse bella per un bottone o per una particolare cucitura. Grazie Ginez, grazie Bulbo, grazie Ventola, il prossimo lo offro io, ve lo devo.      

 

 

 

 

 

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In dettaglio

  • Anno: 2019
  • Durata: 51:16
  • Etichetta: Autoprodotto

Elenco delle tracce

01. L’ultima cena
02. Se vuoi
03. Lampedusa
04. La vanvera
05. Requiem
06. Le stagioni di Marzia
07. Canal Saint Martin
08. Abbracciami
09. Buio che cala
10. Tu dille

Brani migliori

  1. L’ultima cena
  2. Lampedusa
  3. Canal Saint Martin

Musicisti

Ginez: Voce, chitarra - Fabio Pollona: Chitarra solista - Roberto Ascoli: Batteria - Daniele Duchini: Basso