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Illuminazioni (e non)

Fra omaggi a Rimbaud e Baudelaire, soli, duetti, trii e oltre, la consueta panoramica attraverso la più recente produzione del Bel Paese.
Ovviamente in jazz.

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A parte i pianisti, la solo performance, nel jazz, è un’acquisizione abbastanza tardiva, almeno come pratica diffusa. Ci sono stati dei pionieri, per carità (Coleman Hawkins per il sassofono, Baby Dodds e poi Max Roach per la batteria, tanto per citare quelli più direttamente connessi al nostro discorso odierno, e comunque i primi che ci vengono in mente), ma solo con gli anni Settanta, cioè dopo la rivoluzione free, ascoltare un non pianista da solo in concerto, o su disco, è iniziata ad essere merce abbastanza comune (e comunque sempre fino a un certo punto).

Venendo a noi (e all’oggi), batterista è Stefano Bagnoli, che nel recente Rimbaud (Tuk), dedicato al grande poeta che ha ispirato nel tempo fior di musicisti, da Léo Ferré fino a John Zorn, dà però di piglio, tutto solo ma con copiose sovraincisioni, anche a piano, vibrafono, contrabbasso, tastiere, percussioni e rumorismi vari. Il risultato è un lavoro composito, seppur attraversato da una narratività piuttosto nitida (talora persino un po’ easy), con un recitativo di Umberto Petrin nell’ultimo dei diciassette brani totali.

Composito e largamente sovrainciso è anche High Winds May Exist (Da Vinci) del polistrumentista (per lo più a fiato, ma con ampio trattamento elettronico) Fabio Mina, attraversato da umori esotizzanti e grande concentrazione globale, certo lessicalmente più avanzato, sperimentale, del lavoro di Bagnoli, e come quello aperto a episodici contributi esterni: là uno solo, qui in quattro dei dieci brani, con due diversi ospiti. Ottimo il livello complessivo, malgrado una qualche ripetitività di codici estetici.

Attorno a un unico protagonista si svolge ancora, sempre su etichetta Da Vinci (come i due cd successivi), Road Movie – Live Music 2012-2017 del tenorsassofonista (e a sua volta manipolatore elettronico) Piero Delle Monache (foto in alto), sorta di collage concertistico volto a comporre un album di ottima fattura, dove nella maggior parte dei nove brani si uniscono altri otto musicisti (dal duo al quintetto), a tratteggiare scenari diversificati e stimolanti in cui si avverte peraltro un disegno, una mente, univoci. Prova di grande maturità.

Proseguendo com’è nostro costume per somma di addendi, eccoci a tre duetti, i primi due, piuttosto singolarmente, tutti pianistici. Il veterano Arrigo Cappelletti e il più giovane Pietro Girardi firmano infatti Memories of the Last Century, coperto da composizioni di entrambi (sette a testa), intessendo un dialogo che sposa l’improvvisazione jazzistica con quella matrice classica che entrambi possiedono, con segmenti più soffici, rilassati, e altri più fitti, incalzanti. L’impronta classica prevale per contro in Inspiration, altri quattordici brani in cui le firme dei due performer, Paolo Paliaga (soprattutto) e Roberto Plano (molto meno), compaiono a intermittenza accanto a quelle di Bach, Ligeti, De Falla, ecc. In entrambi i cd ottime sensazioni per chi ama gli ottantotto tasti (nonché per gli altri).

