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Michele Gazich

Temuto come grido, atteso come canto

Si può comporre musica, scrivere testi e cantare il tutto nella ‘forma canzone’, mantenendo il giusto distacco dal tema che si propone? Sì, sì può fare. No, non è vero, non si può fare… Si chiama Temuto come grido, atteso come canto il nuovo album di Michele Gazich e non si può che rimanere ammutoliti dopo il suo ascolto. Quella che troverete qui di seguito non è una ‘semplice’ recensione (è infatti è decisamente più lunga del normale), ma è il tentativo, doveroso per una testata come L'Isola che non c'era, di dare spazio e approfondimento ad un lavoro unico.

Dopo Non al denaro non all’amore né al cielo, che la genialità di Fabrizio De André portò all’attenzione del pubblico italiano, questo lavoro si può definire, a buon titolo, l’autentica ‘Spoon River’ italiana. Si parla di morti, questo è chiaro, ma i personaggi coinvolti non sono “morti e basta”. Loro sono morti due volte: la prima volta perché malati ed internati in un manicomio; la seconda volta perché ‘gli ospiti’, i reclusi, di origine ebraica, furono deportati ed uccisi. Tutti i personaggi raccontati nell’album hanno vissuto, o meglio, abitato, nell’isoletta di San Servolo, pittoresca oasi di terra della laguna veneta. Abitavano in una struttura molto antica, adibita a monastero per circa mille anni, ma che nel 1715 venne adibita ad ospedale militare e dopo neanche dieci anni venne trasformata in ‘manicomio’. E con questa destinazione è rimasta, nonostante vari passaggi, fino al 1978 quando fu chiuso definitivamente. In questi 253 anni, in quelle mura, è l’umanità intera che vi è passata e che lì, si è frantumata. Vi abitavano perché qualcuno ve li aveva portati, con la forza, perché ritenuti “matti”, inadatti alla vita sociale, inadatti alla vita, inadatti e basta.
Michele Gazich ha vissuto sull’isola per circa un mese ed ha deciso di leggere quel luogo con gli occhi di oggi ma cercando di andare indietro nel tempo, raccogliendo le storie presenti nelle schede personali delle migliaia di persone che in quel luogo di tormento vennero recluse; cercando di leggere, in quelle carte, l’umanità dolente e sofferente che in quel luogo è transitata, ha vissuto, ha vegetato, ci ha perso la vita. Un’umanità problematica e, magari, non necessariamente malata ma solamente vittima di depressioni, di esaurimenti nervosi, di difficoltà relazionali. Malati o forse solamente ‘disturbati’, oppure semplicemente necessitanti di un piccolo aiuto che, magari, pur richiesto non gli è mai arrivato. Un aiuto che forse li avrebbe aiutati a liberarsi dalle angosce del quotidiano, o almeno a sopportarle, vivendo un’esistenza ‘normale’ (qui sotto una foto d'archivio di qualche anno fa di San Servolo).

Tante le storie raccolte, fatte di dolore e di paure, di angosce e di spaventi, di silenzi e di urla notturne, di fantasmi interiori e di speranze interrotte. Con uno sguardo Gazich, come i reclusi, poteva osservare il mare e l’anelito di libertà racchiuso nell’orizzonte tra il cielo e l’acqua. Con un altro poteva scrutare le mura scrostate e piene di quelle “ombre” che in quel luogo persero la sanità mentale, l’intelletto, l’emozione, la dignità, la vita interiore per essere, in seguito, prelevate e condotte al macello, come capri espiatori di peccati mai commessi.
Per scrivere un album come questo, non poteva essere sufficiente la lettura di uno o più libri, l’osservazione di fotografie, la memoria composta grazie a qualche lontano e consumato articolo di giornale. No, la realtà andava affrontata, guardata negli occhi, con la paura di non poterle resistere. Le foto dei pazienti lì reclusi dovevano essere osservate e penetrate con attenzione, squadrate, interiorizzate. Quegli sguardi assenti, oppure furibondi, dovevano essere portati all’interno del sé più interiore per comprendere, fino in fondo e semmai fosse possibile, come quelle vita sono state spente, lentamente, e con inquietante metodo. Insieme alla visione delle fotografie, Gazich ha letto anche miriadi di cartelle cliniche, tra cui quelle relative alle persone raccontate nelle canzoni, i cui testi sono riportati nel bel libretto che accompagna quest’opera (un plauso al bel lavoro curato da Alice Falchetti). 

