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Cristiano Angelini, Pino Marino e la canzone narrativa

Visto il periodo, parliamo di Premio Tenco.

No, non è vero, parliamo dell’ultimo – e primo – album di Cristiano Angelini: L’ombra della mosca (Gutemberg Music, 2010), Premio Tenco opera prima 2011.

Cioè, un momento, non è vero nemmeno questo: in realtà parlerò dell’album – ma anche della canzone Non ho lavoro, di Pino Marino – per parlare dei testi delle canzoni.

Perché ne parlo? Perché non se ne può più. Perché oggi non si fa altro che dire che la canzone è d’autore quando «ha buoni testi», e allora per dimostrarlo si mette in fila come esempio un discreto numero di parole che dovrebbero essere poetiche, assonanti o sinestetiche e degne del «Quand(a) si ppoet!» (trad. it. «Accidenti quanto sei bravo, e come mi tocchi il cuore! Sei bravo come un poeta!»).

Una volta per tutte: la canzone d’autore non è tale quando ha bei testi, semmai quando si devono stare a sentire (sono parole di Umberto Eco del 1964, in riferimento a un certo tipo di canzoni), che già è una cosa diversa, e allora non puoi prescindere da ciò che c’è prima e ciò che c’è dopo. La canzone d’autore è un linguaggio, un modo di esprimersi come l’italiano, i cartelli stradali o le bandierine in una pista d’atterraggio.

Sembra che la supposta – che già... voglio dire: è chiaro come termine no? – bellezza dei testi decreti il genere. Questo purtroppo influenza anche i ragazzi che scrivono canzoni e sposta la loro attenzione, più che sull’idea di fondo, sull’apparenza testuale. La struttura fonica, metrica, quella semantica non immediatamente rimandabile al comune significato delle parole, sono elementi che prescindono dalla consapevolezza dell’autore: le canzoni o le sai scrivere o no, e non è ‘abbellendo’ il testo che fai canzone d’autore.

Una delle cose che da sempre caratterizza le canzoni dei cantautori è la narratività, anche quando il brano è descrittivo nelle intenzioni. Si racconta una storia, è questo che rende ‘letteraria’ una serie di parole scelte e messe in fila non per farle leggere su una pagina bianca, ma per cantarle. Questo, per esempio, fa Angelini nel suo disco: storie e ritratti da L’iscariota ad Aisha la maga, fino a quelle in cui si racconta uno stato d’animo. Non solo: il punto forte di canzoni come queste è che hanno una robusta e viva struttura metaforica, cioè che parlano della realtà tramite la realtà stessa; credo sia questo il senso del riferimento al «poetico realismo» di cui si parla nello Statuto del Premio Tenco. Prendiamo come esempio La polvere dei guai: è un bozzetto preciso, un racconto con un tempo interiore, limpido, in cui si parla di una situazione che pure è irreale. Credo che la metafora sia la figura retorica principessa, la migliore, e invece troppo spesso la si confonde con l'analogia. No: bisogna riscrivere il mondo avendo il coraggio di dare riferimenti precisi, plastici, narrativi, sia con le parole che con la musica.

Oggi è purtroppo tempo di impressionismo. Le canzoni principalmente parlano di interiorità, seguendo il maledetto assioma che dice che la canzone non può che dare un’impressione, che la musica non può che dare sensazioni inspiegabili, così senza accorgersene si scrivono testi che non parlano, e che quindi non hanno bisogno di qualcuno che ascolti. Sono testi che si accontentano di violentare apparentemente il linguaggio italiano omologato, quando invece ripetono all’infinito formule trite di attesa di poesia. L’impressionismo, se immotivato, è una malattia.

Per fortuna c’è invece chi usa un passaggio I-V o una frase banale ma in minore come si userebbe una ‘a’, come si userebbe – che so? – un complemento di luogo; c’è ancora qualcuno che, tramite un’organizzazione diversa da quella del mondo e da quella verbale, usa il mondo e le parole per raccontarci cose da raccontare.

Per chi vuole ascoltare.

Ora, però, stiamo calmi. Non cediamo all’estremo opposto: i cantautori non sono cantastorie. Dire che una canzone ha bisogno di narratività non significa che si debba fare il temìno cronistorico: «Mario Rossi esce di casa, sale sul tram, si innamora, lei non lo corrisponde, va in ufficio e ammazza tutti». È un’idea, ma non va necessariamente sempre così.

