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Eugenio Rodondi

Ocra

La canzone d’autore non è mai morta, plausibilmente ha un’aspettativa di vita che è uguale a quella dell’umano genere, ma piuttosto ha dovuto adattarsi all’ambiente e di volta in volta ha saputo ridisegnare la sua urgenza espressiva sulla base di quello che c’era e spesso di quello che restava.
Innegabilmente però, nel naufragio conclamato del mercato discografico tradizionale che non può più contare sui numeri di un tempo, per mille ragioni su cui non intendiamo tornare ancora una volta, una nuova generazione di cantautori sta bussando alle porte del mondo e chiede meritata attenzione. In questi ultimi anni è incredibilmente aumentato il numero di giovani che si misurano con canzoni che scrivono e cantano da soli, portandosi in giro i loro dischi da un locale all’altro e tenendo nella tasca interna della giacca la lezione scritta a matita dai loro padri e un coltello a serramanico per ricordarsi che a volte proprio il padre va ammazzato. Gente che sa scrivere e sa suonare e sa cantare ma che magari non trova spazio, dov’è finito il benedetto spazio tocca domandarsi alle volte guardando questo panorama da dopobomba che fa da fondale alla nostra quotidianità. E allora tocca averci la fortuna di passare dall’osteria giusta, dal piccolo palco di provincia per imbattersi in tessere di pregio di questo mosaico complesso che è la canzone autoriale al tempo della morìa dei contenuti, della peste dell’arte tutta. Eugenio Rodondi è uno che scrive canzoni belle, in bilico su certa passione civile e l’attenzione alle pieghe minime del presente, alle stimmate di una generazione non ancora trentenne che è terrorizzata dall’idea di fare un figlio e resta aggrappata al Negroni in una sospensione agghiacciante da apericena eterno. Ocra, il disco recente di Eugenio Rodondi, ha un bel tiro, proprio a partire dal pezzo che regala il titolo all’intero album e passando a momenti più intimi e al sorriso strappato.
Appunti sparsi su una quotidianità che è anche la nostra e, in un corpo sonoro ben sorretto dall’arrangiamento, corrono parole che a volte passano a fior di pelle con un maledetto bordo affilatissimo. A fine disco resta un vago sapore amaro in bocca, magari non sarà da queste canzoni che ci sarà da prendere coscienza ma forse la maledetta scoperta dell’imbarazzo condiviso ci farà fare i conti con il presente. Continuando per strada a canticchiarci dentro i versi della Canzone Moschina. Poi magari lo troverete Eugenio Rodondi, a cantare da solo, chitarra e voce, queste stesse canzoni che prenderanno altra forma e altra suggestione. E non è poco davvero di ‘sti tempi.


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In dettaglio

  • Produzione artistica: Nicola Baronti
  • Anno: 2015
  • Durata: 34:00
  • Etichetta: Phonarchia dischi

Elenco delle tracce

01. Ocra
02. Canzone moschina
03. La cicala
04. Trattamento di Fini Rapporti
05. La notte dei camaleonti
06. Dov'è Laura
07. Mariel e il Capitano
08. Horror Vacui
09. La maschera bianca
10. Briciole di pane

Brani migliori

  1. Ocra
  2. Canzone moschina
  3. La notte dei camaleonti

Musicisti

Eugenio Rodondi: chitarre e voce  -  Etruschi from Lakota / Venus in Furs: tutti gli altri strumenti e voci