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Quelli che il free...

Praticano l’improvvisazione totale, o la conduction, ma a volte compongono i loro brani, o li prendono a prestito dai maestri dell’avanguardia. Talora tornano, anche, ciclicamente.

Il nostro titolo odierno si rifà ovviamente alla celebre canzone-tormentone di Jannacci da cui ha già tratto il nome, anni fa, ‘Quelli che il calcio’ (per esempio). Noi lo adattiamo al free jazz, da cui i musicisti che animano questi quattordici cd provengono, o vi si rifanno, o dimostrano comunque di volervi aderire su coordinate e piani diversi.
Come sempre trattiamo la materia progredendo per entità numeriche, in questo caso nel suo intero spettro, dal solo all’orchestra. Il solo è incarnato dal sassofonista (tenore e sopranino) Edoardo Marraffa (foto sopra), che in Diciotto (Aut) si sbizzarrisce in quindici “improvvisazioni composte” che sposano l’antigrazioso (per dirla con Boccioni) tipico del free, ma senza eccessi. C’è un disegno architettonico palpabile, e pur entro parametri estetici che non prevedono certo la gradevolezza, l’ascolto, per orecchie avvezze, procede piuttosto gratificante.
Raddoppio dei sassofoni (più clarinetti e flauti) in Explicit (Amirani), dove il sopranista pavese Gianni Mimmo incontra il polistrumentista californiano Vinny Golia, con cui instaura un dialogo improvvisato ora più fitto, ora più rilasciato, anche qui molto giocato nel segno dell’antigrazioso, come accade del resto nel live Em Portugal! (Ivan Illich), in cui torna Marraffa, qui in duo col pianoforte di Nicola Guazzaloca, alla ricerca di un equilibrio non sempre perseguito (sono i rischi dell’improvvisazione senza rete, specie dal vivo), quindi con momenti alti e altri un po’ dispersivi, come ritorti su sé stessi.

Ancora un duo, però tra piano e contrabbasso, sempre nel segno della libera improvvisazione, ci accoglie in Incipit (Palomar) di Giorgio Pacorig e Giovanni Maier (foto sotto), apprezzabile soprattutto nei segmenti più mossi, nervosi, meno allorché il tono si fa più dimesso, attendista, il che capita anche in un altro lavoro frutto di più o meno totale aleatorietà, Reaction and Reflection (Rudi), in cui l’accoppiata fra piano (il grande Dave Burrell, storico sodale di Archie Shepp negli anni eroici, poi ripiegato su posizioni meno ardite) e contrabbasso (il siciliano Alessandro Nobile) si allarga alla batteria (Antonio Moncada, siracusano), venendo a comporre l’organico più tipico del jazz, qui però fuori da schemi classici, più irregolare, talora liquido-atmosferico, un’avanguardia circospetta che ogni tanto suona più affermativa, pur senza farsi mai troppo articolata, il che è il principale limite di un album comunque di spessore.

Torna Gianni Mimmo (i ritorni sono un po’ il fil rouge di questa nostra puntata odierna) in Clairvoyance (Amirani), altro trio votato all’improvvisazione, però col soprano di Mimmo in luogo della batteria, e poi Silvia Corda al piano e Adriano Orrù al contrabbasso. Clima sperimentale ma lieve, aereo, pensoso, pur con periodiche incursioni in territori più increspati, grumosi. Decisamente d’autore, per contro, un altro trio, dalle geometrie ancor più inusuali, quello della giovane bassista romana Federica Michisanti (suoi tutti i temi), emergente di lusso di questi ultimi anni, che in Silent Rides (Filibusta) si accompagna a Francesco Lento, tromba e flicorno, e Francesco Bigoni, sax tenore e clarinetto. Il tono ricorda gli storici esperimenti di Jimmy Giuffre con Shorty Rogers e contrabbasso (Ralph Peña?), roba di oltre sessant’anni fa, per cui potrebbe sembrare che non sia poi tutta questa novità. Errore: questa sorta di camerismo free non ha età, per eleganza e totale assenza di retorica (da cui il free non va certo esente). Uno dei migliori dischi dell’anno.

