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Marco Rovelli & l’Innominabile

Portami al confine

Marco Rovelli è un sacco di cose, scrittore, poeta, saggista e reporter, insegnante, filosofo, libertario, uomo di teatro, uomo di voce e di musica. Tutte queste attitudini risultano perfettamente riunite nel suo ultimo disco, che è una sorta di concept album, una raccolta di canzoni scritte con l’impegno che sappiamo riconoscere in questo autore e che è ormai cifra stilistica. Ma Portami al confine è di più, è un’esperienza in cui letteratura e musica, cronaca e invenzione narrativa, costruiscono un’opera complessa e riunita da un sartiame che a volte svela limpidamente il correre delle sue fibre e a volte richiede attenzione e ripetuti ascolti per disvelarsi nella sua variata articolazione.

In questo disco ci viene restituita una delle anime complesse di Rovelli, quella in bilico tra canto dalla forte suggestione folk e le atmosfere elettriche e scure di certo rock d’autore, Nick Cave su tutti, che sono, a dispetto degli aristotelici classificatori, il terreno d’elezione di questo artista. Cominciando dalla fine. Perché lo spirito guida che ci accompagna da un brano all’altro si palesa in Beckett, la prima traccia, ma è già prepotentemente evocato in quell’entità che in copertina s’accompagna a Marco Rovelli: l’Innominabile. A molti non sfuggirà che quel personaggio, che si chiede di non evocare ma di cui si segnala l’esistenza, è il terzo capitolo della trilogia di Beckett, la chiave d’accesso al labirinto di immagini e emozioni che ci fanno perdere e ritrovare da un brano all’altro. E si parte dalla fine perché l’Innominabile è un punto di arrivo e forse di termine. Andare oltre quelle pagine non fu facile nemmeno per Samuel Beckett, perché s’arrivava a esplorare su un impietoso tavolo settorio la natura delle parole, tessere musive di tutti i racconti possibili. Ma dalla fine si riparte sempre, lontani dall’impaccio dell’hybris e piuttosto rassegnati all’errore perché rassegnati all’umano.

Portami al confine si interroga sulle barriere e sui muri e sulle staccionate che tiriamo su per dividere, invocando identità che non sono merce di scambio ma fottute chiavi con cui chiudersi dentro le nostre tragiche stanzette a delirare di razza pura e noi e loro. Da un brano all’altro il confine si sposta e procedendo ci si convince che nostra patria è il disco intero. Racconti diversi, tante canzoni davvero, per un disco densissimo che si muove sulle coordinate dello spazio e del tempo, misure della storia e dell’esperienza. E le parole si fanno trasportare da una scrittura musicale mai scontata, con un violoncello che ti entra dentro le pieghe dell’anima e una sezione ritmica che incalza.

L’ultimo brano è un regalo davvero ed è l’unica canzone che non ha scritto Rovelli perché è un pezzo significativo della memoria musicale italiana. La giacca di Claudio Lolli chiude un disco complesso e mai scontato e c’è da emozionarsi a ogni ascolto sentendo la voce del suo autore che, duettando con Marco Rovelli, lascia l’ultima testimonianza di una formidabile esperienza artistica e umana. Del resto Claudio Lolli il suo primo disco lo aveva intitolato Aspettando Godot e Beckett torna ancora a chiudere il cerchio. Ancora una volta Rovelli non s’è lasciato spaventare dalla strada tortuosa che lo ha portato da un confine all’altro e ha fatto bene. Benissimo.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Marco Rovelli, Rocco Marchi, Roberto Passuti
  • Anno: 2019
  • Durata: 55:25
  • Etichetta: Squilibri Editore

Elenco delle tracce

 

01. Beckett
02. Cuore di tenebra
03. La domenica della vita
04. I buffi del cuore
05. Tempo rubato
06. Chiara dorme
07. Nanà
08. Il povero Cristo
09. La neve
10. 43
11. Io ti scrivo
12. Il paese guasto
13. Il muro di Idomeni
14. Al confine
15. La giacca

                                   

Brani migliori

  1. Beckett
  2. 43
  3. Al confine

Musicisti

Marco Rovelli: voce, chitarra acustica - Rocco Marchi: basso elettrico, piano elettrico, synth - Lara Vecoli: violoncello - Paolo Monti: chitarre elettriche - Massimiliano Furia: batteria