È evidente che Temuto come grido, atteso come canto non è un album dalle tinte morbide, dai colori pastello, dai toni colmi di tenera poesia, che comunque è presente ma non è mai tenera, anzi… No, in queste canzoni (?) c’è la presenza dell’umanità straziata e crocifissa, c’è la presenza di chi è ”disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” (Isaia 53,3), c’è la presenza di chi, ancora oggi, prosegue nel reclamare la sua dignità di persona ma non ne possiede più i diritti; c’è l’immagine dell’uomo che viene trasfigurato nello strazio di una vita senza più speranza, senza luce, priva di orizzonti, destinata all’oblio dell’oscurità. C’è l’uomo nella sua immensità negata. C’è l’uomo deturpato ed offeso, senza più neppure la parvenza di una salvezza, seppure lontana, imminente, possibile…
Questo lavoro, lo si sarà compreso, non è certamente di semplice fattura ma intrinsecamente composto da sofferenze e disperazioni, dal male che ha pervaso ogni spazio della vita e che, dopo la sofferente reclusione, ha fatto subire a quegli uomini ed a quelle donne, colpevoli di essere figli di Abramo, la deportazione verso le camere a gas. Un evento che ha piantato, in quei poveri corpi, in quelle devastate menti, un altro chiodo, un'altra lama tagliente penetrata ad offendere il cuore. E, pare una bestemmia dirlo, forse in quel viaggio, in quell’ultimo viaggio, qualcuno di loro avrà anche pensato, forse per un istante, che l’approdo di quel treno, era la libertà. Ma così non fu. 

L’album è strutturato in tre parti: un prologo, un gruppo di canzoni dedicato ad alcune persone recluse (i cui nomi sono di fantasia, ma sempre ispirati dalla storia personale di ogni paziente) e un saluto, per un totale di undici brani a comporre un mosaico di prodigiosa suggestione. Ma se ogni persona ha un senso ed un valore, ancor di più lo possiede chi ha vissuto in situazioni difficili, di tormento, di disintegrazione della propria umanità. Tutto comincia da quell’isola, San Servolo, dove il grido dei reclusi nel manicomio si perdeva verso le mura o, talvolta, verso il mare, senza che nessuno potesse ascoltarlo.

Da questo mare intorno, poco profondo morfologicamente ma immenso per coloro che erano reclusi, L’isola è il primo segnale del dolore vissuto. Quest’isola, che non sarà mai casa, è il luogo in cui arrivano i reclusi, non ospiti ma prigionieri. Il brano è l’immagine della solitudine e del senso di claustrofobia che si vive e si condivide in quel luogo, dove tutto è limitato, "Corridoio, giardino" laddove si consumano i giorni mentre i corvi volano intorno alle mura. E nei reclusi non ottenebrati dalla follia, quella magari intervenuta proprio in quelle stanze, vi è la consapevolezza che il loro dolore alimenta il mare che, al contrario, non ringrazia ma con la sua perfidia, dilania loro l’anima. La persona che parla è nata a Venezia il 28 Maggio 1880, cartella n° 1943/202 (anno del ricovero e numero progressivo di ingresso a partire dal mese di Gennaio) e l’11 Ottobre del 1944 verrà “ritirato” per ordine del Comando SS Germanico e trasferito nei campi… Il suono del violino riporta alla mente le suggestioni sonore del film Schindler’s List e subito cattura l’anima, mentre l’incedere ritmico della chitarra acustica ricorda il salmodiare delle processioni. Le note del violino tagliano l’aria, si manifestano come un grido sommesso e rendono evidente la separazione “tra un prima ed un dopo” della vita. La voce di Gazich è omerica e ricorda le suggestive visioni create dalle parole di Giuseppe Ungaretti nel racconto della mitica “Odissea” televisiva degli anni ’60.

