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Nuovo singolo de La Scelta, un ...

  Dopo due anni d’attesa dal loro ultimo lavoro, lo splendido Colore Alieno, ritorna il gruppo La Scelta, una delle formazioni più interessanti del nostro panorama musicale. Le aspettative erano ...

Finale di stagione

Puntata di chiusura di un anno piuttosto ricco sul fronte del jazz italiano, come quest’ultima carrellata conferma prontamente

 

Per quest’ultima puntata del 2019, partiamo da due lavori un po’ particolari: due cd di chitarra sola, alquanto anomali. Il primo si deve al sardo Paolo Angeli, da un buon ventennio inesausto esploratore di sonorità che spesso non accosteresti alla chitarra grazie a uno strumento speciale, preparato (ovviamente), manipolato, con aggiunte di vocalizzi e diavolerie varie. Il suo ultimo lavoro, 22.22 Free Radiohead (ReR), ha come spunto e suggestione la musica del celeberrimo gruppo anglosassone e si muove lungo coordinate in cui chi frequenta la musica di Angeli non farà fatica a orientarsi. Per tutti gli altri si tratterà di un viaggio abbastanza sorprendente e magari qua e là un po’ spaesante. Inusuale, ma per altri motivi, si rivela anche Radha (RadiciMusic) dell’indo-fiorentino Krishna Biswas, che su una normale chitarra acustica, maneggiata con estrema perizia e padronanza tecnico-lessicale, attraversa quindici composizioni originali in bilico fra eredità classica e nuove istanze, abbeverate ad altre fonti, fra country e contemporaneità in senso lato. Sono questi ultimi, per inciso, i momenti più interessanti e originali del cd.

Passando a una coppia – anche qui – di duetti, non possiamo che elogiare senza mezzi termini il nuovo album di Mirco Mariottini, clarinetti, e Stefano Battaglia, pianoforte, semplicemente Music for Clarinets and Piano (Caligola), titolo schiettamente da musica classica, di fatto rispettato nell’aplomb e nella pulizia di suono, assoluti, anche se in realtà si tratta di dodici improvvisazioni, o meglio dodici episodi tratti da una lunga sessione di improvvisazioni in studio. Album magistrale, come detto, in cui ciascuno dei performer, già singolarmente di assoluto rigore inventivo e progettuale, dà il meglio di sé. Il risultato non può che essere uno dei migliori album ascoltati negli ultimi tempi. L’altro duo vede per contro un trombone (il vicentino Filippo Vignato, foto in alto) accanto a un violoncello (l’americano Hank Roberts), il tutto manipolato e filtrato, con Roberts impegnato qua e là pure alla voce. Il risultato (Ghost Dance, Cam Jazz) è un disco coeso, che sembra a tratti muoversi come in una dimensione surreale, alonata, benché il dialogo a due abbia aperture dense e vitali. Brani tutti di pugno dei firmatari.

Salendo di un’unità, eccoci al trio artefice di Ayler’s Mood – Combat Joy (Aut), con Pasquale Innarella, sax tenore e soprano, Danilo Gallo, basso, ed Ermanno Baron, batteria, trio dalle coordinate espositive abbastanza classiche, in ottica di derivazione free. Il rimando ad Albert Ayler si palesa via via, specie nei brani finali, anche proprio tematicamente, in quella tipica luminosità dolorosa e dinoccolata. L’avvio è invece pacato, riflessivo, per un disco ben equilibrato, cosa che non ci sentiremmo di dire, sempre in casa Aut, per Acre – Different Constellations di un quartetto ancora con Baron, voce, chitarra ed elettronica (varia). Qui si cavalca l’onda di uno sperimentalismo un po’ arido, generico, con solo episodiche sorgenti ispirative cui riferirsi. Il resto è piuttosto dispersivo, a tratti sfilacciato.

Non del tutto convincente, malgrado la presenza di Tim Berne, neppure Trapper Keaper (Caligola), anch’esso opera di un quartetto che fa capo al batterista veneto (ma ormai di stanza a New Orleans) Marcello Benetti. Ciò che tuttavia nel cd precedente è estenuazione e dilatazione, qui è lacerazione, fibrillazione, anche sovraesposizione, non a senso unico ma comunque come tendenza prevalente. Non mancano i momenti degni di nota, ma la tensione che si respira è a tratti un po’ soffocante, pur in presenza di periodiche oasi di almeno parziale ristoro. Una tensione, una densità palpabile percorre anche Trojan (Auand) del sestetto Ghost Horse, forte fra gli altri ancora di Filippo Vignato al trombone, Dave Kinzelman alle ance e Gabrio Baldacci alla chitarra. Qui si tratta però di una tensione più composta, sorvegliata, talora quasi imbrigliata, segnata (del resto anche qui non a senso unico) da un tono scuro, a tratti solenne, con qualche spigolosità e, in generale, una felice plasticità d’insieme. Gioverebbe solo, magari, un maggior gusto per il rischio hic et nunc.

 

Coordinate ben definite ma con generosi spazi per l’invenzione del singolo albergano nel nuovo cd del quartetto di Ettore Fioravanti, batterista-leader fra i più attivi, storicamente, del panorama nazionale. In questo Opus Magnum (Alfa Music) ciò che colpisce è in primo luogo la particolare timbrica del gruppo, costruita attorno ai clarinetti di Marco Colonna e al vibrafono di Pasquale Mirra, protagonisti assoluti in un contesto che privilegia comunque il disegno corale, su una linea riconoscibile, moderatamente avanzata, rispettosa del grande ceppo jazzistico ma senza troppi déjà vu. Un altro batterista-leader (nonché, come Fioravanti, prolifico compositore) è il siciliano Francesco Cusa (foto sopra), che in Black Poker (Clean Feed) abbina il suo quartetto The Assassins agli archi del Florence Art Quartet. Ne vien fuori un album di ottimo livello, equilibrato e intelligente, lontano dalle pastoie mielose o meramente virtuosistiche di tanti cocktail jazz/archi. Qui i due emisferi ora s’incontrano e ora si evitano (nel senso che suonano separati) dando al totale un sicuro spessore, che non è solo cerebral-concettuale, ma anche fattivo. Album di grande maturità.

E chiudiamo con un cd un po’ sui generis, opera del pianista foggiano Roberto De Nittis, che in Dada (Caligola) riunisce un ottetto (in totale) capace di firmare un lavoro originale quanto, a tratti, spiazzante, un lavoro che stilisticamente collocheremmo fra Ottolini e Capossela (sarà anche la presenza di Vincenzo Vasi), passando magari per Nino Rota e il jazz arcaico, ironico e nel contempo sperimentale (in linea col titolo), persino rigoroso proprio nella sua eterogeneità. Un lavoro in cui convivono profumi d’antan e sonorità attuali, strumenti-giocattolo e rumorismo concreto, magari non tutto perfetto ma gustosissimo. Fra i musici coinvolti, oltre a Vasi, Zoe Pia, Ada Montellanico e il citato Marcello Benetti. Fra le sorprese dell’anno.

Foto di Alberto Bazzurro.

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