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Una moltitudine di cd, una prospettiva più o meno credibile di ascolto estivo, una serie di considerazioni avanzate partendo dalle etichette che li hanno prodotti.

Dischi sotto l'ombrellone, poteva essere il nostro titolo odierno. Banale e fuorviante, sia perché molti di questi dischi difficile che li si ascolterebbe sotto l'ombrellone (ammesso che quella sia la nostra collocazione vacanziera), sia perché quando leggerete queste righe magari in ferie ci sarete già stati, con tutte le possibili varianti del caso.

Una cosa è certa: la mole di materiale è notevole, per cui abbiamo pensato a una ripartizione secondo un criterio inusuale, per etichetta, ciò che proseguiremo a fare nella prossima puntata (perché il materiale continua a essere notevole, anche quello in attesa). Partiamo dunque dalla Parco della Musica, label legata all'omonimo auditorium romano (benemerito), nonché attivissima, per quantità e qualità di produzione, da qualche anno in qua. Lo confermano i cinque album cui accenniamo (di più non possiamo fare) oggi, partendo dal doppio Trio Music Vol. I (ne seguiranno altri due) del neobattezzato Franco D'Andrea Electric Tree, che vede il pianista meranese affiancato dallo storico sodale Andrea Ayassot, sax alto e soprano, e da DJ Rocca, che lo colpì rimixando la sua musica in occasione di un contest organizzato da Radio 2, tanto da indurlo a questo progetto ad hoc. In realtà, diciamolo francamente, i risultati non paiono memorabili (stimolanti, magari), con una musica un po' inscatolata, seppur non priva di qualche picco. Per chi vuole avere tutto di D'Andrea.

Un suo partner d'antan, il sassofonista bergamasco Tino Tracanna, firma per parte sua col quintetto Acrobats (Ottolini, Cecchetto, Dalla Porta, Fusco) Red Basics, cd un po' a corrente alternata che non disdegna a sua volta l'elettronica. Tracanna, in passato, ha saputo fare senz'altro di meglio, cosa che non diremmo dell'altro sassofonista (laziale) Rosario Giuliani (foto in alto) il quale con The Hidden Side firma il suo lavoro più maturo, indicativo non solo delle sue ben note doti di solista, ma anche di compositore e, più in generale, organizzatore di musica. Gli sono accanto Alessandro Lanzoni al piano, Luca Fattorini al basso, Fabrizio Sferra alla batteria, più Paolo Damiani, violoncello, e Marcella Carboni, arpa, ospiti qua e là.

Un terzo sassofonista (e clarinettista), Don Kinzelman, americano ormai italiano d'adozione, in seno a Hobby Horse (con Joe Rehmer e Stefano Tamborrino), firma poi Rocketdine, che ribadisce quanto di buono già si sapeva del trio: una musica varia e intelligente, mai casuale (o banale), molto curata, in cui l'elettronica gioca qui pure la sua parte, il che accade, moderatamente, anche in Thinking Beats Where Mind Dies del bassista Danilo Gallo, per l'occasione alla testa di un superquartetto col duo Bearzatti/Bigoni entrambi sax tenore e clarinetto (di regola suonati a coppie omogenee, generando tracciati felicemente alterni in seno al cd) e Jim Black alla batteria.

Un altro bassista, uscendo per un attimo dalla logica "etichette a blocchi", Tito Mangialajo Rantzer, uno che ha posto il suo strumento al servizio di un'infinità di gruppi e incisioni altrui ma che di rado ne propone a suo nome, firma Dedications (Solista), in quartetto con doppio fiato e senza pianoforte. Bel lavoro, compatto, con qualche ovvietà ma anche tanti momenti degni di nota, felicemente intenzionali e condotti nel segno di una ben percepibile logica (ed estetica) di gruppo.

Passando decisamente oltre, e riprendendo il filo del nostro discorso, veniamo a una delle etichette più "spinte", sul piano estetico, del panorama nazionale, la friulana Setola di Maiale, che di recente ha pubblicato fra l'altro quattro dischi di cui riferiamo in breve. Tre sono in quartetto, partendo da Dola Suite, in cui al trio svedese (compreso, a intermittenza, il nostro pianista Luigi Bozzolan) Rävelden si unisce il sax-clarinettista Achille Succi, generando una musica di sicuro spessore, frutto di improvvisazione totale ma da parte di gente che ben conosce (e quindi gestisce) la materia. Analogo discorso vale per Apnea, con uno dei massimi cultori dell'eredità di Steve Lacy, Luciano Caruso (sax soprano, ovviamente), Ivan Pilat al baritono, Fred Casadei al contrabbasso e Stefano Giust, deus ex machina di Setola di Maiale, alla batteria. Una piccola gemma.

Altre valutazioni richiedono i due restanti album dell'etichetta friulana. Il primo, Kwatz!, titolo del cd e nome del quartetto, tutto a percussioni, il cui membro più noto è Roberto Dani (foto sopra), tende troppo marcatamente verso un nulla sonoro (leggi silenzio) che forse dal vivo può salvarsi attraverso la gestualità, tipica proprio di Dani, ma che su disco non può non riportare alla mente il concetto di "tragedia dell'ascolto" di noniana memoria, concetto tranquillamente ampliabile a Through Mysterious Exotic Barricades: Asian & African di quel singolare personaggio che è Philip Corner, artista newyorchese a tutto tondo (celebri i suoi pianoforti dipinti), oggi ottantatreenne, fra i padri nobili di Fluxus, trapiantato in Italia, nel reggiano, dove nel 1991 ha realizzato la prima delle due performance (pianistica, ma largamente en plein air) che occupa metà del cd, integrata da un'altra, coeva, realizzata in Canada, più percussiva. Cosa implica, tutto ciò? Quasi ottanta minuti di suoni in libertà, largamente ripetitivi, per i quali, come detto, torna alla mente il buon Nono.

Per un certo periodo lui pure di stanza in Italia fu Chet Baker, al quale è dedicato il primo dei due cd di casa Splasc(h) di cui ci occupiamo. Trattasi di Chet's Sound, in cui il trombettista astigiano Felice Reggio omaggia il grande estinto mettendo in campo quello che fu probabilmente l'organico da lui più amato nella sua ultima (o penultima) stagione, il trio con chitarra e contrabbasso. Disco di estremo buon gusto, "Chet's Sound" riunisce cinque standard (americani) fra i più amati da Baker, abbinati a Retrato em branco e preto di Jobim, Que reste-t-il di Trenet e le nostre Estate (che Chet incise più volte) e Arrivederci. Un piacere per l'orecchio.

Agli standard si dedica, da tutt'altra prospettiva, Lanfranco Malaguti in Why Not?, che ne segna (a sua detta, ma non ci crediamo) il commiato, dai suddetti standard come dall'attività in sala d'incisione. Come sempre diversi gli elementi di originalità, adeguatamente serviti dall'attuale quartetto del chitarrista, di cui fanno parte (oltre alla fisarmonica di Romano Todesco) Nicola Fazzini, sax alto, e Luca Colussi, batteria, che ritroviamo in una produzione più loro, Saadif (nusica.org), in seno a un altro quartetto, completato da Alessandro Fedrigo al basso (cioè tre quarti dell'XY Quartet) e dal trombettista Amir ElSaffar, che v'insuffla le sue esplicite reminiscenze irachene. Disco di fascino e rigore.

Visto che navighiamo da un po' in acque friulane, apriamo una parentesi per Tea Time (Rudi Records), firmato congiuntamente da Daniele D'Agaro, clarinetto (foto sotto), Massimo De Mattia, flauti, e Giovanni Maier, contrabbasso. Il terreno è ancora quello dell'improvvisazione senza rete, gli esiti eccellenti, logico frutto di tre maestri del ramo.

Chiudiamo con una puntata in casa Tŭk, l'etichetta di Paolo Fresu, che però qui non compare se non come episodico pianista in uno dei due cd che incontriamo, Trigono, firmato Rita Marcotulli, piano (ufficiale), Marco Bardoscia, contrabbasso, e quartetto d'archi Alborada (in cui milita Sonia Peana, signora Fresu). Il disco è molto elegante, curato. Fin troppo, visto che vi si coglie una patina di maniera neanche tanto fra le righe. Apprezzabili diversi episodi (in particolare il tangheggiante J'adore la pluie di Bardoscia), ma l'immagine globale rimane un po' troppo leccata, estetizzante. Non del tutto convincente neppure Daylight, uscito un tre mesi prima a nome Gaetano Partipilo Contemporary Five (con Diodati e Lanzoni, fra gli altri). Qui si fa un po' fatica a uscire da una certa genericità, per quanto non manchino spunti degni di nota (i brani più brevi, generalmente).

Foto di Paolo Ferraresi (Baker) e Alberto Bazzurro (Dani, D'Agaro).

 

 

 

 

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