Si chiama ‘maltamé’ il termine utilizzato, nella lingua che parlavano gli ebrei veneziani, per rappresentare una persona negativa, che porta sfortuna. Ma in questo caso la si può immaginare, invece, come una forza complessivamente negativa, che avvince le persone trascinandole in un gorgo di terrore. E Maltamé è il titolo del secondo brano dell’album, cantato, appunto, in questa lingua arcaica e meticcia, che porta con sé sia la stanzialità lagunare che i percorsi delle varie diaspore ebraiche. Ci sono le parole di un’antica filastrocca per cercare di addolcire il testo, ma più che la dolcezza sono lacrime quelle racchiuse nelle liriche, strazianti perché raccolgono il dolore di chi sente la morte aleggiare intorno a sé e nulla può fare per allontanarla se non cercare, nella memoria dell’infanzia, un conforto, un aiuto, una parola che aiuti a superare la sventura ricevuta e subita, pur nell’innocenza dei senza colpa né peccato. Il ricordo evocato dalle note rappresentano immagini ormai perdute ma a cui è necessario aggrapparsi per non perdersi nel buio della notte, nel terrore della morte. La voce di Rita Tekeyan e l’arpa di Raoul Moretti afferrano le emozioni e le dissolvono nel vento, mentre la viola appare a creare mutazioni emotive ed appoggia un velo di oscurità sulla vita del malcapitato protagonista della storia narrata e ‘l’angelo della morte’, alla fine, trasfigura ogni cosa fino ad arrivare a spegnere ogni speranza. Il suono dell’arpa e la voce eterea della Tekeyan sembrano essere l’unica ancora di salvezza possibile alla sventura perché nella memoria del canto si può trovare un, seppure tenue, rifugio…       

Alice, nata a Venezia l’11 Novembre del 1886, rappresenta la cartella 1944/5 ed anche lei verrà “ritirata” l’11 Ottobre del 1944; lei vive bloccata tra “corda e corridoio” ed osserva tutto ciò che la tiene separata dal mondo esterno. Cerca intorno a sé la speranza di una fuga ma gli oggetti d’uso quotidiano la osservano, la imprigionano e ad Alice non è consentito di uscire dal recinto magico della reclusione. Ha 58 anni ma è infinitamente bambina, non sapendo occuparsi di sé stessa. Lei, come gli altri, è separata dal mondo, ma cerca di trovare brandelli di libertà, spazi di passato, attraverso le piccole cose del quotidiano, mentre il mare là fuori, le preclude ogni via di fuga possibile. Forse solamente volando, chissà… La musica è movimentata e la voce di Gazich pare saltellare, come tarantolata, seguendo il ritmo della batteria e del violino (e del violino pizzicato, come a rendere ancor più ficcante tutta la dinamica sonora del brano). Il tutto immerso in un melange musicale originale, con un timbro artistico che pare voglia portarci sulle ali di quegli antichi suoni del nord Europa a suo tempo recuperati dai mitici Pentangle.
L’essere tra “corda e corridoio” rappresenta il “non essere”, l’aver perduto la propria direzione, l’essere in balia degli eventi, senza più nessuna possibilità di riprendersi la vita. Tutto è in ebollizione, perché è la vita ad esserlo. Quella vita che non trova più senso e quando il sacro fuoco delle note si assopisce, fino a chetarsi, allora ci si accorge che quelle note volevano solo far fuggire Alice dalla sventura in cui l’avevano trovata. Volevano, ma non sono riuscite. 

