ultime notizie

Nuovo singolo de La Scelta, un ...

  Dopo due anni d’attesa dal loro ultimo lavoro, lo splendido Colore Alieno, ritorna il gruppo La Scelta, una delle formazioni più interessanti del nostro panorama musicale. Le aspettative erano ...

Canzone d'autore: la percezione di musica e parole

Una delle caratteristiche principali del linguaggio ‘canzone d’autore’ è la modulazione della voce sulla musica[1]. Non bisogna solo fruire o analizzare il testo in sé, quindi, ma nel suo inscindibile rapporto con le altezze melodiche e le aggregazioni armoniche. Tutto pacifico e già detto.

Proviamo ad andare più in profondità però: proviamo ad addentrarci nella percezione comune. Ok, l’argomento è troppo vasto per essere trattato in una semplice puntata di una rubrica, ma a noi basta parlarne anche solo per quello che può servirci, senza speculare: come arriva una canzone? Di quali sensazioni si serve?

Partiamo da un assunto: a livello percettivo l’ascoltatore di una canzone dotata di musica e parole non potrà mai prescindere dal concepire come dialettico il rapporto tra testo e musica; la magia spesso è proprio rappresentata dal fatto che parole e musica agiranno sulla sua sensibilità in maniera unisona, ma la percezione del fruitore – chiaramente influenzata da pregresse esperienze culturali in cui la semantica verbale e quella musicale sono irrimediabilmente scisse, perché linguaggi diversi – gli presenterà di fronte un rapporto tra due forze distinte, non un unico segno.

Ecco perché la modulazione della voce, ancor più che l’armonia, rappresenta un tratto terribilmente caratteristico per la canzone.  

Modulare o non modulare la voce è ciò che fa la differenza. Intendiamoci, tutto ciò che il cantautore può padroneggiare nel momento dell’esecuzione concorre al codice: rendere o meno quelle parole fuori dal tempo tramite la musica, dar loro o meno la sensazione di una declamazione sciamanica, su diversi registri e atmosfere create dagli accordi di note differenti; accelerare o decelerare ritmo, melodia, tempo, successione armonica: è davvero impossibile non tener conto del fatto che in una canzone agiscano tutte queste possibilità.

Solo che la percezione scinderà sempre la denotazione verbale e la connotazione musicale, per poi goderne nel momento in cui entrerà in azione lo stratagemma del demiurgo, la previsione creativa e linguistica del cantautore che sa perfettamente quali corde toccare sensibili per far sì che musica e parole agiscano precisamente insieme.

Per comprendere meglio questo meccanismo e, in particolare, l’importanza della modulazione, dobbiamo guardare da vicino quando quest’ultima è ridotta ai minimi termini. Dobbiamo porci in un territorio di confine: l’assenza di modulazione.

Niente di meglio, per farlo, della canzone Il Salvatore delle donne tristi, di Marco Ongaro, brano inserito nell’album Canzoni per adulti (Freecom, ottobre 2010), e che da tempo il cantautore esegue dal vivo [2] nei concerti, pezzo che dovrebbe essere esposto nelle teche del Premio Tenco come esempio supremo delle potenzialità del linguaggio ‘canzone d’autore’.

 

 

I versi sono a base settenaria con chiusura quinaria [3],  con assonanze o rime più o meno regolari e la musica presenta una strofa a base armonica I-V-IIm-I con la variazione VIm-IIIm-IV-I fino al ritornello V-V7-I.

La particolarità però è che nelle strofe la voce non modula, presentando un parlato in ritmo giambico con l’accompagnamento di pianoforte che sembra saperla lunga sul profondo significato delle parole, che sembra prestare il fianco per un ruolo solo d’atmosfera. Già alla prima variazione (e sul verso «Quando ci arrivi esausto») però inizia a delinearsi all’orizzonte la compenetrazione tra musica e parole: sull’accordo di VIm e su quello di IIIm – nuovi perché mai occorsi nelle strofe –, la voce modula in maniera discreta, non per altro, ma proprio perché il nuovissimo accordo di VIm suggerisce una sensibilità diversa che si realizza sulla parola ‘esausto’, che assieme rappresenta il sacrificio di cui si colora l’intero significato della canzone nella figura del Salvatore stesso.

Ma è semplicemente una prova di volo, perché poi si torna gradualmente alla tonica tramite un abusato accordo di IV e con dei versi emblematicamente terreni e dimessi come «ci allevano tacchini/ è meglio rassegnarsi».

Il più però è fatto: ciò che la nostra percezione rilevava come puro linguaggio verbale pian piano si trasforma; la dialettica diventa fusione e struttura o, almeno, cominciano a intravvedersi i meccanismi di un unico linguaggio.

A questo punto la musica sembra aver preso consapevolezza del proprio ruolo e riesce con una picchiata e una rapida risalita a catturare la preda, le parole, proprio sul verso in cui esplode il canto, nella citazione del titolo preceduta dal passaggio solo musicale V-V7, in cui la piccola variazione – una nota: il fa nell’accordo di SOL, visto che la canzone è in DO – rappresenta una emancipazione della musica stessa, un virtuosismo autonomamente segnico, una manovra in picchiata, come si è detto, che afferra il testo e lo deposita sulla linea melodica, che converge nella tonica finale e che dà decisamente l’impressione di un tutto al proprio posto: rime, concetti, giambi, melodia, significato primo e ultimo della canzone, titolo, musica e parole.

Non sembra sbagliato vedere in questo brano una fenomenologia delle possibilità della canzone d’autore, di cosa è capace la compenetrazione di musica e parole anche in assenza di modulazione.

 


[1] In questa sede per modulazione si intenda il portare la voce su una nuova tonalità, che si parta da una tonalità altra o dall'assenza di intonazione. In effetti, il più delle volte in questo articolo userò il termine per indicare il passaggio dall'assenza di intonazione al canto.

[2] Una esemplare esecuzione è presente all’indirizzo www.youtube.com/watch?v=8QI1ce-1wlk. Nell’occasione il brano è stato dedicato al pittore veronese Pio Quinto, scomparso nel giugno del 2009.

[3] Persisto nel descrivere i versi di una canzone con i metri della poesia italiana unicamente per maggior comprensione, visto che in effetti la migliore denominazione sembra essere quella che descrive la cellula ritmica che si ripete: giambo, trocheo, dattilo etc., proprio perché l’unico significato che la metrica di una canzone può avere è in rapporto col ritmo della melodia. Ma questo è decisamente un punto che merita altra ed esclusiva trattazione.

 

 

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento