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Davide Van De Sfroos

Quanti nocc

Quando si ascoltano le canzoni di Davide Van De Sfroos, spesso si manifesta un fenomeno molto particolare: le canzoni non vanno solo ascoltate ma bisogna attendere che vengano a cercare l’ascoltatore. Bussano alla porta dell’attenzione e dell’immaginazione e ogni volta ci si stupisce di scoprire dettagli nuovi a canzoni già ascoltate decine e decine di volte. Sarà il mistero del dialetto laghèe? Sarà l’affascinazione delle immagini che vengono create dalle parole e dalle melodie che le accompagnano? Sarà che chi ascolta muta continuamente, con stati d’animo che cambiano prospettive ed emozioni…? Chissà…, certamente il mistero rimane e non ci lascia indifferenti.

Il ‘Tour de nocc’ ed il ‘Van Tour’ (entrambi effettuati nell’anno in corso), che hanno visto la presenza di alcune delle canzoni incise per questo album, Quanti nocc, hanno rappresentato un momento importante per la ripresa live dell’artista monzese/laghèe dopo lo straordinario e catartico concerto dal vivo (e di fronte al lago di Como), in quel di Lenno nel settembre del 2018. Un concerto importante che ha rimesso al centro dell’arte di Davide Van De Sfroos l’uomo Davide Bernasconi, con la sua capacità di osservare, riflettere, comprendere, meditare, narrare, rimettendo in circolo le sue emozioni a beneficio dei suoi inamovibili estimatori e di tutti coloro che non si accontentano di ascolti banali e superficiali. Già, perché l’ascolto delle canzoni di questo fiero esponente del lago di Como non è né facile né immediato, se ragioniamo a livello nazionale e non solo lombardo. Ci riferiamo ovviamente al testo, essendo quasi tutte le sue canzoni in dialetto, mentre per l’impatto emotivo creato dalle musiche… il problema non esiste assolutamente. Per coglierne appieno la portata è un ascolto che richiede quindi un’attenzione ‘strutturata ed importante’, al fine di non perdere le sfumature di cui le sue canzoni, le sue storie, trasudano in abbondanza. Infatti, se si prende un suo testo e lo si legge con attenzione, ci si accorge che le sfumature sono parte integrante delle storie raccontate e non semplici abbellimenti lessicali. Non per niente l’artista ha anche già scritto una serie di libri di cui, alcune parti, potrebbero essere tramutate in canzoni. Ma, questa, è un’altra storia. O un’altra canzone, dipende da dove la si guarda.

Tornando invece all’album in questione, rappresenta il resoconto di una serie di concerti notturni, con atmosfere molto suggestive ma richiama, anche, al turno di notte di chi ha questa parte della giornata come “giorno di lavoro”. Un giro di concerti, quello del declinante 2019 con lo sguardo rivolto – anche - verso quel mondo del lavoro che ha la notte come soggetto portante della propria vita. Il nuovo album è uscito a metà novembre in versione digitale, doppio CD e triplo vinile, oltre ad un nuovissima edizione che comprende i tre vinili e i due cd.

Tour de nocc 2019 – Tour teatrale

È proprio con La nocc che si apre l’album, dove il violino di Anga invita ad aprire la porta dei sogni accompagnato dall’augurante benedizione del sax di Riccardo Luppi, un valente musicista già attivo negli anni ’70 che ha suonato con miriadi di musicisti jazz (e non solo). La lettura del brano potrebbe essere quella di un blues senza le 12 battute canoniche, in quanto sia il sax che il violino rendono l’atmosfera calda, scura, coadiuvati dalla chitarra elettrica di Paolo Cazzaniga in versione gitana, realmente notturna tanto che la canzone potrebbe essere suonata in modalità dilatata per molti minuti in più rispetto al tempo dedicato. Ad aprire San Macacu e San Nissoen sono invece la chitarra acustica e la voce di Davide, più che un classico brano è un racconto, ricco com’è di immagini inusuali e dove “l’angelo torna indietro a cambiare i calzoni…”. Un’altra metafora del brano è “Volevo spegnere tutto e non ho trovato il bottone”, illuminato dalla chitarra elettrica in stile country che appare ad ingentilire l’atmosfera, accompagnata nel finale dal suono del flauto traverso. Se possibile l’atmosfera è un po’ la stessa anche ne La preghiera delle quattro foglie, che si manifesta con sonorità che rievocano sia i Jethro Tull che i Pentangle dei primi anni ’70, dove tutto rimanda ad immagini dei boschi del nord Europa pieni di storie ancestrali e visioni mitiche. Il violino di Anga costruisce figure quasi oniriche mentre il suono, in penombra, dell’ottavino pare voglia abbracciare le note del violino in una sorta di afflato che accompagna le parole del ‘cantastorie’. Il suono della chitarra elettrica ben si innesta nel clima complessivo generato dal brano, con un finale reso dolce dall’ascolto dell’ottavino che scivola sulle ultime parole del testo.