   

Debora, il cui nome ricorda una delle profetesse della Bibbia, aveva come numero di cartella clinica il 1944/135/8 ed il 6 Ottobre verrà prelevata per poi morire presso il campo di concentramento della risiera di San Sabba. Era nata a Padova il 20 Settembre del 1906. Il testo di questo brano, forte, intenso, è un rimprovero nei confronti di Dio perché non va a liberare i suoi figli gettati nella sventura e nel dolore. È una sorta di preghiera all’incontrario, chiede infatti ragione del perchè chi è recluso in quel luogo debba ancora pregarlo, rendergli omaggio, ricordarsi di Lui… Lui che è incapace di liberarli, un dolore così forte che porta a pensare che anche Lui, forse, è complice di quello scempio. “La tua violenza non perdona, Dio Padre. Siamo vicini, prova a pregare…” chiede Debora fino ad arrivare ai confini del dubbio, “Perché aprire al cielo le mie mani e pregarti ancora?”. La voce apre la strada al suono del pianoforte (suonato da Gazich) che sembra pesare ogni nota che ne viene estratta, note dolenti, note di buio, note di struggimento. Il suono del basso e della batteria sono funzionali al tappeto sonoro creato dal violino, che immerge tutto in una sorta di limaccioso humus terreno perché la preghiera, come quel luogo sa rendere evidente, non serve più a niente ed a nessuno. Solo il silenzio può essere un vero angelo consolatore.        

Seguendo sempre la scaletta del cd arriviamo alla quinta traccia, dove l’ispirazione di Teste legate nasce da un appunto che Michele Gazich segnò sul suo taccuino, di fronte alla lapide della poetessa statunitense Sylvia Plath, che morì suicida nel 1963 e che è sepolta nel cimitero di Heptonstall, cittadina medioevale del West Yorkshire. Della protagonista del brano non si conosce il nome ma solo il suo numero di cartella, 1943/194, la sua data e luogo di nascita (7 Ottobre del 1895, Alessandria d’Egitto). Di lei si sa anche che venne sottoposta ad intensi e prolungati elettroshock. La frase “Due cani corrono insieme” rappresenta l’immagine di una persona ferita dalla schizofrenia, che non sa più come orientarsi, come rendere reale l’osservazione distorta della mente, come poter continuare a vivere e con quale personalità. “Due cani corrono insieme, e la bambina ha la testa nel pozzo… il Dio bambino gioca solo crudele…”. Anche in questo caso Dio è rimesso in gioco, in discussione perché non fa nulla.
Le note della chitarra aprono, insieme alle note macinate dal basso elettrico, alla voce che sembra giungere da un altro mondo. La musica è tenue ma al contempo incisiva ed incandescente e non dà tregua nella scansione delle liriche, oscure, dense, inquietanti, come lo può essere la descrizione di un luogo di sventura. Su tutto aleggiano e si diffondono le note del violino, che diventano taglienti come la lama di un rasoio che penetra in carni sensibili ed ormai provate da ogni dolore.      

Nasce dallo sguardo di alcune fotografie illustranti l’ora d’aria nel manicomio di San Servolo il brano Caminanti. Ma non solo, perché lo sguardo “diverso” nei confronti di queste fotografie nacque al seguito della visita di una mostra di pittura che Serena Nono, figlia del compositore Luigi Nono, propose nel suo studio veneziano. La mostra era incentrata sulla declinazione della frase “Caminantes, no hay caminos, hay que caminar”. Basta poco, a volte, per comprendere l’esatta declinazione di un luogo, di un evento, di un’immagine. Basta poco, ma ci vuole tanto e tanta capacità immaginativa per scrivere, poi, liriche precise per raccontare il vagare senza meta dei reclusi nel cortile della ‘prigione’, prima fisica e poi mentale, di San Servolo. In un mix di italiano e veneto, si srotolano parole che diventano immagini come “Viandanti senza una via, vostro è solo l’andare, fuoco che non sa bruciare, parola che non si può dire…” oppure “L’amore del primo giorno è sempre senza ritorno. Lacrima nasci di notte, lacrima apri le porte…”, perché se non c’è una direzione, ogni passo porta ad un futuro vano, se non c’è un’intenzione è inutile ogni ipotesi di futuro.
Il flauto contralto barocco allieta l’introduzione di questo brano. Ma non ci si può illudere d’essere al riparo dalle avversità perché il suono è salmodiante ed accompagna, sì, il cammino ma al contempo non è chiaro dove questo camminare terminerà e quale sarà la sorte dei “caminanti”. L’atmosfera creata dagli arrangiamenti è delicata, struggente e il brano termina con un canto fermo che pare voglia cristallizzare ogni cosa intorno a sé. Incluse le emozioni, incluse le speranze.    

