ultime notizie

Fabrizio Moro live al Forum di ...

  Due ore e mezza di musica ed energia, questa l’estrema sintesi di un sabato d’ottobre, sul palco del Forum di Assago. A due anni da ‘Pace live Tour ...

Area - Arbeit Macht Frei

Questo mese la rubrica ‘Mi ritorni in mente’ vuole omaggiare un album e insieme un artista prematuramente scomparso il 25 giugno di 40 anni fa, visto che parleremo di Demetrio Stratos (qui nella foto) e del rivoluzionario album Arbeit Macht Frei degli Area. In quell'Italia degli anni di piombo, quel 1973 in particolare, parlando di musica (anche se non parlavano solo di quello…) fu un anno di cruciale importanza sulla scena internazionale: uscirono molti dischi connotati da un'idea forte, capaci di suscitare reazioni contrastanti - scalpore, sdegno, esaltazione, stupore - e che assursero comunque allo status di pietre miliari per le generazioni successive. Inseriti nella corrente progressive senza mai però farne parte completamente, se non per alcuni aspetti, gli Area irrompono nel panorama musicale italiano con una formula peculiare e personale, che sarebbe divenuta oggetto di sterili imitazioni negli anni a venire.

Grazie alle varietà di esperienze che i componenti del gruppo portavano con sé (Djivas, Fariselli, Busnello e Capiozzo dal jazz, Demetrio Stratos dal beat, Tofani dal rock), “Arbeit Macht Frei” (uscito nel 1973, ma composto prevalentemente alla fine del 1972) si distingue per una riuscita commistione di rock, free-jazz, pop, musica elettronica e d’avanguardia. La vera forza del gruppo può essere riassunta in tre elementi: la presenza del messaggio politico, la miscela di elementi musicali internazionali con meno prevedibili sonorità mediterranee e italiane e, soprattutto, l’incredibile voce del frontman, Demetrio Stratos. Stratos è già un cantante dotatissimo, anche se in seguito il suo talento si manifesterà in modo ancor più eclatante: svilupperà, infatti, una tecnica vocale straordinaria, che arriverà a comprendere l'uso di diplofonie e di armonici vocali.            
       

A partire dal titolo (ispirato dal famigerato motto dei campi di sterminio nazisti, ‘Il lavoro rende liberi’, sigh..) e dall’artwork, ad opera di Frankenstein, alias Gianni Sassi - autore anche degli ermetici testi - si intuisce subito di avere a che fare con un album fuori dal comune: le statuine incatenate con la chiave in mano sono immagini di sicuro impatto, insieme ai testi allusivi ed ermetici, ma di chiara posizione filo-palestinese. A questo si aggiungerà l'idea di allegare come gesto provocatorio, all'uscita del disco, una minacciosa pistola di cartone. Registrato in un cascinale della bassa padana, l’album si apre con quello che resterà il pezzo più famoso e forse anche più orecchiabile degli Area: Luglio, Agosto, Settembre (Nero), con un riff micidiale nella parte centrale che resterà un marchio di fabbrica alla stregua di Celebration della PFM .Una voce recitante in arabo (frutto di una registrazione pirata in un museo del Cairo) costituisce il celebre incipit, cui segue Stratos che, accompagnato dall’organo, declama versi pesanti come macigni. Il pezzo racchiude un po’ tutti gli elementi tipici del sound del gruppo: melodie arabeggianti, improvvisazioni free-form, veloci cambi di tempo, progressioni armoniche e un testo duro e provocatorio. Si prosegue con la title track, che emerge da una lunga intro ad opera della batteria di Giulio Capiozzo (qui in una foto di repertorio) e che, tra sussurri e rumori vari, sfocia in una fuga di matrice jazz-rock; la successiva strofa è sospinta da un coinvolgente riff di basso e chitarra, in cui il sax di Busnello esegue degli assoli che si contorcono su sé stessi sotto il canto di Stratos. Consapevolezza, sembra incamminarsi su sentieri di stampo progressive, per poi inabissarsi in un arpeggio orientaleggiante, impreziosito dalle sperimentazioni di Fariselli e terminando in un alternarsi piano-forte di sequenze progressive e rock. Ne Le labbra del tempo troviamo presente una bellissima melodia vocale a condurre verso la parte centrale, una lunga improvvisazione di matrice jazz in cui ogni componente del gruppo sembra eseguire autonomamente il proprio assolo. 250 Chilometri da Smirne, unico pezzo strumentale del disco, si presenta invece come una cavalcata free-jazz piuttosto convenzionale, nella quale gli strumenti si alternano nell’esecuzione degli assoli.
Il disco si chiude con L’abbattimento dello Zeppelin, forse il pezzo più sperimentale e affascinante: oltre alle consuete fughe strumentali, il fulcro è costituito dalle ombrose atmosfere che accompagnano il canto nervoso e sincopato di Stratos, qui più che mai abile nell’interpretare onomatopeicamente il testo.

“Arbeit Macht Frei”, infine, è un album strategicamente importante perché nel 1973 segna l’esordio degli Area, un gruppo che ha nobilitato la storia della musica italiana, cercando una via che potesse tenere insieme grandi influenze sonore internazionali e una voglia di arrivare diretti con testi che poco lasciavamo ad interpretazioni o fraintendimenti. Artisti schierati, è vero, ma prima ancora erano uomini che cantano quel che sentivano nel fondo del cuore. Sette, otto anni di fortissima presa sui giovani e sugli amanti di un nuovo modo di fare musica. Poi l’uscita di scena di Stratos rompe gli schemi, ed oltre ad essere “insostituibile” c’è da aggiungere che gli anni Ottanta mordevano alle porte e in breve faranno terra bruciata, o quasi, trascinando nell’oblio decine di gruppi e artisti che fino a quel momento erano protagonisti di un decennio irripetibile. Per gli Area qualcosa tornerà a muoversi agli inizi-metà anni Novanta ma nel 2000 arriverà il dolore per la scomparsa anche di Giulio Capiozzo (fondatore storico del gruppo). Il progetto Area sembra destinato a sciogliersi per sempre, ma una decina di anni fa Patrizio Fariselli (vero punto di riferimento per tutta la storia degli Area, qui nella foto) riesce nell’impresa di rimettere insieme Paolo Tofani e Ares Tavolazzi, a cui si aggiunge un “nuovo” batterista, Walter Paoli e una nuova forte attenzione verso il nome degli “Area” torna a farsi largo. Ma questa è tutta un’altra storia. La Storia, quella che volevamo raccontarvi oggi, dice che “Arbeit Macht Frei” è un album seminale per la musica italiana. Riascoltarlo vuol dire condividere una stagione musicale che forse non tornerà più con quell’intensità, creatività, a cui anche questi musicisti che si muovevano sotto il cappello “Area” ci avevano regalato.

 

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento