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“Far girare la musica” – Annibale Bartolozzi

Il mondo della Musica vive oggi una stagione difficile come mai, in cui tutti i sentieri e le mansioni, i supporti e le possibilità sono messi a dura prova. Nella scossa incertezza generale, seduti sulla conca bassa dell’onda lunga in atto, in questa seconda puntata della nostra rubrica proviamo ad analizzare la situazione con un addetto ai lavori che da molti anni la Musica la “fa girare”: Annibale Bartolozzi della Upr.


«Lavoro nella musica dal 1982 e già allora si parlava di “crisi”, ma era quella di un mondo che vedeva qualche cedimento in fatturati ricchi. Adesso invece è piena: dal 2001 le vendite sono cadute del 64%». La crisi (musicale) (italiana) si inscrive nell’ampia fase di recessione economico-culturale di fatto esplosa, e ha caratteristiche precipue: se tutto va a rotoli, a fare il disastro è la miopia degli attori coinvolti. «Prendersela con la crisi del disco ormai è un adagio fuori tempo massimo, i discografici hanno lasciato saccheggiare la musica dai media e dalla Siae ma sono stati scavalcati dalla storia, parlarne vuol dire riferirsi a problemi che sono all’origine di certi vizi ma che non aiutano più a capire come superare i suddetti vizi. La musica è uscita dagli interessi delle persone per l’apertura di nuovi fronti (computer, videogames, telefonia) e per la scarsa incisività della proposta artistica: abbiamo tanti discreti gruppi ma nessuna grande band, e arrangiamenti e esecuzioni non possono coprire tutti i limiti della scrittura. Sono problemi mondiali che da noi si accentuano perché notoriamente i paesi più poveri diventano sempre più poveri. Metti insieme un pubblico sempre meno attento con una proposta sempre meno forte, avrai non le mitiche “convergenze parallele”, ma due linee che vanno zigzagando per i fatti propri e saltuariamente si incrociano».


La questione è macro, eppure nessuno sembra vederla (e volerla affrontare). «Il feticismo industriale annaspa ma il problema è la crisi di idee. Paradossalmente ciò è più chiaro a chi gestisce la musica (produttori, discografici, manager) che a chi dovrebbe gioirne ed attuarla, vale a dire i musicisti: specie i più giovani vivono di imitazione del ruolo, hanno grande preoccupazione per l’apparenza e sono molto più sbrigativi sul fatto artistico, con scarsa autocritica e alibi a portata di mano. Non si capisce perché pensino al proprio lavoro come ad una carriera para-statale, dove si va avanti per invecchiamento: è evidente che non è così, ma fa niente, siccome una cosa gli è venuta “istintiva”, questa è sacra e interesserà tutti». Ed eccoci al nodo cruciale sul pettine: se “dal morto” la musica prende sberle, dal vivo non riesce più nemmeno a porgere la guancia. «La crisi è nera perché ha ceduto anche il live, e non credo che la situazione si rialzerà a breve, il futuro lo vedo sponsorizzato e ovviamente tutto ciò che non è pop farà fatica. La salvezza starà forse nel circuito per appassionati, collezionisti di farfalle; ma è chiaro che le possibilità non si prospettano di respiro». Nodo triste che si è stretto a valanga ed in cui la perdita di credibilità di ciascuno contribuisce al collasso generale. «Spostare i grossi nomi nei club è stata l’origine della fine degli stessi, perché così un locale lo trasformi in una music-hall senza servizi, e generi disaffezione perdendo il meccanismo che portava la gente nei posti a prescindere dal nome in cartellone».

E vieppiù in assenza di leggi sulla musica, quando la cinghia risale i buchi, si punta all’autarchia. «La gestione “unica” (nel mio caso discografica, booking e ufficio stampa assieme) è obbligata, già così si fa un’enorme fatica. Il versante più duro è la promozione, anche qui il Belpaese si distingue per follia: le radio rifiutano qualsiasi cosa non suoni ultrapop, in televisione l’auditel ci ha ucciso e i quotidiani “non trovano più la notizia”. E le riviste specializzate, che come tiratura valgono una fanzine, danno copertine anche a sconosciuti purché stranieri, bistrattando la produzione nostrana. Il web resta il campo d’azione privilegiato». Tutto sembra remare contro soprattutto al futuro: un dettagliuccio. Una volta si guardava avanti puntando sul mondo indipendente, ma – detto dell’evidente gap economico – la guerra fra le due tipologie imprenditoriali è in realtà «...super obsoleta, anche le major non riescono più a controllare nessuno. L’unica cosa buona è che la concorrenza è più aperta: la gente si muove e la rete corre, se hai idee che colpiscono ce la fai, ma il livello di “intuizione” della proposta deve essere alto, per originalità o per moda, per contenuto o semplice intrattenimento».

Sembra la giungla del “chi prima arriva”, meglio se ignorante; eppure, soprattutto quando va male, conta sapere che occuparsi di musica non è come vendere calzini. «Prima di fare il discografico/promoter ho fatto il musicista e sicuramente il background e la passione incidono, aiutano a lavorare a banda larga, perché sei dentro alle cose. Oggi chi investe nella musica è un panda coi germogli di bambù: l’idea del produttore vile mercante è morta e sepolta, altro che speculatori». In realtà alla cultura un po’ di management farebbe bene, in termini di approccio professionale, ed invece è la fiera dell’hobby. «Il nostro è un mestiere artigiano, ma investire in un ambiente che non dà ritorni se non marginali è una contraddizione in termini. Purtroppo questo apre le porte ai tanti cialtroni. Io non amo darmi per vinto: credo sia questo a tenermi qui, oltre al fatto che mi capita ancora di commuovermi sinceramente». Insomma, noi panda moriremo tutti? «Sì, ma nella prossima vita... ».



Annibale Bartolozzi della Ultimo Piano Records (Upr) è discografico e promoter di musica folk-rock. Tra le fila della sua etichetta Folkabbestia, Cisco e Porto Flamingo. Dal 2007 organizza il festival Laratro.

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