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Patrizia Cirulli interpreta Achille Lauro

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Il pianoforte, il contrabbasso, eccetera

Una generosa carrellata, dal solo al quintetto, nel segno dello strumento a ottantotto tasti ma anche di diversi altri potenziali fil rouges  

 

Parafrasando il titolo di un celebre album di Lucio Battisti, eccoci oggi a sviscerare quanto promesso nella puntata scorsa, focalizzando uscite che abbracciano un arco temporale di diversi mesi col minimo comun denominatore del pianoforte. Per la verità, nell’attesa di mantenere la suddetta promessa, diversi altri album si sono aggiunti (ora sono sedici), allargando il nostro spettro strumentale quanto meno al contrabbasso (ecco il perché del titolo), ma anche a tributi, duetti e trii, eccetera (appunto…).

Partiamo da un piano solo, In Love with the Moon (We Insist!) del cinquantaquattrenne Alberto Braida, che in tutta onestà non sembra rinverdire la felice immagine che avevamo di lui, rifugiandosi (certo per scelta) in un deambulare poco emozionante, fin troppo spoglio, come scarnificato, avaro dei fermenti creativi che gli conoscevamo.

Iniziando la serie dei duetti, eccoci a un autentico guru dell’avanguardia nostrana, Giancarlo Schiaffini, il cui trombone, in What’s That Nois? (Setola di Maiale), dialoga col pianoforte di Giuseppe Giuliano lungo improvvisazioni dei due performers più pagine di altri (anche due piani soli e uno più elettronica) che non mancano di regalare grande musica ma anche qualche lungaggine, fra momenti più spinti e altri più aerei, nervosi e olimpici, tesi ed estenuati.

Tutto di alto livello, vivo, ispirato, è invece Dream Notes (Leo), che affianca i flauti (qua e là anche la voce), della giovane salentina Giorgia Santoro, attiva anche in ambito classico (ha suonato con Muti e accompagnato Bocelli), e il pianista americano Pat Battstone (vedi foto in alto). E’ una di quelle piacevoli sorprese che ogni tanto ci vengono regalate, ancor più convincente, nello specifico, per la capacità di sposare mirabilmente ricerca e fruibilità. Album esemplare.

Altri due cd in duo affiancano il piano ai due strumenti che completano la canonica sezione ritmica del jazz: contrabbasso e batteria. In Musiche scritte con matita senza punta (Notami) è quest’ultima, nelle mani di Alfredo Laviano, a dialogare col piano di Angelo Comisso in un disco solido e ben condotto che alterna fasi più coraggiose (per esempio Jackson’ Autumn Rhythm) ad altre magari un po’ più derivative, ma sempre entro un clima ben definito. Blue Question (Caligola) vede invece i due furlàn Claudio Cojaniz, pianoforte, e Franco Feruglio, contrabbasso, privilegiare la cantabilità (senza melassa, per carità), una dizione chiara, l’interscambio costante, con punte di maggior densità ritmica e fasi più sognanti, anche all’interno di un singolo brano (si prenda ad esempio Les rois de la nuit, con Feruglio archettato).

Il contrabbasso è il primo protagonista della quaterna di album che segue, tutti trii con un bassista appunto come leader. Il primo è Small Choices (Aut) del trentaseienne bresciano Giacomo Papetti, trio atipico, con un clarinetto, anche basso (Gabriele Rubino), e un pianoforte (Emanuele Maniscalco, pure al synth). Estrema eleganza, timbriche nitide, pulitissime, ascolto prezioso, lungo tracciati tutt’altro che scontati. Sempre da casa Aut arriva Timewise del Simone Di Benedetto Zarkan, in qualche modo gemello del cd precedente, qui però col trentunenne bassista modenese a guidare un trio con le percussioni di Ivan Liuzzo (e ancora i clarinetti, stavolta nelle mani di Marco Colonna) in luogo del pianoforte (caso unico). Anche qui grande preziosità e misura, atmosfere più rarefatte a dispetto della presenza dell’elemento percussivo, peraltro presente a macchie e sempre estremamente calibrato.

