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Michele Gazich

Una storia di mare e di sangue

In una situazione complessa come quella che stiamo vivendo, a livello mondiale, dove i popoli si muovono, si incrociano, si incontrano e si scontrano quasi che ci trovassimo in una sorta di esodo nel quale nulla rimarrà uguale al prima, arriva un album ad interrogarci sul nostro passato e sul nostro futuro, mentre l’oggi che viviamo è (o almeno dovrebbe) essere il punto di equilibrio che ci aiuta a comprendere il senso della storia.

Michele Gazich, creatore di una discografia davvero originale ed assolutamente fuori da ogni schema o etichetta musicale, ci ha condotto fino alle porte di Una storia di mare e di sangue, partendo dall’inizio dei suoi lavori con La Nave dei Folli. Per comprendere appieno questo nuovo lavoro vale la pena conoscere meglio il percorso dell’artista bresciano, che dopo anni, decenni, passati a suonare con grandi artisti e mettendo al servizio soprattutto le sue mani e il suo violino, da una manciata d’anni ha deciso di intraprendere un cammino artistico personale affascinante. Un percorso non certo semplice, non sempre facile, mai banale. Un percorso che ti impone l’ascolto attento di suoni e liriche perché nulla è mai casuale, mentre tutto è inscritto in una visione ambiziosa che ha al suo centro la comprensione della storia del mondo e di quella delle persone normali, semplici, ordinarie, verrebbe da dire. Cioè ciascuno di noi.

L’album ha una sua storia interiore ed è la necessità, il bisogno dell’artista, di raccontare una parte della propria vita; meglio, della vita della sua famiglia che, proveniente da Est, ha incontrato la durezza dell’Occidente ma soprattutto la durezza della Storia del ‘900.
Tutto nasce dalle memorie che la bisnonna dell’artista, Vincenza Buliumbassich, detta Vizze, ha lasciato al maggiore dei suoi figli e che, in seguito, giungeranno al padre di Michele Gazich. Da quelle pagine, scritte in veneto sui fogli di più quaderni, Gazich figlio coglierà l’intuizione che in quella storia famigliare vi è racchiusa la storia di tante famiglie. Meglio, la storia di una porzione di est diventato ovest, ma senza che gli abitanti lo volessero e/o peggio, senza sapere perché fossero diventati stranieri nel proprio Paese di origine così come in quello che, con diffidenza, li accolse. ‘Sul mare, nel sangue’, recitano le parole in testa al volumetto che, con testi e note, accompagna il cd.

Per un lavoro così importante, vale allora la pena scendere meglio nelle pieghe delle varie tracce. Apre Una storia di mare e di sangue, chitarra classica e barocca, violino da altro pianeta, il mare, i porti, il viaggio, la voce di Michele. La multi etnicità dei primi del ‘900. Un brano intenso e forte che dà subito il segno del fuoco che invaderà ogni parola, ogni nota dell’album. Un album unitario nel concetto, che ha una storia da raccontare, un’ansia da liberare, un orizzonte da raggiungere. Il mare oltre il giardino si apre con il suono morbido ed evocativo della chitarra classica mentre la voce di Francesca Rossi, come anche nella canzone successiva, si alterna a quella di Michele. I suoni ricordano i suoni di un klezmer mite della mitteleuropa, una musica che ha le sue origini lontano nel tempo e nella memoria. Il mare vissuto ed evocato come luogo in cui si compie la storia, ove si appoggiano le speranze e le paure, i desideri, i sogni ed il prologo delle sconfitte a venire. E la lontananza dalla terra natia viene raccontata, con tanta poesia, dall’immagine dell’usignolo che si allontana dalla vista mentre lo spazio del cielo viene occupato dai gabbiani.
Oci bei, oci de bissa si presenta con una musica allegra e veloce, ma anche con un retrogusto di struggente nostalgia. È aria da festa sull’aia e la bella voce di Francesca a mettere voglia di danzare, una canzone colma del desiderio dell’innamoramento, con il violino che canta la gioia e fa cantare chi ascolta, chi, metaforicamente, è all’interno della canzone stessa. Il ritmo è un’evidente incursione nella storia delle terre dell’est, in quelle terre di confine che la Storia tende sempre a stritolare. Venezia è all’interno dello sguardo della musica, mentre la pianura ed il mare si fondono con le storie delle genti che vivono nei luoghi narrati, ed il ballo, la musica e il canto rappresentano la metafora dell’amore che supera il tempo e la morte.

Preghiera de la zente zaratina ci porta al di sopra di una nave, ci tras-porta in mezzo al mare, rendendoci consapevoli del coraggio e della paura delle genti di mare. Il liuto, suonato da Anna Compagnoni, appare in apertura, in una lunga introduzione che pare giungere dalle armonie di un’arpa. Un suono profondo e ricco di mistero. Un atto di fede della gente di mare di Zara, che si rivolge alla regina dei mari con un gesto di speranza perché il viaggio prosegua senza intoppi e la viola, suonata magistralmente da Gazich, pare una sorta di grande faro nel pieno della notte. Un suono quasi country intriso di varie esperienze musicali apre Un sogno americano (24 agosto 1911), con un banjo brillante suonato da Marco Lamberti, capace di portare l’ascoltatore subito verso le terre dell’America infinita, la terra che avrebbe dovuto stillare ricchezza per tutti i suoi nuovi venuti. Il sogno americano è oro, latte, miele, Steinbeck, la frontiera. “il sogno che comincia e non finisce”. Ma poi  il bisnonno di Michele, Nicolò, che lavorava in miniera, divenne cieco a causa di un’esplosione nella miniera stessa in cui lavorava. Il sogno si spense lì, ed il ritorno a casa fu l’unica possibilità rimasta perché “la torre di Babele inizia e non finisce…”.
Proseguiamo nell’ascolto del disco con il suono e le parole che intridono Finisterre, un brano che racconta della mancanza della speranza. L’uomo cieco è in catene ed il futuro è sparito. Il clarinetto e la viola manifestano, con le loro melodie, tutto il senso di straniamento e di dolore per la situazione vissuta. Finisterre è la fine di un percorso, di un’avventura, in qualche modo la fine della vita così come la si era sognata. Anziché trovarsi di fronte (“solo”) all’immensità dell’oceano ci si ritrova di fronte ad un muro scuro perché la vista è impedita. Questo brano diventa, così, l’immagine stessa del dolore senza fine. Così come l’oscurità obbligata compromette il futuro, in parallelo è la stessa oscurità che non vedono gli Stati ciechi, la politica cieca, la cultura cieca, i nazionalismi, i totalitarismi in tutte le sue varie declinazioni che la storia ci ha fatto incontrare. Il valzer dei trent’anni è un tripudio di violini che, con il genere musicale “raccontato” dagli strumenti, regala un valzer pieno di memoria e ricordi, struggenti e dolorosi. Nelle note proposte passa la storia: gli Asburgo, il fascismo, la guerra, i tedeschi, i comunisti, “Zara è libera da ogni italiano”. È il Titanic che affonda, sono i cannoni che rombano, l’eco della prima guerra mondiale che torna a rimbombare negli spari e nelle atrocità di Sarajevo… È la Storia che è irredimibile e cancella ogni traccia di umanità.

