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Sax crescente con fumetto finale

A crescere è il numero dei musicisti coinvolti, non certo le note, con una costante presenza di ance e una singolare accoppiata a chiudere il cerchio

Oggi parliamo di sassofoni (sai che novità? vabbé, allargati ai clarinetti, per simpatia... familiare), salendo dal duo al sestetto, secondo nostro costume. Lo facciamo partendo da Evolución (Crocevia di Suoni), che celebra i dieci anni di attività del duo formato dal sassofonista (soprano e tenore), nonché clarinettista (nell’ultimo dei nove brani) Felice Clemente e dal chitarrista (classico) argentino Javier Pérez Forte (vedi foto sopra). Il disco emana (e trasmette a chi ascolta) eleganza e sano piacere dialogico da ogni poro. Ci sono temi dei due musici (sei, equamente divisi) e sacre icone come Oblivion, Besame mucho e Summertime, il tutto ottimamente tornito e rifinito.

Così come un clarinetto chiude ‘Evolución’, un clarinetto (peraltro ben più incidente sul totale) apre Bangalore (Ninety&Nine), primo dei due album in trio di cui ci occupiamo. Lo suona Daniele D’Agaro, impegnato anche al sax tenore, laddove la variabile, rispetto a Clemente, è il clarinetto basso al posto del sax soprano, con contrabbasso (Aldo Mella) e batteria (Elio Rivagli) agli altri due vertici del triangolo. Il clima, qui, è più composito, a tratti anche più ruspante, con inflessioni funky e aperture free accanto a sequenze di tono quasi cameristico, in ciò staccandosi piuttosto decisamente dall’altro cd in trio, Solaris (Encore Jazz) di Cristiano Arcelli, quarantenne perugino il cui sax alto, sempre accanto a basso e batteria, disegna trame alquanto monolitiche, perseguendo un discorso corale che non può tuttavia prescindere da una marcata egemonia del fiato. Solido, ben condotto, ma un po’ carente di appeal.

Con l’aggiunta del vibrafono del leader, che ne segna largamente il sound, e un sax per lo più soprano (Claudio Guida), batte un terreno anche più ortodosso Vacancy in the Park (Dodicilune) del Sergio Armaroli Axis Quartet, attraversato da una cantabilità esplicita e da toni colloquiali, rettilinei, pur non disdegnando qua e là soluzioni più ardite, libere, articolate. Notevole la copertina, opera dello stesso Armaroli.

Lungo tutt’altre coordinate si muovono altri due lavori in quartetto, entrambi decisamente sui generis. Il primo è Oi Dialogoi (Slam) dei Giganti della montagna (dall’omonimo incompiuto di Pirandello, diremmo), trio siculo con ospite Stefano Maltese, a comporre appunto un quartetto con due ance, piano e violoncello (in luogo del contrabbasso, schematizzando) e senza batteria, mentre il secondo, Astrolabio (Dodicilune), allinea sempre due ance (il leader, Roberto Ottaviano, sax soprano, e Gianluigi Trovesi clarinetto contralto) e due ottoni gravi, il trombone di Glenn Ferris e la tuba (e altro) di Michel Godard. Le differenze risiedono in una maggiore circolarità, e rotondità, e cantabilità, se vogliamo, anche di palpabile inflessione popolare in ‘Astrolabio’, laddove ‘Oi Dialogoi’ (qui la memoria va a Platone) ha un impianto più cameristico-contemporaneo, asciutto e anticonsolatorio, non privo di periodiche spigolosità. Lavori, sia quel che sia, entrambi di ottimo livello. 

Dalla Puglia come Ottaviano proviene il quintetto Puglia Jazz Factory, di cui è fresco di stampa African Way (Parco della Musica), album live che ripropone la doppia ancia (Gaetano Partipilo e Raffaele Casarano, entrambi sia a sax alto che soprano) più il classico trio piano/basso/batteria (Mirko Signorile, Marco Bardoscia e Fabio Accardi), il tutto spolverato di elettronica. Il risultato, onestamente, non è memorabile: ci si muove in spazi assai canonici, tra post-bop e funky, privilegiando una pienezza che a tratti toglie un po’ il fiato, benché tutto proceda nella massima correttezza tecnica e lessicale. Manca un po’ di originalità ed eleganza, in poche parole.

Certo più avanti, per identità, tratti distintivi e mordente, appare Hoodoo Blues (Clean Feed) del quartetto Roots Magic (foto sopra), che per l’occasione aggiunge alle sue due ance, basso e batteria, l’organo (e altro) di Luca Venitucci. Intanto il materiale tematico è di prim’ordine (Julius Hemphill, John Carter e Sun Ra fra gli altri), poi il trattamento, come si diceva in possesso di una sua unitarietà stilistica, è inventivo, vivace, qua e là con qualche lieve eccesso di misura ma con efficaci geometrie interne, di regola piuttosto fitte.

Ancora un passo in avanti, sul piano dell’originalità e complessivo, lo compie il terzo e ultimo quintetto (udinese, foto sotto) di cui ci occupiamo, protagonista dell’ottimo Malkuth (Rudi Records). Qui il sax si riduce a uno, il tenore di Filippo Orefice, ma in compenso i fiati salgono a tre, essendo della partita anche una tromba (Mirko Cisilino, principale autore del consesso) e un trombone (Filippo Vignato), sempre oltre a contrabbasso (Mattia Magatelli) e batteria (Alessandro Mansutti). Album felicemente articolato, elegante e architettonicamente impeccabile, ‘Malkuth’ sembra in qualche modo recuperare certi equilibri tra i fiati, e tra questi e sezione ritmica, propri di un dato jazz di ricerca dagli anni Cinquanta in su (Giuffre, Shorty Rogers, ecc.). Inatteso e come tale doppiamente benvenuto.

A sua volta graditissimo, su terreni a tratti analoghi ma con uno spettro più ampio di taglio anche cinematografico (specie in avvio) che tocca pure il primo Ornette (quello di “The Shape of Jazz to Come”, per esempio), Dolphy, certo Gaslini e altro ancora, è Jazz Loft (Controtempo/Artesuono), singolare CD del notevole sestetto, sempre friulano, guidato dal pianista Bruno Cesselli e dal flautista Massimo De Mattia (con Nicola Fazzini, sax alto e soprano, Luigi Vitale, vibrafono e marimba, Alessandro Turchet, contrabbasso, e Luca Colussi, batteria) abbinato a un volume di grosso formato con dentro un bel fumetto noir di ambientazione jazzistica di Massimiliano Gosparini e Flavio Massarutto. Musica legittimamente ambiziosa, visto il contesto e i musicisti coinvolti, e operazione assolutamente degna di nota.    

Foto di Alessandro Carpentieri (Roots Magic) e Giacomo Frison (Malkuth).

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