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Marilena Paradisi - Kirk Lightsey

Some place called where

Lui è Kirk Lightsey, da quest’anno ottantenne, pianista jazz americano dalle numerose ed importanti collaborazioni, con una notevole carriera alle spalle ma uno spirito decisamente “giovane”, e desideroso di confrontarsi con la musica odierna senza mai nascondersi dietro la propria fama. Lei è Marilena Paradisi, potrebbe esserne anagraficamente la figlia, ed è una vocalist, una compositrice ed una arrangiatrice di successo, fra i musicisti più interessanti espressi dal jazz italiano negli ultimi quindici, vent’anni.

Lui ha collaborato con personaggi fra i quali Yusef Lateef, Betty Carter, Pharoah Sanders, Bobby Hutcherson, Sonny Stitt, Chet Baker, Kenny Burrell, Dexter Gordon, Jimmy Raney, Clifford Jordan, Woody Shaw, David Murray, Joe Lee Wilson, Louis Stewart, Adam Taubitz, Harold Land e Gregory Porter, e, nomi alla mano, come “portfolio” non è davvero male. Lei ha suonato con Eliot Zigmund, Pietro Leveratto, Renato Sellani, Dino Piana, Michiko Hirayama, Arturo Tallini, Louis Banks, Eric Gravatt, Eugenio Colombo, Alberto Popolla, Massimo Moriconi, Massimo Manzi, Gino Banks, Sheldom D'Silva, Giacomo Aula. Non male davvero neppure questa, come carriera.

In questo lavoro, realizzato in duo, si sono messi o forse è meglio dire rimessi in gioco: hanno messo da parte, non tanto tecnicamente quanto invece dal punto di vista dell’approccio, le loro esperienze trascorse, ed hanno affrontato la realizzazione di Some place called where con il piglio di due giovani artisti di fronte a qualcosa di nuovo. Per fare ciò hanno deciso di confrontarsi con…“loro”, laddove per loro si intendono personaggi come Wayne Shorter, Mal Waldron, Ron Carter, Charlie Mingus, Josef Myrow, Dori Caymmi, Dianne Reeves, Leonard Bernstein, e lo hanno fatto con la strumentazione più essenziale possibile: voce, pianoforte ed occasionalmente il flauto. Semplicità, essenzialità, molta umiltà, anche perché gli otto brani contenuti nell’album non sono affatto “stravolgimenti” degli originali ma rielaborazioni ed adattamenti molto rispettosi dei medesimi.

Tuttavia il tocco dei due musicisti, abituati peraltro a maneggiare con cura i brani che eseguono, si coglie sia negli arrangiamenti, sia nell’approccio interpretativo. Il pianoforte è leggero, a tratti più che suonare il brano ne accenna giusto le toniche e le dominanti, lasciando alla sola voce il compito di collegarne i vari passaggi; di rado compie passaggi solisti e quando lo fa non è mai è eccessivo né debordante: una misura, nel suonare, davvero sorprendente e sintomo di un gusto di altissimo livello. Lightsey e la Paradisi inseriscono inoltre, in coda all’album, un brano firmato a quattro mani che, per qualità e livello compositivo ed esecutivo, tiene assolutamente botta rispetto agli altri brani contenuti nell’album, scelti peraltro in maniera molto certosina, fra quelli meno conosciuti e “coverizzati”.

Un’atmosfera che, a tratti, scorre verso un clima, per così dire, malinconico, che si potrebbe quasi definire “autunnale”, a tratti newyorkese, per un album arioso e dai toni morbidi, da degustare con una certa predisposizione e con l’intento, fondamentale, di assaporarlo davvero nota per nota.

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Marilena Paradisi, Clive Simpson
  • Anno: 2017
  • Durata: 45:04
  • Etichetta: Losen Records

Elenco delle tracce

01. Portraits
02. Some other time
03. Like a lover
04. Soul eyes
05. Little waltz
06. Some place called where
07. Autumn nocturne
08. Fresh air

Brani migliori

  1. Portrait
  2. Autumn nocturne
  3. Fresh air

Musicisti

Marilena Paradisi: vocal  -  Kirk Lightsey: piano, flute