Si arriva così a Venezia 1948 (qui Michele insieme a Pietro Campi in una scena del video girato per questo brano per le vie  "d'acqua" della cittò veneta https://www.youtube.com/watch?v=RbhD4OPj8aE), che è il conseguente seguito del brano precedente. Piano (percussivo) e trombe formano un originalissimo connubio strumentale che ben si adatta alle liriche del brano, quasi a rendere evidenti i volti e le anime dei profughi da Zara e dall’Istria, in un silenzio colmo di dolore.
Perché non siamo rimasti a bere latte sotto gli ulivi?, sono parole di Angela Gherdovich, nonna di Michele Gazich, l’altra madre in questa storia di madri: è un altro momento musicale di struggente nostalgia e dolore, con i dubbi della vita che si intersecano con l’oggi. La linea del violino e del violoncello si allineano alle liriche piene di interrogativi, dispiaceri, malesseri interiori. Particolarmente incisivo è l’intervento del flauto croato in legno che disegna un’atmosfera densa di attesa, rimpianto, dolore. Questo, forse, è il brano che rende evidente il senso profondo dell’album. I ‘perché’ chiesti alle scelte dell’e(E)sodo, qualunque esso sia, dovunque esso sia, sono tutti dentro questo interrogativo senza risposta. È una canzone contro la guerra, contro l’omologazione culturale, contro l’oscurantismo delle ideologie, contro il ripudio delle proprie tradizioni, contro la dimenticanza del ricordo e della memoria, contro il diventare altro da sé per umiliare la propria originalità. Ed i suoni degli strumenti sono come una spina nel cuore della memoria.
A chiudere l’album arriva però La casa nella neve, una canzone che ‘osserva’ la morte, la disperazione, il dolore trasfigurato nella neve che irrompe in una casa, che la riempie, che la nasconde. Segno evidente, questo, di desolazione; immagine di qualcosa che è rimasto, seppur distrutto, senza qualcuno al suo interno. Un luogo desolato ma ancora visibile, ed attraverso tale visione comprendere, forse come monito, le ragioni per evitare di giungere a quell’epilogo. Le parole del salmo 69, versetto, 4, chiudono uno scenario che danza sul dolore e sulle domande che non hanno risposta.

Una storia di mare e di sangue è un lavoro di estrema qualità, di cultura alta, di liriche e di suoni che hanno il dono di far pensare ed appassionare, di rendere malinconici e rattristati, speranzosi sì, ma subito dopo afflitti dallo svolgersi degli eventi fino a lasciarti una riflessione ed una conclusione (se mai ce ne possa essere una sola) che è fortemente personale. È la storia di popoli che sono stati trafitti, è la storia di ciascuno di noi che, di fronte alla grandezza della Storia, spesso, ne è travolto senza nessuna possibilità di resistere. O forse non è così…?
Ad ogni modo scegliamo di chiudere questo racconto sul nuovo lavoro di Gazich con le stesse parole che lui ama ripetere quando lo incontri e gli chiedi di raccontarti come è nato questo disco. “È l’invito è a vedere chi migra non come un altro, ma come parte di noi. Mi chiamo Gazich: il mio nome porta in sé una storia di migrazione. Dalla fine dell’800 ad oggi la mia famiglia ha vissuto a Istanbul, a Zara, a Saint Louis e solo infine in Italia. La scrittura e la composizione di questo lavoro  mi ha accompagnato per tanti anni. Con il mio violino sempre in spalla, sono tornato in tutti i luoghi dove la mia famiglia ha vissuto. Una storia di mare e di sangue è solo UNA storia fra tante, particolarissima e comune come tutte le storie di chi ha dovuto viaggiare”.
Un plauso al coraggio di Michele Gazich, che con questo album continua un percorso artistico di non facile approccio ma, certamente, di altissima qualità. Merce rara ai nostri giorni di cui, però, c’è un bisogno quasi esistenziale.

 

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Michele Gazich  
  • Anno: 2014
  • Durata: 46:28
  • Etichetta: Fono Bisanzio / IRD

Elenco delle tracce

01. Una storia di mare e di sangue

02. Il mare oltre il giardino

03. Oci bei, oci de bissa

04. Preghiera de la zente zaratina

05. Un sogno americano (24 agosto 1911)

06. Finisterre

07. Il valzer dei trent’anni.

08. Venezia 1948

09. Perché non siamo rimasti a bere latte sotto gli ulivi?

10. La casa nella neve   

 

Brani migliori

  1. Il valzer dei trent’anni
  2. Perché non siamo rimasti....
  3. La casa nella neve

Musicisti

Michele Gazich: voce, violino, violino primo, violino secondo, violini solisti, violoncello, viola, flauto croato in legno, fidale, pianoforte  -  Marco Lamberti: chitarra classica, chitarra acustica, banjo, voce  -  Anna Compagnoni: chitarra barocca, liuto, tiorba  -  Francesca Rossi: violoncello, voce  -  Alessandra Rossi: clarinetto  -  Paolo Costola: chitarra acustica, mandolino  -  Marco Fecchio: seconda chitarra acustica  -  Marco Vignuzzi: zither  -  Pietro Campi: tromba prima, trombe seconde