Piano (Emanuele Sartoris) e contrabbasso (Marco Bellafiore) duettano invece in I suoni del male (Dodicilune), che, come Bagnoli faceva con Rimbaud, omaggia Baudelaire e i suoi Fiori del male (Les fleurs du mal). Il dialogo appare ovunque ben gestito, solido, anche se magari privo di forte identità, discorso che allargheremmo anche a due cd in cui si ricompone il fatidico piano trio, con l’ovvio ingresso della batteria. Il primo è Right Away (Auand) a firma del pianista Giampiero Locatelli, con Gabriele Evangelista ed Enrico Morello, bassista e batterista dell’attuale quartetto di Enrico Rava. Vi si colgono buon gusto, belle dinamiche e improvvisazioni ispirate, ma tutto sommato sempre nel segno di una certa prevedibilità, da cui non va esente neppure ClarOscuro (Cam) del bassista Matteo Bortone, con Enzo Zanisi al piano e Stefano Tamborrino alla batteria. Bortone non rinverdisce dunque i livelli di “Time Images”, in quartetto, che gli guadagnò l’elezione a talento dell’anno al Top Jazz 2015, malgrado la costante eleganza e il sicuro interplay che attraversano il disco. Entrambi piaceranno parecchio, peraltro, a chi non avverte certi pruriti innovativi.

 

Ancora un trio, però di tutt’altro tono e fisionomia, è quello che firma Too Many Pockets (Parco della Musica) di Pietro Tonolo (foto sopra), fra segmenti più densi, anche funkeggianti, e altri più eterei, rilassati, con sassofoni e flauti del leader a dialogare con chitarra elettrica (anche parecchio effettata) e batteria. Ottima specie la sezione centrale, così come, di fatto con l’aggiunta del solo contrabbasso (il già incontrato Bortone), si mantiene per contro su livelli molto omogenei, e in ciò anche un po’ monocordi, Morphé (Cam) del quartetto del chitarrista Stefano Carbonelli, la cui voce centrale (fin troppo univoca, invero) è il sax alto di Daniele Tittarelli. Geometrie solide, costruzione attenta e, qua e là, un bel senso del contrappunto, pur ammirevoli in sé, non eludono del tutto i rischi di un qualche schematismo, e conseguente prevedibilità.

Tastiere in luogo del contrabbasso in Bulbs (UR), opera del quartetto Aparticle, in cui spicca il sax alto di Cristiano Arcelli. Le maggiori opzioni timbriche ampliano anche lo spettro espressivo del disco, forse meno rigoroso del precedente ma più vario e vitale, il che vale, più ancora, per il quartetto che firma Desidero vedere, sento (Setola di Maiale), in cui torna il contrabbasso (Giovanni Maier) al posto della chitarra e i flauti di Massimo De Mattia rimpiazzano il sax (gli altri sono Giorgio Pacorig, tastiere, e Stefano Giust, percussioni). Cinque ampie improvvisazioni live (ad Angelica 2016) coprono il cd, in un clima ora più ficcante e nervoso, ora più volatile, sempre nitido e leggibile.

Siamo in dirittura d’arrivo. Ci entriamo con due album svolti attorno alla voce femminile, rispettivamente Giuppi Paone in Winds of Change (Da Vinci) di Roberto Laneri e Daniela Spalletta in Sikania (Jazzy), a firma sua e del pianista Giovanni Mazzarino. Album assai diversi, invero: Laneri, in un quartetto completato da piano e contrabbasso (lui ance, didgeridoo e composizione), batte strade più articolate, anche se più jazzistiche (e in fondo più fruibili) di quanto siamo abituati ad attenderci da lui, laddove Mazzarino si divide con la Spalletta (entrambi siciliani) nella scrittura di “Sikania” (lei i testi, in dialetto, lui le musiche), di fatto aggiungendo la batteria all’organico guidato da Laneri, attraversando i sentieri di un jazz più canonico per quanto non privo di belle intuizioni, solido e compatto ma non per questo monolitico.

Chiudiamo con l’album forse più sorprendente di tutti, arrivandoci da un nome nuovo, il trombettista ligure Andrea Paganetto (foto sotto), che in Nove (OHR) dirige un sestetto dalle mille risorse in cui spiccano Mauro Avanzini ai fiati, Emanuele Parrini, viola e violino, e Maurizio Brunod alla chitarra (più basso e batteria). Colpisce il senso della costruzione, veramente esemplare, l’invidiabile equilibrio fra parti corali e spunti del singolo, le felici geometrie intestine e la fertile tensione creativa. Confidiamo di sentirne riparlare.  

 

Foto di Mario Sabatini (Delle Monache) e Alberto Bazzurro (Tonolo).

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