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Cristina Nico

Mandibole

Avrebbe dovuto essere un concept album sulla pausa pranzo, il disco d’esordio della vincitrice del premio Bindi 2014, Cristina Nico. E invece nel corso del tempo, un po’ per volta, Mandibole si è trasformato in qualcos’altro (anche se del progetto originario rimane qua e là qualche mattone). Il fatto è che il tentativo era destinato inevitabilmente a fallire. Intendiamoci, non certo per mancanza di capacità o assenza di ispirazione (anzi, il disco è proprio ricco di capacità ed ispirazione). Quanto, piuttosto, perché la cantautrice aveva in mente di fare una sorta di fotografia dell’attuale società italiana vista con gli occhi di una lavoratrice – appunto - nelle pause pranzo. Ma Cristina Nico parla sempre, in tutte le sue canzoni, in prima persona. E fino a qui nulla di male. Il problema è che il narratore interno non riesce a non parlare anche di se stesso, a raccontare se stesso, a mettere a nudo se stesso. La fotografia così, per usare un termine tanto brutto quanto ormai comunemente accettato, si sarebbe trasformata in un selfie.

Possiamo parlare per ciò di fallimento? Niente affatto, perché inconsapevolmente (crediamo), Mandibole diviene comunque un concept. Un album sul concetto della dualità. Tutto il disco è pervaso da forze contrarie che spingono in direzioni opposte e che – nei migliori capitoli – portano a una perfetta armonia del tutto. Ma vediamo più da vicino alcune di queste “forze contrarie”. Prima di tutto il continuo alternarsi di un “fuori” (l’osservazione della realtà circostante) e un “dentro” (l’osservazione della propria vita). Ne deriva una presenza di inserti fortemente descrittivi (la title track Mandibole, piccolo gioiello in cui si racconta come l’autofagia umana abbia divorato persino le giunture della nostra società) accanto a quelli più prettamente lirici (L’inopportuna, Meteoropatia). Se nei primi tende a prevalere l’ironia e il sarcasmo (“I vip miracolati devoti a Padre Pio/ la fine nei pronostici dei Maya e di mio zio:/ è tutto un esercizio di mandibole”), nelle altre troviamo invece una sorta di drammaticità nel dettato. Va da sé che poi tali elementi possono convivere all’interno della stessa canzone. È il caso, per esempio, di Meteoropatia dove l’incipit fortemente “drammatico” viene smorzato dopo pochi versi: “C’è una coltre di nubi/ dentro e fuori di me/oggi il cielo è basso/ che goduria/ per la mia meteoropatia”; oppure in Formaldeide o Giorno dopo giorno. Ovviamente tale dualismo si rispecchia anche nella scelta del linguaggio e dei termini. Così come nella spinta contrappositiva tra alto e basso. Ecco, allora che le creature terrene (per conoscersi) devono fare i conti con quelle degli abissi, perché solo loro sono in contatto con il grande magma dell’inconscio. Ne consegue un altro dualismo: quello tra la volontà di elevarsi a livello coscienziale in una dimensione più alta e il fare i conti con la prosaicità della vita di tutti i giorni, con le nostre inevitabili debolezze.

La canzone che forse meglio rappresenta tutto ciò di cui abbiamo parlato è probabilmente Cocoprosit. Il pezzo si apre con un proposito quasi alla Battiato: “Non sprecare il tempo in cose necessarie ma inutili/ che non nutrono il tuo spirito”; proposito però subito tradito nel momento in cui la protagonista si tuffa nella vita di tutti i giorni: “ma poi mi son truccata, vestita e mascherata e sono uscita/ e quelle son rimaste parole dette ad uno specchio”; la vita di tutti giorni viene così paragonata a un “purgatorio artificiale”; l’unica soluzione per rimediare allo “smacco” del fallimento del proposito inziale diventa l’amore. L’interlocutore cambia e non è più il proprio Io: “Prenditi un giorno di ferie, resta con me/ facciamo l’amore”; in una sorta di freudiano gioco di libere associazioni, l’amore per il proprio compagno di vita ci rimanda alla fonte ontologica del nostro Amore: il materno. E Nico si immagina di portare un fiore sulla tomba della madre (a cui è dedicato l’intero disco); la conversazione può riprendere, ma non adesso solo in un’altra dimensione. Appare così, come ultima immagine, quella della lucertola (creatura in qualche modo anch’essa degli abissi e investita – come tutti gli animali qui presenti – di un forte valore simbolico e allegorico) che ha fatto il nido proprio sulla tomba materna. In quel gioco di ascese e discese di cui parlavamo prima, è proprio la lucertola che ha il compito di farsi portatore del significato ultimo del nostro esistere, tanto da essere lei a parlare e a sentenziare: “Questi siamo noi/ mantici di aria e sogni/ che si gonfiano e si sgonfiano per vivere/ pianeti irraggiungibili e fragili/ orfani dell’eternità”. Solo adesso – dopo questa sorta di viaggio agli inferi della coscienza – Nico può ripetere anaforicamente il verso iniziale che acquista ora tutt’altro e vero significato. Ma anche con la consapevolezza che, verosimilmente, un altro specchio ci costringerà a truccarci e a mascherarci per immergerci nel “Purgatorio artificiale”.

Un disco d’esordio, insomma, questo Mandibole, che si presenta come uno dei più interessanti della stagione musicale italiana. Otto brani (più la cover di Kate Bush Mother stands for comfort, ancora una volta dedicata alla madre) solidi, suonati e arrangiati (un bravo a Tristan Martinelli) con cura e sobrietà. Un bel mix di ballad, rock e canzone d’autore. Per ribadire quanto la scena musicale femminile ligure sia particolarmente viva e desiderosa di farsi ascoltare. 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Cristina Nico e Tristan Martinelli  
  • Anno: 2014
  • Durata: 35:18
  • Etichetta: Orange Home Records

Elenco delle tracce

01. Le Creature Degli Abissi
02. Formaldeide
03. L’Inopportuna
04. Cocoprosit
05. Giorno Dopo Giorno
06. La Litania Dei Pesci
07. Mandibole
08. Meteropatia
09. Mother Stands For Comfort 

Brani migliori

  1. Le creature degli abissi
  2. Mandibole
  3. Cocoprosit

Musicisti

Cristina Nico: voci, chitarre  -  Tristan Martinelli: chitarre, basso, tastiere, batteria, cori  -  Federico Branca Bonelli: batteria