La notte è ancora protagonista in Ninna nanna del contrabbandiere, splendido brano scritto più di vent’anni fa, che altro non è che una preghiera raccontata/declamata con estrema dolcezza mentre si sentono scorrere i minuti e le ore del tempo, Un tempo che sembra interminabile in attesa che ritorni la luce che, pure, non è amica di chi - con la gerla sulle spalle - percorre sentieri, attraversa confini. Va de sfroos, insomma... Uno sguardo poetico che apre finestre sull’esterno per osservare la luce della luna illuminare monti e valli dell’immaginario. E mentre il suono dell’hang rende l’atmosfera rarefatta, l’immagine del cesto sulle spalle che pesa come una croce è il segno più potente di questa canzone. Le note del sax e quelle del violino sono l’appropriato sigillo a chiudere una sorta di libro della vita. Pulenta e galena fregia, la quinta traccia, arriva a bussare alle porte delle nostre emozioni introdotte dal suono della chitarra acustica mentre il sax sviluppa suoni e melodie inattese, decisamente affini all’atmosfera creata da questo caposaldo della poetica di Van De Sfroos. La voce è morbida, rilassata e la canzone è rallentata rispetto al suo ritmo usuale. Vento, temporale, spiriti, folletti, luna, notte… tutti ingredienti indispensabili per lo sviluppo di un brano sempre godibile che ricorda che “i fantasmi lasciano la traccia” laddove i fantasmi possono essere tutte le vicende che incontriamo nella vita, in particolare quelle meno belle. Il sax colora in maniera perfetta le immagini prodotte dalla canzone e nel finale il violino e la chitarra elettrica ne abbracciano le note portando a conclusione più che una canzone una gran bella storia dove “l’essenziale è invisibile agli occhi” (cit. da ‘Il piccolo principe’). È proprio con La nocc che si apre l’album, dove il violino di Anga invita ad aprire la porta dei sogni accompagnato dall’augurante benedizione del sax di Riccardo Luppi, un valente musicista già attivo negli anni ’70 che ha suonato con miriadi di musicisti jazz (e non solo). La lettura del brano potrebbe essere quella di un blues senza le 12 battute canoniche, in quanto sia il sax che il violino rendono l’atmosfera calda, scura, coadiuvati dalla chitarra elettrica di Paolo Cazzaniga in versione gitana, realmente notturna tanto che la canzone potrebbe essere suonata in modalità dilatata per molti minuti in più rispetto al tempo dedicato. Ad aprire San Macacu e San Nissoen sono invece la chitarra acustica e la voce di Davide, più che un classico brano è un racconto, ricco com’è di immagini inusuali e dove “l’angelo torna indietro a cambiare i calzoni…”. Un’altra metafora del brano è “Volevo spegnere tutto e non ho trovato il bottone”, illuminato dalla chitarra elettrica in stile country che appare ad ingentilire l’atmosfera, accompagnata nel finale dal suono del flauto traverso. Se possibile l’atmosfera è un po’ la stessa anche ne La preghiera delle quattro foglie, che si manifesta con sonorità che rievocano sia i Jethro Tull che i Pentangle dei primi anni ’70, dove tutto rimanda ad immagini dei boschi del nord Europa pieni di storie ancestrali e visioni mitiche. Il violino di Anga costruisce figure quasi oniriche mentre il suono, in penombra, dell’ottavino pare voglia abbracciare le note del violino in una sorta di afflato che accompagna le parole del ‘cantastorie’. Il suono della chitarra elettrica ben si innesta nel clima complessivo generato dal brano, con un finale reso dolce dall’ascolto dell’ottavino che scivola sulle ultime parole del testo. 
Voce e suono del sax (qui una bella foto di Riccardo Luppi) introducono un volitivo “io raddrizzo le saette” ricordando che “il tuono non perde il suo rumore…”, siamo entrati così nel brano Dove non basta il mare, con una chitarra elettrica morbida a supportare la melodia e il violino a sottolineare la voce narrante. Originale, poi, l’introduzione ed il finale cantato in lingua sarda, a sugello della passione di Davide per l’isola, ampiamente ricambiata dai sardi tanto da ricevere, nel 2015, il premio dedicato alla grande Maria Carta da parte dell’omonima Fondazione.
Chitarra acustica e voce, relazione tra il vento e la notte, “la sabbia bagnata nella clessidra che è riuscita a fermare anche il tempo…”, lo sguardo verso il futuro al seguito di una serie di domande evocate in maniera serrata. Questo è Ki, brano che chiede risposte a domande senza tempo espresse in modalità quasi underground. “Chi ha consumato il suo Dio…?” che sembra voglia essere una provocazione e, invece, potrebbe rappresentare un forte stimolo ad una profonda riflessione sul senso religioso della vita. La linea melodica è supportata dal suono sincopato prodotto dall’unione delle note del violino, del sax, dell’hang che si mischiano fino a creare un suono univoco e avvolgente. Ed ora Ventanas, brano che si sviluppa nella modalità racconto, costruendo una sintassi valida per un canto corale ai concerti. A voce piena negli spazi aperti, sottovoce negli spazi chiusi… Una canzone carica di immagini come in fondo lo è tutta la poetica di Van De Sfroos, che ricama le liriche attraverso le note degli strumenti. Toni morbidi, sonorità delicate, tutto con uno sguardo verso l’infinito. Siamo alle ultime tre canzoni del primo cd e troviamo I ann selvadegh del Francu, che è un po’ la ripresa di Frank wild years del grande Tom Waits. L’armonica apre il brano, più che cantato potremmo dire che è recitato, accompagnato da interventi musicali dell’armonica e del violino, presenti con una sorta di mordi e fuggi. Ma l’attenzione viene convogliata sullo sviluppo di una storia che si dipana, lugubre e scura, fino all’inaspettata conclusione finale. Brucia la casa, brucia la moglie, brucia il cane della moglie, mentre il sax si unisce agli altri strumenti per creare un loro suono “scuro”, amalgamandosi a quel rogo inatteso e colmo di rancore…