Arriviamo a Torquemada, brano che racconta del più “famoso”, o meglio, famigerato inquisitore di un’epoca infausta della Chiesa cattolica e per l’intero mondo conosciuto, Tomás de Torquemada. Da questo personaggio, torbido e discusso, sadico e assassino, Gazich prende spunto e nel brano inserisce la lettura di alcuni brandelli della cartella clinica di un recluso, precisamente la numero 1940/191. Una non-canzone ma che raggiunge benissimo il suo scopo, perché quello che colpisce è l’accanimento ironico del medico che scrive, di chi ha nei suoi doveri sacri, giuridici e giurati, l’aiuto, la cura ai malati reclusi ad alleviarne le pene e le sofferenze, mentre invece utilizza l’ironia, il sarcasmo, il sadismo nei confronti di un malato che, tra l’altro, avrebbe potuto espatriare, come da indicazioni trasmessegli dal Ministero degli Interni. Ma il medico, anziché comunicare all’interessato questa decisione che lo avrebbe reso libero, rispose al Ministero con una nota che affermava l’appartenenza del malato alla religione ebraica. L’11 Ottobre l’uomo venne prelevato dalle SS tedesche con destinazione il campo di sterminio di Auschwitz, dove troverà la morte. Il suono del bouzouki, suonato da Marco Lamberti, è intenso e squillante ed accompagna la voce di Gazich (qui sotto insieme nella foto) nella declamazione del florilegio di accusa e contumelie costruite dal medico “scrivano” nei confronti di un malato la cui “colpa” era quella di essere, oltre che malato, anche ebreo.

Mentre il mare danza è la stringata narrazione di una vita: quella di una donna di settant’anni che venne deporta nel campo di concentramento della risiera di San Sabba. Una donna, cartella n° 1940/182, battezzata con la forza e dalla forza ostile annichilita. Una donna senza più punti di riferimento se non i pessimi ricordi di una vita consegnata al dolore, alla sofferenza, infine alla morte. È una persona che ha bisogno di aiuto (“Il mio corpo che ha perso la sua bellezza cerca le tue mani”), ma le mani che riceve non portano beneficio, non alleviano il dolore bensì portano un sigillo non richiesto, un battesimo non cercato (“Non voglio la tua acqua, non voglio il tuo Dio. Voglio il tuo sguardo, i tuoi occhi le tue mani…”). Alla spasmodica ricerca di una umanità che non troverà mai, nel frattempo troviamo la consapevolezza che “L’isola è immobile mentre il mare danza…” ed ogni via di fuga è preclusa. Se non quella estrema. Il suono è imponente fin dalle prime battute, con la sezione ritmica che è d’ausilio alle melodie costruite dal violino e dal pianoforte. Il suono è scuro e contribuisce a costruire una sorta di “buco nero emozionale” nell’ascolto del brano. Poi tutto si acquieta, si tranquillizza, si calma e c’è spazio per il suono languido del violino e del pianoforte, che si rende docile e tenue. Ma questo clima dura poco perché le minacce incombono… tutto è perduto, questa è la consapevolezza, e la musica riprende scura e minacciosa ed il canto ricorda che “L’isola è immobile”, e quindi anche il tempo lo è, anche la vita lo è.  

