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Il jazz ai tempi del coronavirus #2

Non pensavamo di dover dare un titolo seriale a questa nuova puntata rispetto alla precedente, ma tant’è: ci siamo ancora dentro e ci tocca farlo. I dischi che incontreremo sono fa l’altro 17. Pare che non porti benissimo… Però due sono doppi, per cui si va a 19. Tanti, forse troppi, il che ci impone di partire in quarta nella nostra cavalcata, che se non altro dimostra che il jazz italiano, se non in versione live, almeno discograficamente tiene decisamente botta.

 

Partiamo con due album in cui compare Giancarlo Schiaffini, gloria del jazz di ricerca e della musica contemporanea italiana (anche accanto al compianto Ennio Morricone, nonché a Luigi Nono). Il primo s’intitola Duos & Trios (Leo) e vede il trombonista romano accanto al sopranista finlandese Harri Sjöström e al vibrafonista milanese Sergio Armaroli, loro due in coppia in nove dei dodici brani, mentre il trio agisce nei restanti tre, il cui ultimo, peraltro, lunghissimo (22:38). Prevale un’improvvisazione di marca free-contemporanea senza troppi fronzoli fondata essenzialmente sulla bellezza dei contrasti timbrici fra gli strumenti, in particolare, quando c’è, il bofonchiante trombone di Schiaffini. Il quale torna nel doppio Materia (Aut) in seno al gruppo allargato BlueRing Improvisers, dieci musicisti in totale (fra cui la bassista Silvia Bolognesi) impegnati negli abbinamenti più disparati, con prevalenza di organici più ampi nel primo cd e invece decisamente più smilzi (svariati soli) nel secondo. Il risultato è un lavoro composito, di marca ancor più squisitamente contemporanea, con bei riscontri soprattutto allorché agiscono gli organici più pingui.

Un altro senatore del jazz italiano, Franco D’Andrea, torna alla testa di un nuovo trio nel doppio New Things (Parco della Musica), il cui titolo dice veramente molto, esprimendo la volontà del pianista (ottant’anni il prossimo 8 marzo) di battere nuove vie, nello specifico in compagnia di una tromba (Mirko Cisilino) e una chitarra più elettronica (Enrico Terragnoli). Ricordiamo con quanto pathos D’Andrea ci parlò un paio d’anni fa di questo suo nuovo progetto, che conferma in toto le migliori qualità della sua musica (anzitutto una logica e una coerenza ferree, una capacità di mischiare libertà e strutture in modo assolutamente esemplare) però con un suono più snello, e comunque diverso da ogni precedente. Complimenti vivissimi, ancora un volta.

Sempre dal Parco della Musica ci giunge un altro lavoro in trio dalle geometrie alquanto inusuali, riunendo il contrabbasso della leader, Federica Michisanti, fra i nomi di punta emersi nel jazz italiano degli ultimi anni, ancora una tromba (Francesco Lento) e le ance (sax tenore e clarinetto) di Francesco Bigoni. Il gruppo si chiama non a caso Horn Trio e il cd Jeux de couleurs, perché in effetti di colori trattano i titoli dei brani, che hanno l’incedere solenne e partecipe del precedente lavoro della Michisanti, quel fare serio ma non serioso che rimanda a esperimenti di svariati decenni fa in terra soprattutto californiana.

Un’altra signora al vertice del triangolo in This Is not a Harp (Barnum), dove l’arpista Marcella Carboni (foto in homepage) recupera di fatto geometrie proprie del piano trio con basso (Paolino Dalla Porta) e batteria (Stefano Bagnoli), però alternando il tutto con episodi più brevi in cui s’insinuano singolari bagliori ed effetti. Prevale comunque una leggerezza di tratto che non allinea il cd sul profilo dei precedenti, il che vale anche per un piano trio vero e proprio, quello che Antonio Zambrini guida in Incontro (Abeat), con Jesper Bodilsen al basso e Martin Moretti Andersen alla batteria. Qualità maiuscola, originalità piuttosto latitante.

