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Note In Video

Rassegna di cinema musicale indipendente

I suoni, Monique, si dispiegano nel tempo come le forme nello spazio, e finché una musica non tace, ella resta, in parte, immersa nell’avvenire. C’è qualcosa di commovente, per l’improvvisatore, in quell’elezione della nota che sta per seguire. Cominciavo a comprendere questa libertà dell’arte e della vita, che non obbediscono se non alle leggi del loro stesso sviluppo.

(Marguerite Yourcenar, Alexis)

 

Venerdì 26 novembre, a Faenza presso Palazzo Mazzolani sede dell’I.S.I.A. (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche), si è aperta la seconda edizione di “NoteinVideo” rassegna sul cinema musicale chesi configura come un nuovo capitolo del M.E.I. La costruzione della rassegna quest’anno si è presentata nel suo incipit come una sorta di anticamera al P.I.V.I. (appuntamento ormai consolidato), ma, di fatto, ha presentato il cinema musicale come un nuovo spazio di fruizione della Musica, poiché è un prodotto artistico con una sua identità di genere specifica rispetto ai Videoclip musicali.

Quale sia l’intento di questo nuovo linguaggio, forma di comunicazione è problema non secondario, certo risponde alla considerazione che fu già di Walter Benjamin che la lingua di ogni forma artistica sia “fondata in certe specie di lingue delle cose” e che in esse abbia luogo “una traduzione della lingua delle cose in una lingua infinitamente superiore, ma della stessa sfera” (Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo). Benjamin le definiva innominali, inacustiche, lingue del materiale, dove bisogna pensare all’affinità materiale delle cose nella loro comunicazione.

È dai primi anni del Novecento che assistiamo ad un intrecciarsi di forme artistiche in un percorso di transcodificazione, un aspetto della produzione artistica e culturale recente che colpisce per la sua vastità e non si riferisce solo alle arti ma anche alla saggistica e al giornalismo: l’ibridazione delle forme e dei generi. Un fenomeno che sembra configurasi come “una” risposta o “la” risposta al ricatto operato dal mercato nelle persone di editori e galleristi, produttori cinematografici e televisivi, agenti e altri mediatori. 

Questo si è analizzato alla tavola rotonda Stati generali videomaker indipendenti, con i suoi due temi “Istituzioni e territorio: come sostenere e promuovere il cinema e le produzioni indipendenti” e “La distribuzione indipendente: dare visibilità con nuovi spazi e nuove idee”.  Piccoli mostri (così definiti da Enrico Ruggeri in un suo libro) che, come ha scritto di recente Goffredo Fofi, “garantiscono una continuità nel rapporto con il pubblico che legge e vede e ascolta, che compra stimolando e consolando pigrizie e abitudini”.

Lunedì 29 novembre si è concluso il programma, costruito e condotto nel nome di una delle più belle canzoni di Paolo Conte, Vieni via con me, vero e proprio inaspettato evento mediatico dell’anno, capace di compiere uno strappo nel paludato costume televisivo; non è stato un talk show e non aveva un conduttore domatore, ma tempi lenti, argomenti complessi e per questo difficili che, nell’intenzione di Fabio Fazio, Roberto Saviano e degli altri autori del programma, doveva essere una “cerimonia”. Una cosa certo poco televisiva, semmai teatrale. Fondata sul valore della parola nuda. Un format post o pre berlusconiano, vai a sapere.

L’unico precedente linguistico era Celentano, i suoi silenzi, la rottura del rito attraverso un altro “rito” (la Repubblica, lunedì 29 novembre 2010). Il fenomeno di un’arte ibrida, in questo ultimo tempo, ha assunto una dimensione ampia e trasversale, tale da esprimere la ricerca di un possibile argine al fenomeno della globalizzazione che può essere una specie di idra dalle molteplici teste. La percezione dei giovani autori, artisti, operatori, intellettuali è quella di vivere, nei paesi più ricchi e culturalmente ancora dominanti, in un tempo di presunta pace e concreto benessere, accorgendosi invece, a poco a poco, degli inganni di queste immagini, della fragilità e delle ingiustizie della loro sostanza economica. Nei paesi poveri o in espansione, non si accetta di inserirsi nei meccanismi dell’omologazione per il proprio paese e di smerciare nel circuito mondiale immagini e storie esotiche o rassicuranti. A quest’irrequietezza segue, infatti, la coscienza dell’impossibilità di dire e mostrare quel che si ritiene giusto con i modi mistificati seguiti dalla produzione culturale maggiore e dominante.

Il film “Il canto della lupa” di Ettore Santoro,presentato durante la rassegna, presenta la città di Roma come esempio del vivere urbano moderno, raccontandola attraverso le canzoni di Controcorrente, Ardecore, La nube, Colle der Fomento, Collettivo Angelo Mai, Daniele Silvestri ripresi durante i loro concerti o in momenti di una quotidianità in cui la Roma da cartolina appare su uno sfondo sfuocato rispetto ad una strada trafficata, preda della mal-educazione civile, o di vicoli del centro storico che nascondono il dramma sociale di persone sfrattate dalle loro case negando loro un diritto fondamentale. L’immagine che ospita i titoli di coda del film, presenta una veduta aerea di Roma, quasi un’immagine irreale o ideale simile al plastico della Roma antica realizzato dall’architetto Italo Gismondi che ricostruisce a misura, a partire dalle fondamenta, una città che non c’è ma è pur vero che è esistita.