Appoggiamoci a un altro esempio concreto: una canzone in cui la vera storia non è la storia raccontata, che è solo apparenza e pretesto. Di seguito parlerò del brano Non ho lavoro di Pino Marino, contenuto nell’album Acqua luce e gas (Fandango, 2005, finalista alle Targhe Tenco disco dell’anno 2006).

In Non ho lavoro abbiamo un esempio lampante del fatto di usare immagini metaforiche non per una vuota apparenza, ma seguendo una modalità coerente che trovi il suo giusto significato proprio nel racconto e nella struttura della canzone.

Non ho lavoro è un grido che si serve sottilmente di una ironia amara nel ritornello «Non ho lavoro quindi non ho paura di perdere il lavoro!». Il protagonista non ha lavoro, ok, e porta a spasso il cane dell’inquilino sotto; nell’incedere del testo a questo punto si passa dalla vita precaria, che pure rappresentava il centro dell’esistenza del protagonista e del racconto, a una staffetta di situazioni vorticose che vedono al centro i soldi: una rincorsa schizofrenica e ripidissima che spinge sempre più in là la mente del protagonista, una frenesia che porta a immagini irreali.

«Ho una vita da condurre con due banconote azzurre

con sopra scritto 20, 20 e 20 fa 40

e a me che serve 100 ne mancano 60,

a te serve 300 e il fatto va a finire in banca,

a lui serve 3.000 e già gli manca una pistola,

a chi serve 300.000 manca una carriola

di banconote gialle che il vento porta in aria

al posto delle foglie e il vento le raduna

le conta le riconta ma ne manca sempre una»

Ecco il primo esempio significativo: l’immagine del vento e delle foglie è una metafora giustificata dall’alienazione a cui porta quella continua rincorsa precaria dell’esistenza. La sostituzione dei soldi alle foglie rappresenta la più ovvia delle beffe, dati i presupposti: le foglie, oggetto estremamente naturalistico, diventano altro, altro che non ci appartiene ma ci governa, qualcosa di alieno e innaturale.

Prima ci vengono dati gli elementi, poi la metafora esplode in tutta la sua potenza: prima e dopo: narrazione.

Ma andiamo oltre.

Dopo il ritornello si riprende nelle strofe la descrizione di una giornata più o meno sconclusionata: è un vero e proprio racconto, con una trama, un intreccio, in cui il protagonista si addormenta e sogna. E cosa sogna? Inevitabilmente, scandita da un incedere regolare e deciso, sogna la sua ossessione, l’immagine schizofrenica dei soldi portati in aria dal vento: 

«Rientro col botto alle otto

rincaso col bassotto dell'inquilino sotto

per tutti e due già piove, prendo sonno per le nove

così mangio domani e sogno l'inventore

che ha prestato le sue mani per sostituir le foglie

con le banconote gialle da 50 sopra ai rami

chi ha prestato le sue mani per sostituir le foglie

con le banconote gialle da 50 sopra ai rami?

chi ha prestato le sue mani per convincere gli umani

ad inseguir le foglie gialle appese sopra ai rami?»

Quello che qui ci interessa comprendere è che Pino Marino usa l’immagine finale onirica, con le mani, i rami, le foglie non ‘per abbellire’ il testo, ma il tutto è precisamente giustificato dalla struttura della canzone, addirittura anticipato da una metafora precisamente plastica e motivato dal senso di assuefazione e spiazzamento creato dalla situazione precaria e disumana del protagonista.

La canzone è un racconto di una giornata che descrive l’assurdità di una umanità disumana, trasformata in un’orda impazzita di persone che vivono per il denaro, arrivandoci per gradi, donando narratività persino alla descrizione o, meglio, prima introducendo gli elementi (i soldi, il vento, le foglie) poi organizzandoli all’interno della storia e alla fine tirando le somme.

Il tutto senza far capire che in realtà la vera narratività non sta affatto nella descrizione della giornata («mi alzo [...] esco [...] rientro [...] prendo sonno») ma nell’aver prima dato all’ascoltatore gli elementi – connotati dalla musica e dal ritmo martellante, dal grido sguaiato del ritornello – e poi averli organizzati per la costruzione dello scenario macabro ed etimologicamente incredibile in cui il frutto della terra è il denaro e tutti gli corrono dietro. Qui sta la vera narratività del brano, sono questi il prima e il dopo che ci interessano per il senso della canzone, e – fortunatamente – riusciamo solo ad intuirlo.

Quasi quasi cancello tutto...

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