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Io sono Tony Scott. La storia del più grande clarinettista del mondo

Paolo Bonolis, durante una puntata del 2005 del suo programma “Il senso della vita”, avvicinandosi alla persona seduta innanzi a lui, con l’espressione di chi fa finta di non capire, ridendo e divertito, così presenta il suo ospite al pubblico: «Con quella faccia lì, non so se assomiglia a Babbo Natale o a Leonardo Da Vinci!». Le persone nello studio televisivo sorridono, così come si presume avranno fatto a casa e anche quelle sedute nella sala del PalaVideo che assistono alla prima mondiale del film di Franco Maresco, Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del Jazz, presentato fuori concorso a Locarno durante il 63° Festival del cinema.

L’apertura muove nella direzione della percezione in cui l’Italia visse la figura culturale e umana di Tony Scott. Franco Maresco, per la prima volta senza Daniele Ciprì, è un grande innamorato del jazz, fin dall’adolescenza. Il jazz è stato un elemento fondamentale del cinema del duo palermitano Ciprì-Maresco fin dalle origini (da Cinico TV fino ai primi lungometraggi, basti pensare per tutti a capolavori come A memoria e Grazie Lia), da esso ha direttamente origine una parte della loro opera: documentari, programmi televisivi, organizzazione di festival e manifestazioni. Il film è il frutto di quasi quattro anni di magnifica ossessione al montaggio, con le testimonianze di oltre cento intervistati tra parenti, amici, musicisti e critici, innumerevoli ore di materiali d’archivio di ogni genere provenienti da USA e Italia. Al termine della visione del film, si avverte un’identificazione e trasporto particolari del regista nei confronti del musicista, quasi si sia realizzato, durante la lavorazione, una sorta di transfert. Io sono Tony Scott va alla ricerca di un personaggio reale – Anthony Joseph Sciacca - la sua vicenda è complessa e movimentata, ai limiti del romanzesco, quasi fosse un personaggio di fantasia.

Ripercorrere la vicenda musicale e personale di Tony – ha scritto Franco Maresco – significa raccontare sessant’anni di jazz, di incontri umani e artistici incredibili. Ma anche, nello stesso tempo, la storia americana della seconda metà del secolo scorso, con le sue battaglie per i diritti civili e umani, di cui Tony Scott fu uno dei principali e appassionati sostenitori. La sua vita fu un perfetto specchio dei tempi, tra incredibile successo e feroce declino. Dei tanti sbagli che fece nella sua vita, il più grave fu senza dubbio quello di stabilirsi in Italia alla fine degli anni ’60. L’Italia con Tony dimostrerà di essere il paese incivile e imbarbarito che tutto il mondo conosce.”. Attraverso questo atto d’amore per un perdente e un sognatore, Maresco racconta così, come in una ballata malinconica e funebre, anche la deriva di trent’anni di storia italiana.

Tony Scott, nato nel New Jersey (USA), ma da genitori siciliani, ha portato in giro il suo talento a risvegliare sopite ballad e a far aleggiare invenzioni nuove, voltando le spalle all’America e a quella che era stata un’importante carriera ricca di meriti, e passando ad inventare musica. “Vedi – afferma Tony Scott durante un’intervista – io non potrò mai avere un’orchestra come voglio io. Così adesso ho deciso di incidere tutte le partiture per tutti gli strumenti. Li suono io. Così ho davanti come i fili in un telaio per tessitura. E poi li manovro, li unisco, li scompongo e li sovrappongo, come quando si fa un arazzo. Capisci?”. Ha suonato il clarinetto, tutti i sassofoni, il pianoforte, composto canzoni come la famosa Banana boat song, più conosciuta come Day-O, cantata da Harry Belafonte; in realtà sul disco figurerebbe tra i musicisti avendone certo curato gli arrangiamenti, ma, di fatto, Tony Scott ne ha sempre rivendicato la partitura. Il clarinetto, però, fu il “suo” strumento e ne fu uno dei più grandi esecutori d’ogni tempo, l’ultimo superstite della rivoluzione “bebop”, duro e cantante, persuasivo e violento.

Ha lavorato spesso con Billie Holiday, lo vollero con loro anche Coleman Hawkins, Buddy Rich, Ben Webster, Sarah Waughan, Bill Evans, Kenny Clarke ed è stato l’unico musicista non di colore ad essere ammesso alla corte di Charlie Parker, detto “Bird”. «Di Charlie Parker – riconosce il jazzista Don Byron nel documentario – Tony ha ereditato lo spirito» e infine ha suonato nell'orchestra di Duke Ellington.Dopo l’esperienza in Oriente (Giappone, Indonesia e Thailandia. Nel 1964, quando gli inventori della New Age erano all'asilo, ha scritto e inciso Music for Zen Meditation, aprendo così il filone della World Music e vendendo più di trecento milioni di dischi) viene a vivere a Roma dividendosi tra lavori orchestrali e trasmissioni TV e sicuramente, in cuor suo, sarà stato d’accordo con Leopardi che, in una sua lettera molto spiritosa, scrisse: Roma “una città costruita da giganti e abitata da pigmei”; la città eterna non seppe riconoscerlo. Trasferitosi a Milano, la sua casa stava in una borsa che depositava da amici sparsi ovunque e pronti ad ospitarlo, ma all’evenienza anche i ponti gli offrivano un giaciglio. Ha suonato nello storico Capolinea e alle Scimmie che lo aveva ingaggiato per un periodo di tempo e, poiché non si potevano permettere il costo, lui si faceva pagare in pasti, in questo modo si creava i suoi punti di sopravvivenza. Ha vissuto la storia del jazz, eppure è stato un fenomeno che è rimasto sospeso, con la sua lunga barba da nume, in una dimensione in fondo indecifrabile e inafferrabile.

La sua vita appare solo superficialmente dis-ordinata; in realtà ha sempre tenuto dritta la barra della passione per la Musica, il jazz in tutte le sue possibili declinazioni, aperto a vari linguaggi ed echi. Negli ultimi anni del suo nomadismo la sua ricerca musicale non è mai venuta meno ed è vero per Tony Scott che l’Arte, la Musica richiede un continuo e costante mettersi in gioco. In lui convivevano la consapevolezza di essere un grande musicista, ma anche la dignità nel suo offrirsi, l’umiltà nell’accettare qualsiasi proposta di lavoro per continuare ad essere ciò che era: un libero battitore della musica jazz. Alessandro Cerino, presente anche in sala a Locarno, ne offre un ritratto commosso, ricorrendo ad un album molto desiderato da Tony Scott che registrava circa sedici versioni diverse della canzone cantata Nat King Cole, Lush life, canzone da lui molto amata in quanto s’identificava nei pensieri del personaggio del testo che attraversa la vita, alla fine, serenamente. Pochi giorni prima della morte, avvenuta nel marzo del 2007, era uscito l'ultimo disco dal titolo quasi presago:

A jazz life, registrato a Milano nel febbraio 2006 per la Kind Of Blue (distribuzione Ducale). Assieme a cinque giovani americani di passaggio, ma da autentico protagonista, suonando e anche cantando, Scott ci regalava ancora una gemma del passato che ebbe. Con quel jazz robusto, cresciuto su antiche radici ma lanciato verso il nuovo, voleva raccontarci come sia stata tutta quella sua vita da artista. Tony Scott era un genio e sarebbe imperdonabile dimenticarlo.

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