Nel cinema l’ascesa delle forme documentaristiche visualizza la marcia di autori e pubblico in direzione ostinata e contraria verso il “cinema di realtà” o “non fiction” o “documentario” o – ultimo conio – “docu-film”. Le sperimentazioni e la critica, in sostanza l’arte del documentario rispondono all’ansia di un pubblico immerso in un mondo in cui il confine tra verità e finzione è sempre più elusivo. Erik Gandini (autore nel 2009 del film “Videocracy”) spiega questo nuovo orizzonte del “racconto per immagini” come un’esperienza poetica, il cui modello non è più Michael Moore ma Werner Herzog; il documentario non è più solo un’inchiesta giornalistica, ma l’espressione di una “verità estatica, un momento di rivelazione della realtà che comprende il lavoro con l’estetica e con il racconto.” È venuto meno il concetto di obiettività, che era prerogativa del documentario, pur permanendo il principio che quanto si vede è accaduto veramente. ”L’autenticità non è più una scelta formale consiste nel far percepire allo spettatore il punto di vista, la lettura della realtà che ne dà l’autore”.

Lo stesso Mario Monicelli, recentemente scomparso, aveva affermato di sé: «Appartengo ancora ad una generazione dove si diventava registi di cinema soltanto perché non si era capaci di scrivere un bel romanzo. Potendo scegliere, avrei continuato a cercare d’imitare Dostoevskji».

I film della rassegna “NoteinVideo” erano documentari o docu-film (tranne “Alma Story” di Gerardo Lamattina che ha un soggetto originale) con una sceneggiatura atipica e aperta ai cambiamenti in corso d’opera, che possono ragionevolmente rappresentare per il cinema musicale diversi e possibili argomenti, categorie di rappresentazione e racconto: investigare i nuclei delle diverse tendenze musicali, il rapporto tra la musica e la società complessa (il già citato “Il canto della lupa” e “Vanguard: periferie in fiamme” a cura di Current TV), il ritratto d’Artista (“L’uomo che aveva picchiato la testa” di Paolo Virzì, dedicato a Bobo Rondelli), quadri musicali di un’epoca che delineano il potere taumaturgico della musica, da sempre, espressione più che significativa di resistenza culturale (“My Main Man” di Germano Maccioni, “La resistenza nascosta” di Francesca Rolandi e Andrea Paco Mariani).  

L’anima del documentario è nello sguardo, definito da Gianfranco Pannone “orizzontale”, ovvero democratico, eccentrico, non dogmatico che, attraverso le voci, le inquadrature (Godard ha affermato che il solo gesto di posizionare la macchina da presa è di per sé politico) e poi la sintesi operata dal montaggio, suggerisce interpretazioni e solleva nuove domande. Lo stesso Gandini immagina un futuro “in cui tutti hanno diritto di raccontare il proprio sguardo sul mondo attraverso una forma di cinematografia individuale e personale come è, appunto, quella del documentario”.  

L’autorialità è dichiarata, anche se il regista resta fuori scena e la macchina da presa pare invisibile. Dietro c’è un occhio pensante, spesso innamorato, capace di stupirsi, trovare la poesia nella realtà più dura e marginale come in “Focaccia blues” di Nico Cirasola che racconta il luogo e i protagonisti di una vicenda realmente accaduta: una piccola focacceria pugliese, valorizzando i prodotti tipici, riesce a mettere in crisi un grande MC Donald’s aperto nella città di Altamura. Il film descrive la vittoria del mondo piccolo e “glocale” che si oppone alla diffusione della globalizzazione intesa come massificazione dei gusti; speranza, auspicio ma anche metafora di una situazione, quella degli sguardi italiani del documentario d’autore, che oggi sono piccoli Davide in lotta contro i Golia della televisione del vero-finto di reality e fiction. Tv e sale restano spesso un miraggio. Non esiste un canale tematico per il documentario d’autore, un omologo dell’Arté francese o della ZDF tedesca.

La Rai da molti anni non svolge più il compito di produttore e finanziatore e aggira le direttive europee anche per quanto riguarda gli spazi di palinsesto per il documentario d’autore ma, come giustamente si è affermato, le Istituzioni statali dovrebbero garantire la cultura e non il mercato. Sui canali satellitari i documentari d’autore sono confinati a pochi spazi. Occorre cercare i fondi all’estero oppure nel circuito delle ong, delle fondazioni, delle realtà locali: alcune film commission, ad esempio in Piemonte, Friuli Venezia-Giulia e Puglia cominciano a funzionare bene. Quest’anno, infatti, il riconoscimento come miglior film indipendente dell'anno assegnato dal P.I.V.I., che segnala quei fenomeni videomusicali che si sono contraddistinti nella promozione e diffusione di opere video indipendenti, è andato a “Basilicata Coast to Coast” di e con Rocco Papaleo che in un’intervista così ha definito il suo film: «un lungo viaggio, molto lento, durante il quale i protagonisti hanno modo di scoprire una regione non molto conosciuta come la Basilicata, e di scoprire un’altra regione ancor più sconosciuta come la propria anima!» (Orizzonti, 36).

Contro un sistema mediatico che banalizza ogni giorno di più l’arte del guardare, il viaggio, l’inchiesta, il diario e la fotografia, l’intervista e la confessione diventano materia per un’arte, una cinematografia ibrida che risponde a nuovi modi di investigare e raccontare il nuovo, la realtà e ci ricordano che guardare è anche pensare a ciò che si vede.

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