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Fra scrittura e libera improvvisazione

Fra dediche, ambizioni squisitamente compositive e tanta aleatorietà si muovono sette recenti cd che decollano da una formula particolarmente attuale come il duo

Oggi decolliamo dal duo (che fra parentesi non è neppure tutta questa novità) e planiamo lì intorno, passando per una volta in rassegna un numero umano di album: sette. I primi due sono duetti veri e propri, a partire da Mechanical Visions (Sound Records) del trombettista fiorentino Franco Baggiani (foto sopra), uno non di primissimo pelo, in coppia col batterista elvetico-bolognese Mirko Sabatini, entrambi alle prese anche con l’elettronica. Il disco si sviluppa nel segno dell’avanguardia più piena, con tutto l’apparato di suoni antigraziosi e turbolenze varie, per un lavoro di estremo rigore, felice soprattutto nella sua prima parte.

Un unico brano di quasi trequarti d’ora (secondo quello che pare il dettato dell’etichetta che l’ha edito, la slovena Klopotec) occupa Les Ravageurs, live austriaco (marzo 2016) del duo formato dal sassofonista (tenore e sopranino) Edoardo Marraffa e dal pianista Nicola Guazzaloca, entrambi legati al collettivo bolognese Bassesfere. Il gusto per l’antigrazioso, qui, è ancor più netto che nel disco precedente, benché non manchino momenti di chiaro ripiegamento (non mancavano del resto neppure in “Mechanical Visions”), fino al quasi totale silenzio. Le “intemperanze” di Marraffa (sul finire anche sui due saxes in simultanea) generano un clima teso, turgido, nervoso, che Guazzaloca ora ribadisce e ora (almeno parzialmente) ricompone.

Di fatto un duo è pure quello che ha partorito Zapping (Visage Music / Materiali Sonori), un omaggio all’universo del grande Frank Zappa a conti fatti fra i migliori dei tanti. Lo firma una sedicente Inventionis Mater (da Mothers of Invention, ovviamente), cioè Pier Paolo Romani, clarinetti, e Andrea Pennati, chitarra, cui si unisce in alcuni brani (14 in tutto) Nazareno Caputo al vibrafono (e percussioni), arricchendo felicemente la tavolozza timbrica del miniensemble e di riflesso le soluzioni proposte. Che non sono necessariamente jazzistiche, fra temi di Zappa, Stravinskij, Varèse e originali, in un pot pourri che il geniaccio di Baltimora pensiamo avrebbe gradito, pur se il tratto è per lo più tenue, raffinato, mai troppo enunciativo.

Se “Zapping” è in trio solo qua e là, lo stesso non vale per Kuku (improvvisatore Involontario), opera di un organico comunque anomalo, con Sara Montagni, flauto, voce e sensori, Martino Rappelli, chitarre, e Tommaso Rosati, elettronica, batteria e diavolerie assortite. Si procede in un’ottica di ricerca, però con esiti decisamente alterni, un po’ spuri, quasi scolastici, poveri di mordente, il che non si può certo dire per Garibaldi Plop (Tricollectif) del pianista Roberto Negro (foto sotto), che in trio con violoncello e batteria firma un album di spessore, a tema, dedicato a un mondo che non c’è più (nello specifico al padre del pianista), un mondo di eroi più o meno oscuri (resistenza e zone limitrofe) che si sono spesi affinché questo stesso mondo venisse fuori un po’ meglio di quanto non sia successo. Tale didascalismo non impedisce peraltro al cd di giustificarsi totalmente anche solo attraverso la musica, tenendo viva l’attenzione di chi ascolta con un periodare tutt’altro che ovvio, anzi emblematico di come si possa percorrere una strada ampiamente battuta (il piano trio, anche se qui con un cello al posto del più canonico contrabbasso) senza scadere nel risaputo.

Con l’aggiunta di un’unità (Don Kinzelman, sax tenore e clarinetto), il bassista Francesco Ponticelli firma per parte sua con Kon-tiki (Tuk) un album più piano, ma non per questo scontato, anzi illuminato dall’alternarsi di Kinzelman fra i suoi due strumenti, a generare umori anche piuttosto distinti che costituiscono di fatto l’elemento di maggior pregio del cd, fra momenti più scuri e impastati, e altri più liquidi e – per altri versi – appuntiti. Un organico praticamente identico, però con l’aggiunta dell’elettronica, è quello che il pianista lecchese Luca Pedeferri riunisce in Meditation on Ustvol’skaja (Setola di Maiale), dedicato alla compositrice russa Galina Ustvol’skaja (1919/2006), di cui si rileggono dodici preludi muovendosi fra istanze contemporanee e improvvisazione di più chiara marca jazzistica. Gli esiti sono alterni, come i tracciati e gli umori dell’album, il che di per sé non sarebbe un difetto, semmai il contrario, solo che qui ci sono segmenti un po’ afasici che qua e là appesantiscono oltre misura la fruizione di un cd per altri versi certamente apprezzabile e non banale.   

      

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