Qui cambiamo registro e diciamo subito che è sempre suggestivo l’ascolto di Sciur Capitan, una canzone contro l’uso delle armi, cantata con grande intensità e delicatezza al contempo. Il lavoro del violino è incisivo e riempie le pagine della canzone ed irrora di passione e bellezza un testo pieno di malinconia per l’ingiustizia della guerra, di tutte le guerre. Una sorta di “Guerra di Piero” dei nostri giorni, cantata/raccontata nel dialetto laghèe ma ben comprensibile a tutti. Proprio tutti. Poi, certo, chi non vuol capire non capirà. E non parliamo solo del dialetto… 

Una canzone d’amore alla fine è arrivata (forse lo sono tutte, ma declinate in maniera così obliqua da non farlo nel senso classico del termine…) e La figlia del tenente lo è, ma ingloba anche una lettura del tempo e della vita che scorre, inesorabile, insieme ai nostri desideri, gioie e delusioni. Si potrebbe definire una canzone “dell’attesa”, tanto la parola compone e colora immagini diafane innaffiate da suoni che rendono il brano ‘dolcemente’ malinconico.

Giusto il tempo di cambiare dischetto nel lettore e il sax di Luppi - con la voce di Van De Sfroos - aprono ai venti di Brèva e Tivàn, queste due tipiche correnti contrapposte che spirano sul lago di Como, importanti per la navigazione delle piccole imbarcazioni e per la vita intorno al lago stesso (la mattina, il Tivano, si sposta da Nord a Sud, lasciando nel primo pomeriggio il posto al Breva. Qui nella foto di repertorio un'imbarcazione d'epoca). Una canzone sulla vita, sulla ricerca del senso del mistero, una canzone che vede il cammino misterioso del destino, che si interroga sulla potenza della natura e dell’invisibile, come il vento che spesso regola vita e morte degli esseri umani. Il coro finale sembra voglia quasi accompagnare un’imbarcazione sacra verso il regno del mitologico ‘Walhalla’ o, semplicemente, dei sogni. La musica è quasi un sospiro, come il canto, per dare ancora più spessore alla tensione che questa canzone evoca senza sosta. Chitarra e voce sono l’ingrediente principe, con il supporto del flauto e delle percussioni, de La bàlada del Genesio, una ballata popolare che racconta di una vita indecisa, irrisolta, incompiuta. Il sax e le percussioni sono elemento distintivo dello svolgersi della canzone fino all’arrivo della chitarra elettrica che, con garbo, si introduce nella struttura musicale del brano. Quella del Genesio è “E una vita tirata come un nastro di scotch…”, colorata, con il calore dei suoni con il violino a portare il protagonista, metaforicamente, fuori dalla porta della vita… La voce che introduce Al Paradiso dello scorpione ha invece un tiro blues, con i musicisti a cui viene affidato il compito di colorare, con ‘schizzi’ musicali, una tela - pardon, una canzone - ricca di intrecci sonori e lessicali di grande pregio. Percussioni, sax e suono latino, accompagnati dal violino, esprimono un ritmo quasi caraibico in La terza onda. Solare e piena di luce la terza onda appare come rischio della vita, come uno sciabordio di parole e sentimenti che arrivano sempre a chiedere, prima o poi, il conto. Potente il suono del violino che introduce il sax per un finale che potrebbe continuare e continuare, proprio come le onde del mare.

 

Passiamo adesso alla seconda parte (virtuale) del secondo cd, quella che racchiude un pugno di canzoni prese dal ‘Van Tour 2019’ (tour estivo).
