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Patrizia Cirulli interpreta Achille Lauro

Patrizia Cirulli, cantautrice milanese, rilegge e reinterpreta C'est la vie di Achille Lauro.   di Paola Piacitelli                                                               VEDI IL VIDEO Il singolo, accompagnato dal videoclip ufficiale, è distribuito dall’etichetta La ...

La musica nella terra del silenzio al tempo della globalizzazione

Nicola Palmieri (Rocco Papaleo) insegna Storia dell'Arte e coltiva il sogno della musica. Frontman entusiasta di un gruppo di amici dall’improbabile nome ”Le pale eoliche”, col vizio degli strumenti, compone canzoni e vorrebbe esibirsi sul palcoscenico del festival di teatro-canzone di Scanzano Jonico, che <<non é un festival amatoriale ma é proprio a livello nazionale!>>. Alla chitarra, l’eterno subordinato Salvatore (Paolo Briguglia), studente di medicina che ha dimenticato di laurearsi e di innamorarsi, Franco (Max Gazzé), al contrabbasso, cui l'amore ha tolto parole e intenzioni, pratica la pesca libera, Rocco (Alessandro Gassman), suonatore di custodie di contrabbassi, è un villano di grande fascino ossessionato dalla celebrità. Decisi ad attraversare la Basilicata dal Tirreno allo Ionio, intraprenderanno un viaggio picaresco, ripreso da una televisione parrocchiale e accompagnato da una giornalista svogliata e annoiata, in crisi d’identità: Tropea Limongi (Giovanna Mezzogiorno). Questa, in sintesi, la trama del film, se non che il film offre in realtà molti e diversi spunti di riflessione; primo fra tutti quello posto dalla canzone di apertura, intesa in senso metaforico e letterale, dal momento che “Le pale eoliche” la presentano sullo sfondo di un paesaggio che sembra non appartenerci. Nonostante la scoperta del petrolio, il boom, ora in tono dimesso, lo sbarco di multinazionali per l’acqua minerale, la Basilicata, ci dicono le statistiche, è tra le regioni più povere d’Italia. Ma è anche uno dei luoghi più preservati nella bellezza del suo paesaggio tanto vario, ancora non fagocitato dal turismo. Una “terra del silenzio”, come la definì Carlo Levi con forti carenze infrastrutturali, ma carica di potenzialità, che sta provando anche in Arte a riscattarsi dall’isolamento. Energie trasversali molto bene rese dalla regia di Rocco Papaleo, con il nome un po’ naif de “Le pale eoliche” scelto da questa band un po’ “sgarruppata” e dal fatto che i quattro musicanti di Maratea impiegheranno una decina di giorni per raggiungere Scanzano Jonico.  I musicisti descritti da Papaleo si muovono a piedi, sullo sfondo di una periferia mediterranea e solare, con un carretto trainato da un mulo, sul quale, tra viveri e strumenti, sono posizionati un timer e un registratore alimentati da un generatore di corrente “portatile” ad energia solare, i loro sguardi si aprono su una natura “popolare”. Franco, come ubbidisse alla preghiera del poeta Neruda ne Il Postino di Neruda” di Antonio Skármeta, nella “magica macchinetta nipponica” fa cadere, quasi sgranasse un rosario, <<i suoni di casa mia … Il rintocco delicato delle campane piccole, quando le muove il vento … E vai fino agli scogli, e incidimi il frangersi delle onde. E se senti i gabbiani, incidili. E se senti il silenzio delle stelle siderali, incidilo>>.

