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Alfio Antico

Trema la terra

In una linea geostorica che lega la musica europea a quella africana, la Sicilia rappresenta il ponte ideale, o forse il primo pilastro di quel grande mare nostrum che divide e unisce allo stesso tempo. Le due estetiche si incontrano e si scontrano, come le placche oceaniche sotto il mare, che stridono e producono terremoti, vulcani, disastri e bellezze naturali, incantazioni sublimi davanti a cui l’uomo rimane stupefatto.

Da una parte l’estetica primordiale e naturale di una musica creata per celebrare i riti della vita, per identificare come immagini divine gli archetipi che affollano la nostra vita col suo mistero; dall’altra la tradizione razionale e scientifica, matematica eppure pretenziosa nel suo voler mostrare l’animo umano, tormentato dal suo rapporto con l’altro in una società alienante che vede il profitto come un valore. In questo centro astrale, in questo ombelico unificatore, l’Etna rappresenta lo stridore massimo; Alfio Antico ne è la lenta e inesorabile lava che travolge quello che incontra lungo il proprio cammino, con elegante distruzione di tutto ciò che credevamo immortale.

Ripetitività e fantasia quindi, tribalismo e armonia, ritmi ossessivi che cercano di uscire dalla loro maglia primordiale con citazioni qua e là alla Tom Waits o alla Nick Cave, in un costante strutturalismo che passo dopo passo non porta altro che ai Beatles. Eppure ha ancora un piede legato a realtà malesi come i Tinariwen: in molte nazioni africane si tenta da decenni di stabilire un rapporto con le altre culture armoniche e ritmiche, specialmente europee; probabilmente il Mali in questo rappresenta un po’ l’avanguardia, grazie ad artisti come Ali Farka Touré, che compie proprio la stessa operazione di Alfio Antico nel recupero delle proprie tradizioni applicate alle innovazioni sonore e strutturali dell’uomo alienato - certo non come Bartók, preoccupato nel suo tempo di compiacere un’iper-cultura troppo legata ai propri schemi - e invece liberi di mostrare tutto l’aspetto popolare senza sovrastrutture.

Trema la terra è un tuffo al cuore per chi si accosta all’ascolto con uno schema mentale prefissato: atterrisce molto di più un italiano che un malese, così come Farka Touré atterrisce molto di più un malese che un italiano. Sono i nostri schemi culturali che devono essere messi in discussione: non solo per l’attrito filosofico che è mostrato dalla terra tremante, ma anche per la condanna sociale dell’uomo antico e moderno, quello senza scrupoli capace di sfruttare il più debole fino allo sfinimento e allo svilimento; non volteremo più la testa dall’altra parte, non ci addormenteremo di fronte alle crudeltà, perché Nun n’aiu sonnu. Ma allo stesso tempo dobbiamo invece gioire di fronte alle bellezze della vita, alla Vendemmia del nostro essere pronto a trovare una giusta simbiosi con la natura che lo circonda.

Sempre più difficile è per chi si accosta a questo sperimentalismo spogliarsi di tutto ciò che sapeva per apprezzare la forza dirompente di una Natura senza rispetto per la paura.

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Cesare Basile
  • Anno: 2020
  • Durata: 28:56
  • Etichetta: Ala Bianca - Warner/Fuga Distribution

Elenco delle tracce

01. Trema la terra

02. Pancali cucina

03. Nun n’aiu sonnu

04. Rijanedda

05. Pani e cipudda

06. Menza sira

07. Lettu letu

08. Vendemmia

09. Me figghiu

Brani migliori

  1. Trema la terra
  2. Nun n’ai sonnu
  3. Vendemmia