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Marco Cambri

Særa i euggi

È una sorta di riflesso incondizionato, ammettiamolo. Ascoltiamo un disco in dialetto genovese - cosa rara di questi tempi - e la mente va subito a lui. A Fabrizio De André e al suo (e di Mauro Pagani, autore delle musiche) Creuza de ma. Eppure se c’è un dialetto lontano anni luce da quello utilizzato da Faber è proprio quello di Marco Cambri, genovese di nascita ma ormai stabile a Neirone, nella Val Fontanbuona. Se quello, infatti, di De André è una sorta di dialetto “sognato” e per certi aspetti spurio (con inserti addirittura non rintracciabili nei vocabolari), quello di Cambri è una lingua quanto mai reale e popolana. Se Faber guardava al Mediterraneo (un Mediterraneo oltretutto idealizzato, che sapeva superare le linee spazio-temporali), al mare; Cambri guarda alla concretezza contadina dell’entroterra, il suo è insomma un dialetto non del mare ma della terra. Ma, sia ben chiaro, con ciò non si vuole affermare che mentre De André si muove sul versante della canzone d’autore giungendo a un dialetto (e quindi a una lingua) poetica, Cambri viaggi sui binari del revival folkloristico (e non ci sarebbe nulla di male, va da sé), perché pur utilizzando una lingua non “poetica” (nel senso di inventata per scopo letterario) la sua è canzone d’autore a tutti gli effetti. Cambia, insomma, solo - anche se non è poco - lo strumento espressivo.

Fatta questa doverosa precisazione, ascoltare questo splendido Særa i euggi, è compiere un viaggio verso un passato che sembra apparentemente perduto (quello dell’infanzia) ma che continua ad esistere non solo nella memoria del cantautore ma anche nella vitalità (anche linguistica) della cultura contadina dell’entroterra. Cambri spesso rievoca la sua infanzia, fatta di litanie, di incontri, di scoperte, di ancestrali paure, come in Despettatu: “Son sccioio tramêzo a-e canne/ donde a raena a treuva o sciuto/ donde a ciaeo in te cammie/ o s'aççendea d'o sô ciù fito/ e gh'ea da dâ da mangiâ a-a vacca/ e gh'ea da dâ da mangiâ a-e galinn-e/ e gh'ea da dâ da mangiâ ai coniggi/ e gh'ea da dâ da mangiâ a mì! (Sono nato in mezzo al canneto/ dove la rana trova l'asciutto/ dove la luce nelle camere/ si accendeva prima del sole/ e c'era da dar da mangiare alla mucca/e c'era da dar da mangiare alle galline/ e c'era da dar da mangiare ai conigli/ e c'era da dare da mangiare a me!”)

E che questo sia un viaggio alla riscoperta del passato (ma senza dimenticare il presente, perché nel mondo contadino passato e presente si compenetrano) lo intuiamo già dal primo splendido brano, Coverte pezanti, una storia d’amore incosapevole in cui due ragazzi, quasi senza avvedersene, passano dal letto della loro prima volta al talamo nuziale. Molte volte siamo catapultati in un mondo (quello della terra, dei contadini, come già detto) che ha tempi e modalità ben diversi da quelli della città moderna. Come in Ægoa do bronzin in cui l’arrivo della pioggia porta al tempo stesso angoscia e liberazione. Come in Che rîe dove la nonna - o la madre - avverte il piccolo Marco di stare attento agli zingari che sono giunti in paese e possono rapirlo. Ma già il titolo esorcizza tale paura, come se il bambino sapesse bene che ciò è solo il frutto di una paura che non lo riguarda (e dove viene addirittura ripresa e tradotta la famosa terzina dantesca contro i genovesi: “Ay zeneyxi, zeneyxi, ommi diversci/ d’ogni costume e pin d’ogni magagna/ perché da o mundo, no sei voi despersci?”). O come, ancora, in Battua in cui l’abbaiare dei cani, lasciati liberi, rischia di far scappare il cinghiale che si sta cacciando. 

Ma alla fine, in filigrana, quello che Cambri canta è l’eterno dolore dell’uomo alla ricerca di un senso ultimo dell’esistenza. E, probabilmente, anche per questo - anche nei brani più ritmati - si percepisce un alone di malinconia che non si riesce a scacciare. Ecco, se davvero allora si volesse fare un parallelismo (difetto da cui, anche chi scrive, non riescono a fuggire i recensori) sarebbe giusto farlo con Ivano Fossati, sia per l’incedere timbrico e vocalico di Cambri, sia per le scelte musicali e contenutistiche. 

Un disco bellissimo anche per le sue sonorità, in cui si passa da suoni sudamericani a ballate dal vago sapore medievale, dallo swing al tango argentino. E varrà allora la pena segnalare l’ottimo lavoro di strumentisti eccezionali come - tra gli altri - Marco Fadda alle percussioni, Marco Cravero (curatore con Fabrizio Padoan anche degli arrangiamenti) alle chitarre, lo Gnu Quartet Roberto Izzo al violino, Filippo Gambetta che recupera il suono etnico di vari strumenti medievali e Sirio Restani al bandoneón (una fisarmonica utilizzata per i tanghi). Il tutto diretto dal superbo lavoro in sede di mixagio di Raffaele Abbate.
Un lavoro che meriterebbe davvero grande attenzione e che potrebbe riportare, dopo troppo tempo, un disco in genovese nella cinquina del Tenco.

 

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Marco Cambri e Marco Cravero 
  • Anno: 2019
  • Durata: 54:23
  • Etichetta: Orange Home Records

Elenco delle tracce

01. Coverte pezanti
02. Ægoa do bronzin
03. Che rîe
04. Battua
05. Ma mi gh'ò lè
06. Særa i euggi
07. Canto
08. A bagascia a dûa
09. Passo
10. Desoëtaddo
11. A u Gusto
12. Pasòu e rive

Brani migliori

  1. Coverte pezanti

Musicisti

Marco Cravero: chitarre, banjo - Fabrizio Padoan: pianoforte - Simona Briozzo: voce - Marco Fadda: percussioni - Marica Pellegrini: percussioni - Sirio Restani: bandoneon - Francesco Olivieri: contrabbasso e basso elettrico - Filippo Gambetta: organetto e mandolino - Giancarlo Gilardi: batteria - Roberto Izzo: violino - Pino Parello: basso elettrico - Dino Cerruti: contrabbasso