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C’era una volta Fluxus…

Dall’estetica, più o meno serpeggiante, di un movimento storico, a una serie di album che più o meno decisamente vi si allontanano

 

Per chi non avesse dimestichezza con Fluxus diciamo, molto in sintesi, che si tratta di un movimento interartistico di ispirazione neo-dada sorto nei primi anni Sessanta in cui sono via via  confluiti – o l’hanno lambito, o fiancheggiato – notevoli figure soprattutto della musica e delle arti visive (non di rado di entrambe insieme) quali John Cage, Joseph Beuys, Giuseppe Chiari, Morton Feldman, La Monte Young, Yoko Ono, e Philip Corner (foto sopra),  musicista ma appunto anche artista visivo newyorchese oggi poco meno che novantenne da tempo immemorabile trasferitosi nel reggiano, dove nel 2012 si è svolto un festival in suo onore i cui riflessi trovano oggi posto in Follow Fluxus (Setola di Maiale), con cui apriamo questa puntata della nostra rubrica, che per ragioni di mole (leggi numero) di dischi da trattare è in realtà la prima di due (la seconda a breve).

Il cd, in cui diciamo subito che l’ordine dei brani non è quello indicato in copertina (la sequenza corretta è 4-3-1-2), è decisamente stravagante, nel rispetto del gusto per l’épatement (da épater les bourgeois) insito in Fluxus (come del resto in tanti altri movimenti di rottura, dadaismo in testa), per cui si assiste a una consecutio di suoni in libertà che esaltano la dimensione della performance, qui fisiologicamente restituitaci solo nella sua componente sonora.

Ovviamente non si tratta di jazz (vogliamo chiamarla musica contemporanea?), ai cui territori ci avviciniamo peraltro gradualmente nei successivi due album, che lo spirito di Fluxus per più versi ci restituiscono a loro volta. Il primo è Expeditions (We Insist!) di Paolo Gaiba Riva (clarinetti ed elettroniche varie, con ospiti), a sua volta sufficientemente iconoclasta da poter rientrare appunto in una data filosofia estetica senza frizioni di sorta. Il secondo, più schiettamente jazzistico (ovviamente di sponda free), è Water Reflections (FMR), firmato congiuntamente dal chitarrista ligure-toscano Eugenio Sanna, dal sassofonista franco-canadese Guy-Frank Pellerin e dal violinista svizzero Matthias Boss. Sonorità spesso irriverenti e percorsi frastagliati attraversano i dieci brani del disco, di durata anche molto dissimile (dai due ai tredici minuti). Improvvisazione totale.

Un altro trio liberamente ispirato (peraltro attraverso strutture ben più palpabili) è quello che firma Through Eons to Now (Setola di Maiale), ovvero l’Ombak Trio, somma del sassofonista sloveno Cene Resnik e dei friulani Giovanni Maier, violoncello, e Stefano Giust, batteria. Sei, qui, i brani, come si diceva formalmente più definiti, con un suono di gruppo felicemente calibrato, elementi che si colgono anche in Township Nocturne (Amirani) in un trio speculare denominato The Lenox Brothers e forte di Gianni Mimmo al sax soprano, Pierpaolo Martino al contrabbasso e Francesco Cusa alla batteria, attraversato anzi da una più esplicita cantabilità (sempre nel segno di un’estetica di ricerca, per carità) fornita in primis dal soprano di Mimmo, il quale, sempre su Amirani, compare anche in Blues pour Boris (Vian, ovviamente, che nell’immagine di copertina ricorda anche un po’ Baudelaire, ed è tutto grasso che cola) del trombettista Mario Mariotti, album bellissimo in cui il lavoro compositivo (e assemblativo) è palpabilissimo (è all’opera un sestetto con cinque fiati e violoncello), gli equilibri sempre impeccabili, sia fra le varie voci, preziosissime, che fra innovazione e tradizione (ricordiamo che Vian, fra le sue molte pelli, aveva anche quella di trombettista di hot jazz).

 

Tornando su binari più arditi, lessicalmente parlando, eccoci a Nine Improvisations for Sopranino and Guitar (Setola di Maiale), i cui due strumenti del titolo sono nelle mani di Marco Colonna (foto sopra) ed Enzo Rocco, il cui dialogo, in ottica covid, è avvenuto a distanza (caso tutt’atro che raro, del resto). Bellissime sonorità, specie nel sopranino di Colonna, attivissimo, come ribadito da Noci Saxophone Pool (Nianfunken), di cui il suo sopranino – affiancato da Gianni Console, Vittorino Curci e Francesco Massaro, sassofoni, elettronica e dizione (nel totale) – è la voce-guida. Disco degno di nota, soprattutto allorché l’intreccio fra le voci sassofonistiche si fa più stringente.

Un altro duo, stavolta fra tromba (il texano Harmon Mehari) e pianoforte (il nostro Alessandro Lanzoni), è protagonista di Arc Fiction (Mirr), dieci composizioni originali (sette a firma congiunta) più Donna Lee di Charlie Parker in cui i due musicisti sfoggiano un eccellente controllo della forma, sia sul piano strumentale che proprio dei tracciati lungo cui si sdipana la musica. Che sa essere anche molto interessante, propositiva, nei momenti (svariati) in cui i due scelgono strade più coraggiose e originali.

Il violino di Viriginia Sutera sostituisce la tromba, sempre accanto a un pianoforte (Ermanno Novali), in - molto semplicemente - Duo (Aut), in cui il senso della forma si fa ancor più alto (se vogliamo curiosamente, visto che si tratta di libera improvvisazione, o composizione istantanea, com'è precisato), lambendo (se non proprio posizionandovisi all'interno) terreni decisamente prossimi, prima ancora che al jazz, alla musica contemporanea. Sarà lo strumento, fatto sta che tale humus (o temperatura, se preferite) alimenta un disco per altri versi diversissimo firmato da un'altra violinista, Anais Drago (foto sotto), solitario (s'intitola non a caso Solitudo ed è edito dalla Cam) ma con ampio ricorso alla sovraincisione, largamente composto (lo apre una Gnossienne di Satie, rivista dalla violinista biellese, che poi firma tutti gli undici temi restanti), prendendosi non pochi rischi ma alla fine uscendone sostanzialmente vincitrice, nel segno di un'opera di tratto sicuramente personale.

 

Chiudiamo il cerchio tornando a un’estetica-Fluxus (verosimilmente non intenzionale) per un nuovo cd postumo (stavolta doppio) del pianista pugliese Gianni Lenoci, nello specifico affiancato (o supportato) da Franco Degrassi, live electronics e suoni sul corpo (anche da parte di Lenoci). Dell’estetica-Fluxus il disco, Nothing (Setola di Maiale), due soli ampi brani, uno per dischetto, per oltre cento minuti totali, condivide la totale estemporaneità (e frammentarietà, per non dire episodicità) sonora, la gestualità (prevedibilmente), il gusto per lo stiramento (e lo sfinimento, in questo caso di chi ascolta?), la sconnessione, il silenzio (frequente). Rivedibile.  

 Foto di Lorella Furleo Semeraro (Colonna).

  

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