Il film di Papaleo, nella sceneggiatura, presenta alcuni elementi autobiografici. << Pratico da molto tempo il teatro-canzone, ci ho speso le mie energie migliori, quel modo di raccontare entrando e uscendo dalla forma canzone mi ha fatto pensare alla possibilità di un film, di fare lo stesso lavoro, forse meglio, potendo contare su di un’esposizione più complessa. Ma concepire uno spettacolo per il palcoscenico è una cosa, metterlo in schermo è davvero un altro paio di maniche!”. Il genere teatro-canzone nasce essenzialmente con Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Rocco Papaleo nel 2005 ha partecipato al "vero" Festival teatro canzone vincendo il Premio Gaber. L’essenza di questo genere è la mescolanza tra la canzone, nelle sue variegate forme stilistiche, con il linguaggio della comicità e del racconto civile e ben si adatta alla comunicazione di un messaggio, di un’idea. Attore, cantante, autore, musicista, le origini di Rocco Papaleo sono dunque queste: <<E’ un percorso trasversale. Fa parte un po’ della mia indole essere dentro vari ruoli. Cerco di far confluire tutte le mie esperienze in un unico iter: quello della ricerca espressiva>>. Da molti anni porta le sue performance in giro per l’Italia alternando racconti e canzoni <<senza soluzione di continuità come se fosse una lunga e unica partitura musicale>>. Rocco Papaleo firma tutti i brani del film, realizzati in collaborazione con Valter Lupo. Ci sono i rap come Nel panino con la frittata/mia madre non si batte, ma anche Voglio stare bene/Voglio fare cantata quasi in un sussurro da Giovanna Mezzogiorno. A questi si aggiungono le musiche originali di commento di Rita Marcotulli, mentre la canzone dei titoli di coda intitolata Mentre dormi è di Max Gazzé, che esordisce nel film, per la prima volta, come attore. Mentre Dormi – poetica ballata scritta a quattro mani con Gimmi Santucci – ha anticipato il primo album del cantautore con l’etichetta Universal. Max Gazzé, entusiasta di questa prima esperienza dietro la macchina da presa, così spiega questo stralunato personaggio che si esprime solo con le note: << Franco Cardillo è un personaggio romantico che ha scelto di non parlare. Quando Rocco mi parlò di lui, ricordo di averne avvertito subito nella sua narrazione lo spirito. In fondo è un musicista e i musicisti sono soliti veicolare i significati attraverso i suoni e la musica, che è una forma di comunicazione archetipica, in cui serve comunicare in condizioni dove la parola non può arrivare. Le parole si limitano a sistemi culturali, mentre l’archetipo musicale va oltre e comunica con un sistema organico, al di là di quello che noi sappiamo. Il senso del viaggiare insieme dei musicisti, poi, sta esattamente nel suonare, comunicare qualcosa che non può essere tradotto in parole, qualcosa che è nel cuore prima che nella testa>>. E’ presente così il tema del rifiuto per gli aspetti più vistosi del sistema mediatico e la preferenza per un’interrogazione concettuale che insinua scarti di pensiero critico nelle pieghe del reale o nei dettagli del quotidiano. I Nostri giungeranno alla loro méta troppo tardi, quando la manifestazione è già finita, ma sempre in tempo per esibirsi sul palco ancora montato nella piazza, sotto una pioggia battente e catartica, fosse anche per una sola persona, e lì cantare la loro canzone più bella. Tra una lirica alla luna, ed un bicchiere di Aglianico del Vulture, Nicola e compagni accorderanno la loro vita, più che i loro strumenti; il viaggio è comunque compiuto nel suo accadere, nel suo aver avuto luogo. Il “viaggiare”, come entità assoluta, coinvolge per eccellenza la sfera della trasformazione interiore dell’individuo. Le storie paradossali dei diversi personaggi che lungo il cammino incontrano, attivano inediti cortocircuiti conoscitivi. Ogni tappa è un’isola di formazione. Fermandosi ad Aliano per un brindisi a Carlo Levied a Gian Maria Volonté (che lo ha interpretato sullo schermo per Francesco Rosi), a dimostrazione che il divertimento scanzonato può essere accompagnato dalla citazione dotta oltre che cinefila, e proseguendo in una sorta di direzione ostinata e lucana, i girovaghi musicisti approderanno alla consapevolezza di sé. A Papaleo non interessa tanto la ricerca e l’espressione di un malessere esistenziale, quanto la sua quasi utopistica risoluzione: <<La Basilicata esiste, è un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi>>. Un collage emozionale, che si compone on the road, con improvvisi, ma molto ben inseriti e calibrati, cambi di registro narrativo, in modo fresco, scanzonato, divertente e poietico. Interessanti alcune trovate formali, come il montare dei finti fuori onda della ripresa documentaristica della giornalista, quasi a sottolineare l’idea di Ryszard Kapuscinski che il vero valore di un documentario è tutto quello che accade fuori dal campo della ripresa. Un’idea di Musica come esperienza, in cui il processo creativo conta più che la forma, così che ogni canzone diventa il ritratto di un momento del viaggio; sono esse, infatti, il vero tessuto narrativo, piacevoli e ironiche, come giullari di corte della realtà, la descrivono e la trasformano in un nonsense. In questo luogo della parola, più che altrove, si distende quel Tempo lento, così tanto evocato nel film, nell’andare a piedi, nello smarrire la strada perché qualcun altro possa ritrovarla, in quel lasciarsi incontrare di ognuno dei personaggi della storia, per r-esistere in questo mondo che cambia repentinamente e testimoniare quella “magnifica ossessione” per la musica e la poesia.

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