Torniamo all’improvvisazione più o meno senza rete con due cd in quartetto. Il primo, A Pearl in Dirty Hands (Aut), vede il ritorno di Nicola Guazzaloca nel Pui4 assieme a tre portoghesi (clarone, violino e contrabbasso) in un live appunto lusitano (come l’altro di Guazzaloca con Marraffa) in verità un po’ confuso, poco incisivo, così come, a tratti, Exodos (Leo), peraltro in possesso di un maggior senso della struttura. Vi agiscono un italiano (Fabio Martini, sax alto e clarinetti), due ticinesi (Guy Bettini, trombe, e Luca Sisera, contrabbasso) e Gerry Hemingway alla batteria.

Un misto fra scrittura e improvvisazione ci giunge da Double Think (Aut) del quartetto Mountweazel, misto anche geograficamente (due italiani, di cui uno emigrato a Berlino, un finnico mezzo svedese e un polacco pure lui di stanza a Berlino), cui si unisce in due brani ancora Guazzaloca. Si decolla su temperature torride, nel segno di un free della più chiara acqua, guadagnando poi via via spazi più meditati, felicemente corali, su strutture per lo più riconoscibili, ciò che, malgrado i tre brani (in realtà conduction, diremmo) tutti firmati (due da Giovanni Maier, altro ritorno, uno da Mirko Cisilino), non ci sentiremmo di affermare di Shreds (Palomar) dell’EXP Quintet, organico abbastanza classico (due fiati, chitarra, cello – Maier – e batteria) ma di fatto alquanto sfilacciato, dispersivo, con momenti anche interessanti, ma troppo intermittenti.

Una conduction dichiarata ci arriva invece da Bluering Vol. I (Rudi) del megaensemble Bluering-Improvisers, una ventina di elementi in cui spicca la voce di Camilla Battaglia. Pratica tipica del post-free (pontefice massimo Butch Morris), la conduction per grosso organico si avvale di gesti e poche altre convenzioni per generare musica collettiva. Qui si parte su temperature quiete, aprendosi via via a situazioni più piene e vociferanti, mantenendosi nel prosieguo più o meno su questo doppio binario, qua e là con passaggi che ricordano in qualche misura gli esperimenti dei coniugi Tippett.

Avanguardia storica, per finire, negli ultimi due cd in scaletta, rispettivamente in duo e gruppo allargato. Il duo vede il rientrante Maier, di nuovo al contrabbasso, accanto a Daniele Cavallanti, sax tenore. Il disco, doppio, s’intitola Our Standards (Palomar) e comprende quindici temi dovuti appunto ai più bei nomi dell’avanguardia storica, Sun Ra e Carla Bley, Dolphy e Ornette, i fratelli Ayler, ecc. La bellezza dei temi (Lonely Woman, Ida Lupino, Bells, ecc.) fa spesso la differenza, ma è l’intero progetto, pur nella scarnificazione delle forze, a reggere bene, come ancor più accade in Forms and Sounds – Air Sculptures (Felmay) di Tiziano Tononi & the Ornettians, cd mastodontico, per mole (78’30”) e qualità, temi di Ornette Coleman e Tononi (foto sopra), in pratica due ampie suite in cui c’è veramente di tutto: opulenza e rigore, attenzione alle strutture e libertà improvvisativa, coralità e spunto del singolo. Album magnifico, in cui tornano Cavallanti e Cisilino, e ci sono poi Mandarini, Bittolo Bon, Chiapperini, Botti, Parrini, Mangialajo, Bolognesi. Arduo pensare di poter fare meglio.

Foto di Claudio Casanova (Marraffa), Roberto Cifarelli (Maier), Agostino Mela (Tononi).

 

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