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Bologna, una città sul mare: Carovana – Luca Carboni

Il secondo appuntamento con i dischi “perdenti” degli anni ’90 è dedicato a Carovana di Luca Carboni. Se il Nord-Est degli Estra era l’agonia e l’abbandono, Bologna è stata negli anni ’90 – ma anche oggi – la rinascita e la patria adottiva di tante persone in fuga dalla provincia. Una patria non cresciuta però, che invece di diventare grande insieme ai suoi abitanti rimane nell’autoreferenzialità sempre più immalinconita e triste della giovinezza. Proprio come il Carboni di questo lavoro trascinato da un singolo tutt’altro che rappresentativo e perciò disco incompreso ed irrimediabilmente “Creep”, ma anche meditativo, intimista e politico. Marco Boscolo riepiloga quanto successe, discograficamente ma anche biograficamente parlando, in quel periodo.
Luca Carboni
Bologna è una grassa donna voluttuosa, che dispiega le proprie curve sensuali tra i colli e la pianura padana, come dice qualcuno. Bologna è la città che fu dominio papale fino alla metà dell'Ottocento e contemporaneamente coltivava dentro di sé i semi dell'anarchismo di Andrea Costa (insuperato e insuperabile). Questa è la città che accoglie migliaia di studenti, dove le osterie sono aperte fino a tardi, con la Madonna Nera che scende da San Luca per fedeli catto-comunisti, e dove «non si perde neanche un bambino».
Allora, di tutto questo, io non conoscevo proprio nulla. Bologna era solo la libertà, pura e indivisibile, un'apertura che mi liberava – credevo definitivamente – dalle mie terre trevigiane, che in quel momento odiavo in modo definitivo. Pensavo che avrei potuto trovare sotto i portici una nuova heimat, una nuova patria dell'anima. Allora via a inseguire Le ragazze, proprio le ragazze di Luca Carboni e del suo Carovana: chissà se si chiamavano davvero tutte Silvia, loro che «volan già come farfalle / e pungon come zanzare» in via Zamboni, tra le facoltà di Lettere e Giurisprudenza, o alle Sette Chiese, ciondolando fino a mattina, oppure di corsa ai Giardini Margherita, tra i ragazzini che giocano a fare i grossi e i finti intellettuali di estrema sinistra che fumano canne democratiche. Perché sempre bisogna ricordare «com'è bella la città / se non hai voglia di studiare» e, soprattutto, che «non c'è nessun problema / anche se poi va tutto male». Bologna era tutta un nome sul portone: eddai scendi giù, che ti porto a sognare.
Emidio Clementi
Era così nella mia testa, nelle mie vene, nei miei ormoni. Bologna, però, in quegli anni, era anche i cassonetti incendiati di fianco al Teatro Comunale, le feste del Pratello finite a botte con la polizia, come racconterà più tardi Emidio Clementi dei Massimo Volume (un altro che cercava una sua heimat all'ombra delle torri). Era i barboni ammazzati “per sbaglio” da un colpo di pistola sotto il ponte di via San Donato, era piazza Puntoni insanguinata quando una brutta storia di droga si è tramutata in sparatoria. La città del centro sociale occupato in pieno centro, di fronte a Chimica, e delle manifestazioni che non finivano mai; era la città delle rivendicazioni di Radio Fujiko, finite chissà come anche al concerto del Primo Maggio a Roma. Era la città dove ad ogni angolo che guardavi trovavi un fumettista; la città dell'Accademia di Belle Arti occupata.
Da allora, quando ero pellegrino in cerca di una nuova terra promessa, è come se il sogno mi si stia svelando di fronte agli occhi, un poco alla volta, un velo dopo l'altro, mostrando un organismo bicefalo: da una parte una città mai uscita dal '77 (e nemmeno dal '68) che si incarna in tutti i nostalgici, in tutti i fan di Francesco Guccini (che intanto è tornato a vivere in Toscana) e della sua Locomotiva (che qui si canta con il pugno alzato e rigorosamente seduti, altrimenti tutti a casa prima). Si incarna negli studenti di oggi che non hanno le idee chiare, ma sanno benissimo come farle ascoltare, e nella scempiaggine di chi non ha orecchie ma finge di ascoltare. Il resto della città è come Luca Carboni quando scrive questo disco: chiuso nella propria stanza, ma capace di far spuntare il Mare mare anche in piena pianura padana come accade a lui sei anni prima di Carovana. Eh sì, perché la Bologna di Carboni è una città sul mare.
Francesco Guccini
Ed è bravo a ingannarci. Perché è difficile capire veramente cosa pensi e cosa gli passasse per la testa mentre accendeva il suo computer e in perfetta solitudine scriveva queste dieci canzoni. Carboni, come ha già perfettamente scritto Christian Zingales qualche tempo fa (“Italiani Brava Gente”, Tuttle Edizioni), è sempre stato un uomo completamente fuori sincrono con il resto del mondo: troppo anni ottanta per essere nuovo negli anni novanta, troppo sperimentatore per essere un classico moderno (e chi dice che non è stato uno sperimentatore, si vada a recuperare la multimedialità ante litteram di “Diario Carboni”). L'inganno di Carovana sta tutto nel totale scollamento tra il singolo Le ragazze, la canzone che ha cercato di far tornare su Mtv un Carboni stempiato e giovanile, ma non più giovane, e un album meditativo, intimista, politico e, per certi versi, autistico. La voglia di mare: «Mare mare mare / ma che voglia di arrivare», che qui diventa «ciao mettiti quel vestito lì / che mi sembra di essere al mare». Ci accontentiamo del simulacro, ma consapevolmente, perché l'aria rimane leggera, solo appena turbata dalla chitarra tagliente. Il vero malessere esistenziale di Carboni, il suo montaliano male di vivere, si ritrova in La cravatta, che racconta di un mondo volgare che proprio la cravatta riesca a simboleggiare perfettamente, perché in fondo «punta sempre là». Ed è anche il triste samba di Macedonia Polare, una macedonia natalizia, fuori tempo massimo («Sbuccio le banane / fuori un freddo cane»), con la preoccupazione per chi è là fuori e non ha il sole dentro di sé. Solo l'onestà del personaggio, perché in fondo non si è mai risparmiato, non è mai diventato la caricatura di sé stesso, non si è mai vendittizzato; è questa onestà che ci faceva (e fa) passare sopra canzoni orribili come Caldino e Il Cowboy, chiaro sintomo – in questo senso sì, veramente autistico – di un ragazzino che non è mai del tutto cresciuto. Perché è come noi. Perché è come questa Bologna di oggi, che ha i muscoli per diventare grande, ma preferisce guardarsi l'ombelico. Forse la amo per questo. Forse la odio. Proprio come un ragazzino. Ma con il mare in Piazza Maggiore.




Luca Carboni
Carovana
1998
RCA Italiana


01. La casa
02. Le ragazze
03. Colori
04. Ferite
05. Macedonia polare 
06. Caldino
07. La cravatta
08. Il cowboy
09. Deserto
10. Occidente&Oriente

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