Iniziamo con Lo sciamano (a parere di chi scrive uno dei brani più importanti della discografia di Van De Sfroos), uno scintillio di note e metafore, immagini e astrazioni che ogni volta pare di scoprire qualcosa di nuovo. Il suono della fisarmonica apre le danze alla visione di un mondo oscuro e pieno di misteri, accompagnando tutti sul percorso dell’avventura della vita. Un’intro inaspettatamente prolungato lascia il campo al violino spiritato ed alle note della fisarmonica che danzano, con l’ottavino, in una sorta di sabba pieno di allegria. Le immagini evocate dalle liriche sono come fendenti visioni che si protraggono nell’immaginazione di chi ascolta. La voce è ben impostata e non manca un tocco di chitarra elettrica (anche qui suonata da Paolo Cazzaniga) a dare la giusta tinteggiatura ad un quadro già ricco di sfumature. Un quadro che invita ad essere osservato (e ascoltato) per poter manifestare l’invisibile, l’inaudibile. Il sax suona in maniera incantevole con il suo incedere maestoso, subito rincorso dal suono gagliardo del violino e della fisarmonica che come aveva aperto le porte della percezione all’inizio, è anche il saggio messaggero che va a chiuderle… fino alla prossima volta. Quella di Sugamara è invece la storia di uno degli incredibili personaggi che sono presenti nelle canzoni del bardo laghèe. La voce è sostenuta dalla fisarmonica che prorompe note per condividere una canzone di tono popolaresco, vivificata da un arrangiamento che vede la presenza di un flauto alla Jan Anderson, suonato sempre dal bravo Luppi. Quella di questo personaggio è una storia che sarebbe piaciuta al grande Enzo Jannacci, surreale e pervasa da una intensa malinconia nascosta da un incedere quasi ridanciano nel suo svolgimento, colma di povertà esistenziali e desiderio di riscatti impossibili. La fisarmonica è uno stantuffo che genera note sulle quali si affacciano quelle dell’ottavino che risplende in una sorta di “vedo-non vedo” che è una delle componenti della vita… Arriva adesso Nona Lucia, una di quelle canzoni che riconosci dalla prima nota. Il violino di Anga (qui nella foto) e le percussioni danno il via a questa sorta di raduno danzereccio di streghe casalinghe dove una nonna, appunto, appare nelle vesti di una strega. Il suono che viene proposto in questa versione accentua le modalità folk-rock della canzone e ben si innesta nell’impianto complessivo di un brano che, dal vivo, è come spinta propulsiva per far saltare anche “gli anziani”… Il violino e la fisarmonica sono gli estremi di un suono vivo e ricco di pathos e le note del sax paiono giungere da una scopa immaginaria che volteggia sul palco. La voce a cappella di Van De Sfroos (coadiuvato da una seconda voce) va a chiudere la storia di una nonna particolare, accompagnandola sull’uscio di casa con l’ausilio del suono del sax, del violino e della fisarmonica. Yanez, testimonianza mai dimenticata della partecipazione di Davide al Festival di Sanremo 2011, è una canzone piena di malinconia, a dispetto della musica frizzante che l’avvolge. Il ritmo iniziale è possente e pare voglia mantenere il suono del flauto e della fisarmonica in secondo piano. Le liriche disegnano immagini e quadri che manifestano la grande tristezza di glorie lontane ora sacrificate nel ricordo di un tempo passato senza più ritorno. È una sorta di sguardo al ‘come eravamo’, verso quello spleen di malinconia che spesso attanaglia l’animo di ciascuno, un sentimento di eternità dove si vorrebbe che il tempo non proseguisse la sua corsa, tutto pur di mantenere viva un’eterna giovinezza. Le immagini proposte dal testo sono poesia pura nascosta dietro finta normalità del quotidiano e rendono bene l’idea, ad un ascolto attento, che come dicevano i latini “sic transit gloria mundi…”.

La Curiera e La balera potrebbero essere unificate in una sola canzone per quella loro forza evocatrice di comunità, di insieme di persone che vivono un’esperienza apparentemente agli antipodi. Su La Curiera il microcosmo che la abita è in movimento verso una meta, mentre ne La balera tutti sono come fermi sui posti assegnati dal ballo in pista. Ma, in entrambe le condizioni, quello che conta è la persona singola che vive l’esperienza. Due classici brani dal vivo che non potevano mancare in un album live e vengono giustamente proposti uno a seguito dell’altro con Davide che parte sul primo brano con chitarra/voce e la band che pare stia correndo una maratona con un ritmo ‘alla Clash’, con suoni però da banda di paese. Il sax e la fisarmonica sono i pilastri su cui scorrono le liriche e la sezione ritmica è come un metronomo che cuce insieme le note degli altri strumenti, mentre il violino promana scintille facendoci immaginare lo stridore dei freni e delle gomme. Come dicevamo prima La balera rappresenta invece il mondo “fermo”, dove tutti si conoscono (o almeno così dovrebbe) e si misurano. Il suono dell’ottavino accompagna il canto e la fisarmonica fa capolino alle spalle della sezione ritmica. Un testo coinvolgente rimanda immagini vive e precise di persone e luoghi, portando chi ascolta al centro della pista per osservare tutti quei personaggi in cui ci siamo imbattuti almeno una volta nella vita. Bello il finale di questa versione del ‘Van Toru 2019’, quasi da marcia con il violino di Anga a richiamare note simil-elisabettiane…
Television, altro cavallo di battaglia del De Sfroos preso da quel capolavoro che è l’album “E semm partii…”, è proposta in una versione molto veloce rispetto a quella che conosciamo su disco. Il violino è una sorta di ariete che sfonda le pareti della memoria liberandole delle scorie affinché tornino alla mente, per chi ha l’età per averli vissuti, i momenti di storia narrati dalla canzone. Anche la chitarra elettrica fa la sua bella figura con un breve ma pregnante assolo. A tal proposito, la chitarra in questo album - come nel tour - rappresenta un elemento importante in quanto, pur essendo poche volte ‘protagonista’ è, paradossalmente, essenziale nel contribuire a costruire il castello sonoro delle canzoni; della serie: c’è dove serve e lascia spazio senza sovrapporsi quando violino, fisa e fiati prendono la scena. Il finale di Television si adagia sul suono del flauto quasi a voler aiutare, con le sue note fluidi e delicate, l’apertura della memoria di chi ascolta affinché faccia, fortemente sue, le immagini evocate in maniera splendida dalle parole, dalle frasi di questo brano. Finalissimo lasciato alle note del violino di Anga che mette in onda, per i più agè, la sigla dell’Eurovisione…  Alla fine di questa lunga cavalcata (anche per voi che siete arrivati fin qui a leggere) troviamo Grand Hotel, inossidabile brano che si affaccia con voce e chitarra, narrando le vicende personali dei lavoratori di un rinomato hotel, dove vi è stata anche la presenza di Sofia Loren…, come recitano le liriche. Il sax è in grande evidenza e ben si aggrappa alla sezione ritmica che costruisce un muro di suoni quasi a voler consolidare le fondamenta di questa costruzione per privilegiati nella quale convivono sogni, desideri, delusioni, aspirazioni, piccole miserie umane. La scalinata, “maledetta” gradino per gradino, è quasi il segno tangibile della fatica quotidiana così come “il sorriso attaccato con la colla” rappresenta la risposta necessaria, per non farsi travolgere, alle avversità. Il Grand Hotel come centro del mondo e le storie delle persone come centro dei racconti di un artista capace come pochi di renderle di tutti.