È la cartella n° 1943/186 quella che parla di un San Sebastiano (il santo che conosciamo, dall’iconografia religiosa come “quello” trafitto), un uomo nato a Palermo l’8 Maggio del 1910 e che portava con sé la diagnosi di una forma di schizofrenia catatonica. Anche lui, che subì ventisei elettroshock, venne “ritirato” (abbiamo usato più volte questo termine perché questo era il modo di chiamare quel momento) dai soldati del Comando Tedesco in un giorno brutto, come tanti, come gli altri. Il testo è emozionante, ma colmo di terrore e di dolore. È San Sebastiano l’immagine che dà vita al titolo dell’album ‘Temuto come grido, atteso come canto’, perché nella foto custodita nella sua cartella clinica è richiamata l’immagine del Santo dipinta dal Mantegna e custodita nella Galleria Franchetti di Venezia. Bocca aperta al grido, cristallo di silenzio…”. Ecco, l’immagine racconta proprio di un grido che si sta formando, un grido di terrore che, però, l’umanità vorrebbe fosse tramutato in una sorta di canto che rimetta ordine nel cosmo, che azzeri ogni cattiveria, ogni oscura malia, ogni pensiero malvagio per tramutare, nella speranza il pianto in gioia, come recita il salmo 29: “Hai mutato il mio lamento in danza, mi hai tolto l’abito di sacco, mi hai rivestito di gioia…”. Ma così non sarà. La voce di Gazich (qui sopra in una foto di Raffaella Vismara) distilla le parole che cadono come lacrime sul tavolo della vita ed il suono del piano elettrico Wurlitzer lanciano, a loro volta, le parole verso l’infinito. Tutta l’atmosfera è cupa e tenebrosa, il silenzio e l’oscurità sono la cifra di un brano pieno di umana pena ed inutile speranza.     

Entriamo adesso nella decima e penultima traccia. Era una musicista Euridice, nata a Steinheim nell’Ottobre del 1889, cartella n° 1947/126 (nella foto d'archivio un'immagine delle migliaia di faldoni conservati). Suonava il pianoforte e visse quel manicomio come un ritorno all’inferno. Reduce da un campo di sterminio, dove persero la vita tre suoi fratelli, entrò nel manicomio di San Servolo nel Maggio del 1947 dove rimase per neppure due mesi, dimessa dopo essere stata annichilita dagli elettroshock. Ma lei, in effetti, non vide in quella struttura un Ospedale bensì il riperpetuarsi dell’orrore dei campi di sterminio e, probabilmente, annullò il suo spirito per non pensare, per non ricordare“I miei fratelli morivano e io suonavo il pianoforte. Con il mio lamento e le mie note compravo il mio ritorno…”. Salvata dallo sterminio, probabilmente grazie all’arte musicale che veniva “rubata” ai prigionieri per il piacere degli aguzzini, riprese a morire a San Servolo. “Apro gli occhi e ancora il mondo, il mondo nuovo del ritorno. C’è chi mi dice è un ospedale ma tutto, tutto è sempre uguale…”. Nulla sembra cambiare: sbarre alle finestre, sofferenza, angoscia, grida, reclusione, “Sono Euridice e le mie mani pendono inerti ai miei fianchi. Niente lamenti questa notte, sono una statua, una statua di sale”. Tutto è finito, tutto è perduto. Il suono della viola pare provenga da una sorta di deserto emozionale, perso nel silenzio della speranza che non si vede all’orizzonte. Il pianoforte, il suono soffuso della batteria, il basso che rimbomba come il respiro dell’infinito, allineano note che levigano le parole. Il pianoforte ed il violino si abbracciano creando un’atmosfera di straordinario pathos.

