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La costruzione collettiva della memoria

Niente paura - come siamo, come eravamo e le canzoni di Luciano Ligabue

Italia, 2010

Regia Piergiorgio Gay

Distribuzione Bim

Durata 1 h e 25’

<<Vorrei augurare la buonanotte a tutti quelli che vivono in questo Paese ma che non si sentono in affitto, perché questo Paese è di chi lo abita e non di chi lo governa>>.

Con queste, parole pronunciate con la sua inconfondibile voce roca per dar forza ad una coscienza collettiva troppo spesso messa da parte, Luciano Ligabue ama salutare il suo pubblico alla fine di ogni concerto. Parte da qui il docufilm musicale di Piergiorgio Gay,Niente paura”, presentato in anteprima durante la 67esima Mostra del cinema di Venezia tra i film della sezione ufficiale (fuori concorso). 

La pellicola è un ritratto cinematografico del nostro Paese, dei suoi (tanti) timori, delle sue (poche) speranze, della nostra identità nazionale. Luciano Ligabue è un cantore dei nostri tempi, idealista e pop, o meglio popolare, sa interpretare meglio e più semplicemente di altri, l'animo degli italiani; le sue canzoni non nascono con l’intento di ritrarre la realtà in quanto fenomeno, bensì dalla coscienza di un Artista che s’interroga sulla realtà che vive, sul suo Tempo e questa viene eletta da Gay a mezzo per costruire un affresco e ri-costruire un percorso sulla storia e l’identità patrie attraverso gli ultimi suoi trenta anni, qui mixati da Carlotta Cristiani in un montaggio audace e a volte un po’ demagogico, di eventi traumatici di terrorismo e mafia, e nelle parole di fan illustri quali, solo per citarne alcuni, Paolo Rossi, Giovanni Soldini, Carlo Verdone, Beppino Englaro, Margherita Hack e gente comune ma rappresentativa. Il 2 agosto del 1980 una bomba esplode nella stazione ferroviaria di Bologna (85 morti e 200 feriti), il “Liga”, quello stesso giorno insieme ad altri compagni di viaggio, lì avrebbe dovuto prendere un treno, l’averlo perso ha mancato l’occasione con un suo possibile coinvolgimento nella strage e ha guadagnato in una riflessione costante intorno al perché di una bomba messa nella sala d’aspetto di seconda classe. Cosa può mai significare e giustificare tanto male? E cosa ne è seguito dopo? Negli anni ’80 l’Italia trovò una nuova modernizzazione e si affermò sempre più come “società degli individui”, capace di intuire e cavalcare la globalizzazione, ma ciò cui noi oggi assistiamo è un vitalismo di massa che si è degenerato in indignazione tribale e di una rivendicazione dei poteri dell’individuo che si è rovesciata nel particolarismo e nella fuga dalla responsabilità. Christian Raimo, circa un anno fa, aveva lanciato, dalle pagine della Domenica de Il Sole24Ore una provocazione: “È possibile pensare di ricostruire una piccola civiltà culturale e contrastare la diffusa convinzione che tutto quello che si fa è ininfluente”.

In maniera ‘diaristica’ filmati di repertorio si uniscono e dialogano con le diverse persone che compaiono nel film: scrittori, giornalisti, intellettuali, attori, semplici cittadini giovani e meno giovani, tutte accomunate in gran parte dall’apprezzare la musica di Luciano Ligabue, s’interrogano, chiedono, domandano intorno al nostro essere nel mondo, nella società cui quotidianamente contribuiamo a costruire con il nostro agire. “Come posso vivere, fare esperienza, produrre arte, agire politicamente, ribellarmi, senza che tutto ciò si esaurisca in un gesto ininfluente? Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro? È il paradosso di Winston in “1984”di Orwell: come posso agire in modo che il mio intervento in una società che controlla la stessa parametrazione della verità sia credibile prima di tutto a me stesso? Quali parole userò, di quale retorica mi posso fidare? Quale pratica sociale avrà una sua efficacia per me e per gli altri?”. Ligabue è stato scelto da Piergiorgio Gay e dal produttore Lionello Cerri, in quanto le sue canzoni consapevolmente non sono politiche, se vogliamo utilizzare un’accezione stretta del termine, ma certo, come ebbe a commentare con Fernanda Pivano: <<Cerco di trasferire in questo mestiere una forma di moralità mia: sul palco faccio una cosa mia, non sto vestendo panni di altri ma gli altri mettono su di me i panni loro>>*. Le persone legate, ognuno secondo un proprio vissuto, alle canzoni di Ligabue ne diventano una sorta di colonna visiva. Ligabue, durante i suoi concerti, ultimamente, ci dice che Non è tempo per noi, facendo proiettare dietro di sé, su un grande schermo alle spalle del palco, articoli fondamentali di una Costituzione, <<la più bella del mondo>>, quasi sempre disattesa nei suoi principi. Le parole del “Liga” e i versi delle sue canzoni si intervallano alle dichiarazioni di chi, in quella Costituzione, crede fermamente e vi vede la possibilità di ricominciare, di ridare senso al nostro vivere civile. Belle le dichiarazioni di Margherita Hack e Stefano Rodotà, ma profonde le cose dette da un’adolescente italo-albanese, i cui genitori – una Professoressa e un Agronomo - sono giunti in Italia all’inizio degli anni ‘90, subito dopo la caduta della tirannia comunista, su una nave che sembrava una bocca spalancata sul Mondo, affamata di libertà e futuro, con persone stipate che, a guardarle da lontano, sembravano tante formiche ammassate, che correvano lungo le funi di ammaraggio. È dalle sue pacate, straordinarie riflessioni che nasce la possibilità di ripetere, con il film: niente paura! Il rocker emiliano offre riflessioni interessanti sul funzionamento della comunicazione e dimostra una certa consapevolezza del proprio ruolo. Spiega che il documentario di Piergiorgio Gay è "un film d'amore per l'Italia", una pellicola che racconta gli stessi sentimenti del cantautore: "Sono sentimenti di cui ho parlato nella mia canzone 'Buona notte all'Italia' - dice - ossia sentimenti di disperazione, perché il mio Paese non riesce ad essere moderno, non riesce a funzionare come dovrebbe e non riesce a garantire il futuro. Gli stessi politici - aggiunge - per la prima volta non riescono a fare promesse sul futuro. Questo vale per tutti i politici". Il titolo del film ci dice dell'oggetto e soggetto del film che, in verità, qui funge da catalizzatore, Ligabue spiega che "la paura è un sentimento utile, che a volte ci salva la vita, ma non deve essere di chiusura. Se ci basiamo sulla paura - aggiunge - non andiamo da nessuna parte. Per questo è opportuno lasciarsi andare a un sentimento di leggerezza, ostinatamente, malgrado la situazione di crisi di oggi".

Il gesto, presa di posizione che si compie durante un concerto anche per il solo esser-ci, in quanto “atto corale”, mostra che la capacità di prendersi cura simbolicamente del proprio Paese è innanzitutto un prendersi cura di se stessi come cittadini. In senso ancora più generale, questo rituale collettivo allude alla profonda consapevolezza che soggetto e mondo siano fatti della stessa carne e che occorra dunque concepirli proprio nella loro capacità di rispecchiamento. L'intervento simbolico sul mondo è parimenti un intervento metaforico sul soggetto. È dunque il legame col mondo che ci circonda ad essere messo in questione in questo docufilm, di cui Lionello Cerri ha messo in evidenza lo sforzo produttivo. Il nostro amore o disamore per il suolo che calpestiamo quotidianamente, per le vie e i palazzi che attraversiamo ogni mattina senza più guardare, per la memoria che conservano e l'identità che riflettono, sono queste affezioni il cuore del progetto. Una canzone, come L’Amore conta, scritta da Ligabue per raccontare la sofferenza che una separazione comporta, “unita” alle parole di Beppino Englaro, acquista un nuovo significato, quello che può avere per qualcuno, l'altro sconosciuto dopo l'ascolto della sua canzone: ecco la coralità, ecco il carattere polisemico di un'opera, ecco la costruzione collettiva della memoria.

 

*Fernanda Pivano, I miei amici cantautori, Arnoldo Mondadori Editore, 2005, pg. 134

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