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Luigi Maieron

Vino tabacco e cielo

“L’albero che canta”, come l’ha definito il grande Gianni Mura con una delle sue impareggiabili definizioni scultoree, sta crescendo rigoglioso e, giunto al quarto disco nel pieno della forza interiore ed artistica, allarga le sue radici per prendere nutrimento, generare nuova linfa e rendere ben più frondosa la propria chioma musicale.

Superando la metafora botanica, dobbiamo dire che Luigi Maieron, nella sua parca produzione, pur avendo assorbito suoni e impronte probabilmente derivanti dalle contaminazioni “americane” degli album precedenti, (realizzati con Bubola e Gazich, e più di recente con Davide Van De Sfroos) rimane saldamente piantato nel territorio d’origine più di quanto non trasmettano alcune, in verità poche, sonorità che paiono arrivare da oltre Oceano.

Il punto di forza di Vino tabacco e cielo sta nella grande abilità dell’artista nell’alternare con nonchalance le due lingue, il furlan e l’italiano, permettendosi addirittura di mischiarle, come nella splendida e conclusiva Argjentina (storia di tristi ritorni di migranti in luoghi che più appartengono a loro), senza che quasi ci si accorga dei cambi linguistici. Basta avere l’accortezza di tenere sottomano, almeno per i primi ascolti, l’esaustivo booklet con i testi a fronte e l’operazione si rivela riuscitissima, sia sotto l’aspetto letterario sia negli abbracci tra parola e musica.

Ecco quindi fluire gli spunti “pescati” nella tradizione: Donne mari, delicato brano di straziante nostalgia ripreso dalla tradizione carnica dell’800; La Cidule, il pezzo più pirotecnico con Trei Puemas, un rito/gioco, sempre della tradizione, che consiste nel lancio delle rotelle di legno (cidule), mentre si declinano in cantilena i nomi delle nuove coppie della comunità  Ma i pezzi che fanno la differenza sono quelli che riguardano gli “uomini” e le loro esperienze di vita: come l’apertura con Vino tabacco e cielo, quasi una western song che narra di come una guida pratica e spirituale possa darti l’impronta per la vita, oppure Questa faccia, che racconta di come la vita stessa possa tracciare la sua mappa su un volto, che potrebbe essere proprio quello di Luigi, lui pure dotato di “quella faccia un po’ così” di Contiana memoria.

Le vette compositive dell’album si toccano con I fantasmi di pietra, dedicata ai morti del Vajont e ispirata all’omonimo romanzo di Mauro Corona - davvero speciale per pathos, lentamente sospinta da un banjo e da una fisarmonica assassini. Maieron canta in tutto l’album con voce sempre più sicura, robusta come la roccia, evocativa come mai; i musicisti declinano suoni essenziali ma di fascino (su tutti spiccano Davide “Billa” Brambilla ai tasti, Franco Giordani alle corde acustiche e Francesco Piu a quelle elettriche), per un lavoro che si segnala tra i migliori dell’anno. A dicembre si tratterà solo di decidere su quale gradino del podio collocarlo.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Luigi Maieron
  • Anno: 2011
  • Durata: 44:07
  • Etichetta: Luigi Maieron / Universal

Brani migliori

  1. Vino tabacco e cielo
  2. Cramar-marochin
  3. I fantasmi di pietra

Musicisti

Luigi Maieron:  voce, chitarra acustica, basso (01), chitarra elettrica (08,09) Davide “Billa” Brambilla: hammond, organetto, fisarmonica, piano Francesco Piu:  chitarra elettrica, dobro, weissenborn, armonica Ellade Bandini: batteria, piatti (03), cembalo (07) Elvis Fior: batteria Franco Giordani: banjo, mandolino, bouzouki, cori Paolo Manfrin: armonica, basso e cornamusa in 4 Simone Serafini: basso, contrabbasso Paolo Forte: fisarmonica (07), bandoneon (12) Igiul Reiam: voce muezzin (04) Claudia Grimaz: voce (08)