La domanda di qualcuno potrebbe sorgere spontanea: “ma c’era bisogno di un nuovo album dal vivo…?” La risposta, almeno da parte del vostro recensore, è affermativa. Perché è passato molto tempo dal precedente, perché quello proposto è un set davvero originale (chi lo ha visto dal vivo avrà apprezzato l’intensità del suono e le storie non cantate proposte da Van De Sfroos) e poi perché c’era bisogno di vestire canzoni antiche con arrangiamenti nuovi (ed il suono di sax, ottavino e flauto traverso di Luppi lo hanno dimostrato). Quanti nocc è un album da ascoltare con calma, magari in cuffia, in attesa del nuovo lavoro di inediti che potrebbe essere la sorpresa del prossimo anno. Intanto si annuncia un nuovo tour, con anticipazione al teatro Dal Verme di Milano, l’11 Maggio del 1965… pardon del 2020!

Foto tratte dalla pagina Facebook ufficiale dell'artista o di Andrea Ostoni e Giuliano Ruggieri dove indicato

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Davide Van De Sfroos, Angapiemage Galiano Persico, Vittorio Magro, Paolo Costola
  • Anno: 2019
  • Durata: 124:04
  • Etichetta: Artist First

Elenco delle tracce

CD 1 (Tour de nocc)
01. La nocc
02. San Macacu e San Nissoen
03. La preghiera delle quattro foglie
04. Ninna nanna del contrabbandiere
05. Pulènta e galèna frègia
06. Dove non basta il mare
07. Ki
08. Ventanas
09. I ann selvadegh del Francu
10. Sciur Capitan
11. La figlia del Tenente

CD 2 (Tour de nocc) – prima parte
01. Brèva e Tivàn
02. La bàlada del Genesio
03. Al Paradiso dello scorpione
04. La terza onda
CD 2 (Van Tour 2019) – seconda parte
05. Lo Sciamano
06. Sugamara
07. Nona Lucia
08. Yanez
09. La Curiera
10. La balera
11. Television
12. Grand Hotel

Brani migliori

Musicisti

Musicisti di “Tour de nocc 2019”
Davide Van De Sfroos (Voce, chitarra acustica)  -  Angapiemage Galiano Persico (violino, mandolino, tamburello salentino, percussioni, didgeridoo, cori)  -  Riccardo Luppi (sax tenore e soprano, ottavino, flauto traverso)  -  Paolo Cazzaniga (chitarra elettrica, cori)  -  Francesco D’Auria (batteria, percussioni, hang, cajón)  Musicisti in aggiunta in “Van Tour 2019
Alessandro De Simoni (fisarmonica, tastiere, cori)  -  Simone Prina (basso elettrico) Ospiti
Giorgio Peggiari (armonica in I ann selvadegh del Francu)  -  Coro dei canterini di Lugano, diretti dal Maestro Alessandro Benazzo (in Brèva e Tivàn)