Di fisionomia decisamente più canonica i due trii che seguono: piano, basso e batteria. Il primo è Limesnauta (Caligola) di Dario Piccioni, romano, classe 1975, ancora con Liuzzo (qui alla batteria) e Vittorio Solimene al piano, più ospiti, in particolare Stefano Saletti all’ud, che regala ai primi due brani afrori arabeggianti, e poi ancora sax soprano (Eugenio Colombo) e tabla nel conclusivo Indo Europa Express, a fissare i contorni di una proposta sfaccettata e fascinosa, certo memore di un dato retaggio popolare, mai banale o scontata, ciò che onestamente non ci sentiremmo di dire del nuovo cd del pugliese Marco Bardoscia, fin dal titolo, The Future Is a Tree (Tuk), che ne denuncia la volontà di essere – permetteteci – politically correct, o se preferite à la page. Intendiamoci, tutto marcia a dovere, ma non ci si scosta da una gradevolezza piuttosto epidermica che solo a tratti sa oltrepassare la bella calligrafia.

Stesso organico, ma con un pianista, Umberto Petrin (foto sopra), al timone, in Plastikwind (solo in digitale), con Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Patrice Heral alla batteria. La partenza è vigorosa, decisa, e tutto il cd conserva questo corpo, pur in presenza di fisiologici ripiegamenti. Ottimo l’interplay, impeccabile il lavoro di tutti, il che vale pure per Endless Tail (Folderol) di Federica Colangelo alla testa di Acquaphonica, dove al trio-base si unisce il sax di Michele Tino. Belle geometrie, felici intuizioni solistiche, per questo che dovrebbe essere il terzo album della giovane pianista pugliese.

Un quartetto analogo e un’altra donna al comando in Psychosis (Challenge) della sassofonista salernitana Carla Marciano, omaggio (il primo della lista) alla musica da film e in particolare a Bernard Herrmann, penna prediletta da Alfred Hitchcock ma anche da Scorsese per Taxi Driver, il cui celebre tema apre il cd, per il resto coperto dalle musiche di Marnie, Vertigo, Psycho e altro, incluso, in chiusura, il tema di Harry Potter di John Williams. Il tutto virato abilmente in jazz.

Avanzando con gli omaggi ecco quello – invero alquanto sorprendente – che, sempre in quartetto, Pasquale Innarella rivolge in Go Dex (Aut) a Dexter Gordon. Innarella è sassofonista da sempre di spirito avanzato, e che oggi se ne esca con un cd che, al di là dell’omaggiato (inattaccabile), non lo risciacqua, com’era lecito attendersi, nelle proprie acque, confezionando un lavoro correttissimo ma senza invenzione, come detto, ci lascia un po’ perplessi.

E’ invece per Gianni Lenoci (foto sotto), valoroso pianista pugliese scomparso lo scorso settembre, la dedica di Francesco Cusa in quel singolare doppio cd che è The Uncle (Giano bifronte) (Improvvisatore Involontario/Kutmusik), realmente bifronte fin dalla copertina, apribile indistintamente da ciascuno dei due lati, e poi perché include gli stessi cinque temi (di Cusa, autore anche di quattro poesie per l’amico scomparso) suonati nello stesso ordine da due quartetti (sempre sax più trio) la cui unica variante è appunto la presenza ora di Lenoci (aprile 2018) ora di Valeria Sturba. Temi in apparenza (volutamente) post-bop, non di rado di umore tristaniano, si aprono ai trattamenti più disparati, in un gioco a rimpiattino che non manca di regalare più di una sorpresa.

Il quarto e ultimo omaggio è quello contenuto in Leonard Bernstein Tribute (Parco della Musica) del quintetto (si aggiunge il violoncello) del clarinettista Gabriele Coen, album che parte in quarta per poi guadagnare aree più tranquille, qua e là di temperatura cameristica. Disco felicemente screziato che non mancherà di soddisfare palati anche molto diversi.

 

E chiudiamo con un album se vogliamo eccentrico rispetto al resto, anche se il piano c’è (Alvin Curran, pure al synth), in quartetto con sax (Urs Leimgruber), chitarra elettrica (Andreas Willers) e batteria (Fabrizio Spera, unico italiano, anche se Curran lo è d’adozione). Il cd, Rome-Ing (Leo), è un live alla Casa del Jazz del novembre 2018 e si apre alla più vasta gamma di soluzioni nel segno dell’improvvisazione totale, croce e delizia di noi ascoltatori di cose jazzistiche. Qui finisce grosso modo in parità.

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