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Il jazz ai tempi del coronavirus

Dal duo all’orchestra, col coraggio di far uscire nuovi lavori anche in un periodo così controverso, facendoli anche circolare (ciò che non tutti hanno fatto…)

Il titolo è banale, ne conveniamo: cita piuttosto pedissequamente Garcia Marquez (L’amore ai tempi del colera, ovviamente) e non è originale neanche concettualmente. Però è un dato di fatto: i dischi di cui ci occupiamo oggi sono usciti tutti nel periodo della famigerata pandemia, per lo più in fase 1, fra marzo e maggio di quest’anno. Il fil rouge è solo questo? Non necessariamente. Procediamo e lo vedremo.

Come (quasi) sempre, evolviamo dall’organico più esiguo al più corposo, oggi dal duo all’orchestra, addirittura. Partendo da Rumpus Room (Amirani), che vede il sopranista pavese Gianni Mimmo, ospite assai frequente di queste righe, duettare con Luca Collivasone, di professione, almeno nello specifico, cacofonatore. Colui che genera cacofonie, rumori, in poche parole, facendo tornare alla mente il glorioso intonarumori creato oltre un secolo fa dal futurista Luigi Russolo. Qui il procedimento fa assumere alla musica di Mimmo, che il collega “disturba” e integra, un tono come stranito, surreale, con esiti spesso gustosi.

Proseguiamo con un trio, a sua volta dalle geometrie abbastanza atipiche per quanto neanche poi così tanto, abbinando i sassofoni (soprano e tenore) di Federico Missio, col pianoforte del leader, il goriziano Giulio Scaramella, e il contrabbasso di Mattia Magatelli. Il cd, Opaco (Artesuono), è notevole, astratto e nel contempo concreto quanto basta per toccare equilibri invidiabili fra eleganza e fruibilità, volatilità e discorsività, elementi che possiede in maniera ben più univoca un altro album in trio, il più classico, con la batteria al posto del sax. Ci riferiamo a Uneven (Alfa Music), ultimo lavoro della pianista Stefania Tallini, con Matto Bortone al basso e Gregory Hutchinson alla batteria. Il disco è per lo più di ottima fattura (stonano un po’ i pezzi al piano elettrico, il cui uso presupporrebbe altri contesti) e tuttavia non riusciamo a credere che la pianista calabrese non fosse in grado di sfornare più di un album che, in tema, definiremmo più realista del re, ottimamente confezionato, come detto, ma largamente derivativo, benché i brani rechino in dieci casi su dodici la sua firma.

Un altro impeccabile piano trio, con Marc Copland al piano, Pietro Leveratto al basso e Adam Nussbaum alla batteria, affianca in Giulia (Alfa Music) la chitarra acustica del leader del cd e compositore di tutti i brani, il siciliano Francesco Cataldo, il quale in verità si fa spesso da parte (altrove, peraltro, prendendosi l’intera scena, come in avvio, o nel conclusivo Circus), accontentandosi di ammirare i suoi temi riletti dai notevoli coéquipiers. C’è, quindi, un’idea compositiva piuttosto chiara che informa il cd, essenzialmente centrata sulla cantabilità tematica e la facilità di eloquio.

Un altro quartetto con un piano trio come spina dorsale è al centro di Cuerdas (Camilla) del pianista grossetano Simone Maggio (foto in alto), nome da tenere senz’altro d’occhio visto il livello del disco. Qui lo strumento aggiunto è il violino di Carlo Cossu (e al contrabbasso c’è Federica Michisanti, di cui riparleremo presto), a tessere geometrie e atmosfere preziose, felicemente cesellate, eleganti ma non affettate, pensose o più rilasciate, comunque mai scontate. Gran disco, l’abbiamo detto.

Equilibri anche più singolari segnano Vortex (nusica.org) dell’Itaca 4et, con due ance, il clarinetto di François Houle e il sax alto di Nicola Fazzini, basso (Alessandro Fedrigo) e batteria (Nick Fraser). La partenza è abbastanza al fulmicotone, dando un’idea persino un po’ bugiarda del cd, che poi si svolge invece con buone doti di riflessione, sonorità piene ma anche più asciutte, in ottimo equilibrio complessivo e una buona identità.     

Il recupero di una certa cantabilità è quanto ci arriva da When Nobody Is Listening (Caligola), opera del sestetto guidato dl chitarrista veneto Luca Zennaro, con dentro bei nomi come Alessandro Lanzoni al piano e Michelangelo Scandroglio al basso. La musica evolve fluida quanto solida, con l’accoppiata tromba/sax alto a dar corpo al tutto. E considerato che si tratta dell’opera seconda di un ragazzo di ventitré anni, le premesse sembrano interessanti.

Il bassista beneventano (ma toscano d’adozione) Ferdinando Romano di anni ne ha qualcuno in più, ma anche lui, in Totem (Losen), firma tutti i brani in scaletta, affrontandoli alla testa di un organico variabile dal quintetto al settetto (peraltro con un episodio per contrabbasso solo, Evocation) in cui spicca la presenza del grande trombettista americano Ralph Alessi e, nel suono d’insieme, del vibrafono di Nazareno Caputo. Anche qui si ascolta una sorta di mainstream opportunamente aggiornato, con tratti originali e, qui, una maggiore introspezione, si direbbe.

Un settetto con cinque fiati (tra cui fagotto e corno francese) è il protagonista del sorprendente Five Winds (appunto), edito ancora dalla veneziana Caligola come già Zennaro e i cd che seguono. Lo firma il batterista toscano Alessandro Fabbri (foto qui sopra), che incide con una certa parsimonia ma quando lo fa lascia il segno. Come qui, in uno dei più bei cd usciti quest’anno, elegante, tornito, felicemente cameristico, da godere da capo a fondo. Sei temi di Fabbri più Dave Holland, Steve Lacy e Luca Flores. Imperdibile.

Il trombettista-filosofo Massimo Donà espone in Iperboliche distanze la sua doppia pelle, abbinando il jazz del suo ensemble (corposo) a stralci dai quaderni del filosofo padovano Andrea Emo (1901/83) affidati alla voce di David Riondino. Il risultato viaggia un po’ a corrente alternata: bene quando la musica sfoggia una propria identità (pur di chiara emanazione davisiana), meno quando si rifugia in insistiti riff e reiterazioni su cui la parola si posa un po’ faticosamente. Operazioni del genere sono sempre state, del resto, alquanto insidiose e il pur apprezzabile tentativo di Donà non fa eccezione.

Chiudiamo con un lavoro orchestrale, My Life Is Now, in cui la Reunion Big Band rende omaggio, a cinque anni dalla sua comparsa, a Marco Tamburini, che dev’essere stato, oltre che un brillante trombettista, una figura di grosse doti umane, vista la frequenza con cui viene ricordato da amici (e) colleghi, a fronte di una visione del jazz piuttosto canonica. Qui ce lo confermano dieci temi a sua firma, riletti appunto da un organico di vaste proporzioni, senza risparmiarsi né negli insiemi che in fase solistica.

 

 

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