 

Aggiungendo la sua tromba a un altro piano trio (notevole), in Blue Horizon (Aut) il torinese Ramon Moro (foto in alto) attraversa temperature assai simili a quelle del cd della Michisanti, però con un suono – e quindi un tono globale – per forza di cose diverso, evocativo, sospeso, qua e là sofficemente danzante. Disco di sicura classe, così come, su tutt’altro piano, quello di un altro quartetto, però con un’ancia (Achille Succi) al posto della tromba, quartetto guidato dal pianista Oscar Del Barba lungo gli insidiosi pendii di Giuseppe Verdi Entangled (Da Vinci), con pagine appunto verdiane rilette in chiave jazzistica, ciò che non è neppure così raro, ma qui raggiunge livelli ragguardevoli, perché comunque il gruppo ha un proprio suono e ingloba Verdi entro qualcosa di totalmente suo.

Altri tre quartetti che più dissimili non potrebbero essere nei prossimi tre dischi. Il primo è (Abeat) di Cordoba Reunion, con le ance di Javier Girotto (sax soprano  baritono) a scorrazzare da par suo sul vibrante tappeto offerto da un ulteriore piano trio (Di Giusto/Buschini/Garay). Il solito bel disco di un gruppo di esuli argentini che non dimenticano la loro terra e i suoi profumi (tango compreso, ovviamente). Il secondo vede invece il bassista (nonché chitarrista) Danilo Gallo (foto sopra) guidare in Hide, Show Yourself! (Parco della Musica) il quartetto Dark Dry Tears con due sax-clarinettisti, Massimiliano Milesi e ancora Bigoni, e Jim Black alla batteria. Climi scuri, incedere per lo più corale, con – a tratti – una sua solennità e una sua epicità. In Reality in Illusion (Setola di Maiale), infine, il multisassofonista bergamasco Roger Rota guida un singolare quartetto con altre due ance, Marco Colonna e Francesco Chiapperini, e batteria lungo i tracciati di un album affascinante e inusuale, condotto con bella verve e sana compartecipazione.   

Una coppia di agguerriti sassofonisti, Edoardo Marraffa e Filippo Orefice, guida a sua volta il quintetto Tell No Lies (completato da piano trio, più ospiti) artefice del nostro dodicesimo album in scaletta, Anasyrma (Aut), ad aprire una sestina di cd uno più bello dell’altro. Questo si evolve attorno a una corporeità mai ridondante, e invece viva, calda, pulsante. Il successivo Aura (Leo) vede all’opera un altro quintetto i cui poli italiani sono il flautista Stefano Leonardi, ancora Marco Colonna alle ance e Antonio Bertoni al cello (e guembri) per una musica più astratta e cogitabonda, libera quanto ottimamente strutturata, di eguale, ottimo livello.

Flauto totalmente al potere in The Cage Side of the Flute (Sonata Islands) del Til Cage Ensemble, con Emilio Galante, Giulio Visibelli (foto sotto) e Carlo Nicita impegnati sulla vasta famiglia dei flauti, più vibrafono (Luca Gusella) e contrabbasso (Tito Mangialajo Rantzer). Musica vivace, a tratti persino squillante, impasti netti, geometrie e intersezioni oleatissime. Un vero piacere per le orecchie (e non solo).

Una certa austerità, anche solenne, apre invece un altro cd in cui si parla sempre di gabbie, John Eats Bacon with Francis in the Cage (Slam) del quintetto (il quarto) Perlin Noise, violino, sax alto, piano, contrabbasso (Alessandro Vicard, unico italiano in ditta, ma autore di tutti i brani, nonché viennese d’adozione), quintetto che poi si spinge su terreni più accidentati, articolati, con un’idea di musica forte e vincente. Una felice sorpresa, come pure Don’t Beat a Dead Horse (Dodicilune) del Variable Unit, sestetto, appunto, ad assetto variabile del giovane, interessantissimo chitarrista tarantino Livio Bartolo, musica da lui totalmente composta, rivelando doti fuori dal comune, in quel saper unire rigore (ferreo, palpabilissimo) e libertà improvvisativa, sonorità ricche ma mai auliche, un’intenzionalità che saprà certo dare in futuro frutti altrettanto succosi.

 

E chiudiamo con un atro giovane, lui parmense e bassista, di grandi prospettive, Andrea Grossi, che alla testa della sua Blend Orchestra (dodici elementi, fra cui Nino Locatelli e ancora Milesi) firma il bellissimo Four Winds (We Insist!), ricco di pathos e umori cangianti, elegante e vigoroso, ricercato e acceso, limpido e complesso, con quei sapori orchestrali che tanto sanno affascinarci. Più che una promessa, alla luce anche di precedenti prove, una certezza.

 

Foto di Alberto Bazzurro

 

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