Gualtiero Bertelli suona la fisarmonica e canta (qui nella foto), alternandosi a Michele, in Anna, te scrivo, l’ultima traccia dell’album ed è un brano proposto nel dialetto di Venezia, ricco di sfumature e di delizie lessicali. Si tratta di una lettera immaginaria scritta da un recluso, cartella clinica n° 1940/324, entrato a San Servolo il 10 Ottobre del 1940. L’uomo è riuscito ad andare in gita a Venezia, è ritenuto affidabile, potrebbe essere definito malato modello e destinato ad uscire da quel luogo, ma è di origine ebraica e questo rappresenta la sua condanna. Verrà deportato nella risiera di San Sabba e morirà in luogo e data ignoti. Quello che viene raccontato è racchiuso in una lettera immaginaria scritta alla fidanzata dove racconta di quella gita come di un momento di reale libertà in attesa di quella vera e definitiva… “Gò parlà col Sior Diretore. Lui ‘l ma dito che presto ussirò. Te portarò un aneleto a Nadal, vegnarò co’ to pare a parlar… Ne l’angolo la borsa xè pronta ti lo sa, no go bisogno de tanto. Un per de braghe e do camise, e el violin che te fa inamorar…”. Qui dentro, in queste scarne parole, vi sono le speranze di un uomo, dell’Uomo… La voce e la chitarra “chiamano” a ballare un dolce walzer mentre le note stillate dalla fisarmonica di Bertelli, si allontanano verso l’orizzonte. La musica trascina via ogni ricordo, ogni amarezza, ogni dolore ma, anche, ogni speranza. Le illusioni aiutano a sopravvivere, questo il senso del brano e, spesso, si confondono con la realtà. Il violino lancia le sue note verso la luna e la fisarmonica alle stelle. Non è un album facile da ascoltare Temuto come grido, atteso come canto (che pure è, a parere di chi scrive, un capolavoro), che si pone come elemento coerente nella produzione di Michele Gazich che, anche quando accompagna altri musicisti, lo fa affiancando artisti (e persone) di spessore quali, tra i tanti, Eric Andersen o Mary Gauthier (qui due foto che testimoniano un'amicizia sincera e duratura). Non è un album facile dicevamo, è vero, ma quando lo si ascolta per la prima volta "non ti lascia più in pace", perchè ti fa comprendere quanta vita si nasconda in quelle storie. Ma anche nelle più tragiche, anche nelle liriche più crude e desolanti, si percepisce la forza di rimanere attaccati alla vita, del sentire il desiderio di non abbandonare la speranza anche se questa, comunque, verrà recisa.
Si ascoltano parole di morte ma, anche, si comprende come il male sia intrinseco nelle scelte che gli uomini fanno; però a questo male ci si può ribellare, lo si può rifiutare. Il male si concretizza “grazie” alle decisioni infami, alle scelte scellerate, al sadismo che sta dentro cuori malati che si immaginano immortali. La fragilità è scossa dalla superbia, la malattia è derisa dall’arroganza; l’essere di origini ebraiche è punito come fosse una colpa. Intorno alle storie, le mura. Intorno alle mura, la terra. Intorno alla terra, la laguna. Poi l’infinito e lo sguardo di uomini e donne, persi nel nulla, o forse nel tutto, che noi possiamo solo percepire. Ci aiuti, allora, dopo tanta poesia, lirica e musicale, un altro poeta, Giuseppe Ungaretti, a dare senso alle cose: Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.” Appoggiamo, allora, i piedi fuori dall’isola e cominciamo a camminare, finalmente guariti, con la parola, con il suono, con la speranza…

Tutte le foto sono prese dalle pagine ufficiali di Michele Gazich

La foto dei faldoni di San Servolo è presa dal sito
http://museomanicomio.servizimetropolitani.ve.it 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Michele Gazich Testi e musiche Michele Gazich salvo Torquemada con testo di Michele Gazich e musiche di Michele Gazich e Marco Lamberti           Copertina ed illustrazioni Xilografie di Alice Falchetti                 Traduzioni dei testi in inglese Con la supervisione di Mary Gauthier
  • Anno: 2018
  • Durata: 50:30
  • Etichetta: Fono Bisanzio

Elenco delle tracce

01. L’isola
02. Maltamè
03. Alice
04. Debora
05. Teste legate
06. Caminanti
07. Torquemada
08. Mentre il mare danza
09. San Sebastiano
10. Euridice
11. Anna te scrivo

Brani migliori

  1. Anna te scrivo
  2. L'Isola
  3. Mentre il mare danza