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Slash

Dalla Sicilia in Germania e ritorno passando per l'Austria e la Croazia. All'estero sono conosciuti e premiati per il loro valore. E in Italia? Gli Slash, sette cantanti di Catania sono uno di quei classici casi di formazioni che in patria non hanno la considerazione che meriterebbero. Ne parliamo con Alessandro Gnolfo, veterano del gruppo sin dai suoi inizi.

Prima degli Slash hai formato gli Unshamed Singers, quali sono i punti di contatto tra le due formazioni?
«Sono totali. Gli Slash nascono infatti da una costola dei "cantanti svergognati", nel 2008, durante la fase finale delle selezioni della seconda edizione di X-Factor. Passammo da nove, a sei elementi. Gli Unshamed Singers hanno visto la luce nel lontano 2002, quando eravamo ancora tutti dei ragazzini, i più grandi di noi avevano diciotto anni (unici reduci della formazione originaria sono Valeria Vasta e il sottoscritto). Eravamo un progetto extra-scolastico, indirizzato inizialmente allo studio di brani gospel e spiritual. E' servito poco tempo per capire che avevamo voglia di misurarci subito con i grandi nomi del panorama a-cappella: Take6, Real Group, Swingle Singers, Kirby Shaw. Merito anche della folle mente del nostro direttore artistico, Maurizio Giliberto. Insieme a lui ho avuto l'idea di mettere su questo "nuovo" progetto a Catania, dal momento che ci confrontiamo con un tipo di repertorio e di sound moderni, in linea con le tendenze internazionali del genere, uscendo quindi dai confini prettamente corali».
 

Quale tipo di repertorio affrontate?
«Il gruppo si caratterizza per essere un vero e proprio gruppo vocale, non una corale, anche in base al tipo di repertorio che abbiamo scelto. Abbiamo cantato per anni cover di altri gruppi a-cappella (come detto sopra Real Group, Vox One e altri), per approdare negli ultimi anni ad avere un  repertorio fatto da arrangiamenti nostri, e di amici musicisti e cantanti che ci hanno aiutato a crescere molto in questo percorso (Andrea Figallo, Erik Bosio, Francesco Calì, Stefania Patanè, Osvaldo Corsaro). Attingiamo, quindi, sia dal pop che dal jazz, passando per certe rivisitazioni soft-rock e classiche e quasi tutti gli arrangiamenti sono scritti da Giliberto e da me (basso/batterista vocale)».


E' stato semplice trovare dei compagni musicali che condividessero le stesse scelte?
«Per quanto riguarda i "compagni di viaggio", ammetto che non è sempre stato facile affrontarla. Abbiamo più volte, purtroppo, dovuto cambiare formazione, sia quantitativamente che qualitativamente. In genere, abbiamo sempre preferito, oltre ovviamente ad un'ottima musicalità degli elementi, il potenziale di amalgama che ogni singolo potesse apportare al gruppo. Anche così riusciamo ancora, dopo tanti anni, a guardarci in faccia e ridere di tutto. Siamo molto legati tra di noi, anche grazie al lavoro di collante fatto dall'infaticabile Maurizio».
 

Come tanti gruppi italiani a cappella avete più visibilità all'estero. Ci parli dell'esperienza al Vokal Total di Graz in Austria, uno dei maggiori festival europei di questo genere?
«Ci siamo stati per tre anni consecutivi, e ci siamo sempre trovati benissimo. Merito anche dei buoni piazzamenti ottenuti: Un terzo posto nella categoria pop, e un secondo e un terzo posto in quella jazz, oltre a vari silver e gold diploma. Il Vokal Total, oltre ad essere una fantastica vetrina per ogni gruppo che ci partecipa (per il prestigio della giuria, per la storia del festival, per l'internazionalità che lo caratterizza) è luogo ottimale per uno scambio critico e sincero tra vari gruppi, stili, modi di vedere il genere a-cappella. Ma soprattutto è un luogo di incontro con persone eccezionali:  primi fra tutti gli organizzatori, ma anche visitatori da ogni parte del mondo, come il Friedrich Kampe del Meervocal di Wunstorf, il quale dopo averci visto cantare a Graz ci ha portati l'anno successivo, nel 2009, in Germania. Eravamo non solo ospiti del festival ma anche gruppo di apertura dei New York Voices. Non si può tralasciare un accenno al party della serata finale che caratterizza il Vokal Total, per fortuna sono sempre ben forniti di birra!».


Come si svolge la Vocal Marathon che avete affrontato e vinto in Croazia? Eravate l'unico gruppo italiano?
«La Vocal Marathon era quest'anno alla sua prima edizione, e ci ha fatto molto piacere potervi prendere parte e ricevere il premio "Grand Marathon" come miglior gruppo assoluto della competizione. I ragazzi che si sono fatti carico di organizzarla, primo fra tutti Olja Desic, hanno fatto un ottimo lavoro nella ricerca degli sponsor e nella gestione di tutto, dalla sistemazione per le formazioni (convenzionata con alcuni alberghi) ai pasti. I gruppi in questo modo sono stati molto invogliati a partecipare, vista la possibilità di ridurre le spese quasi esclusivamente a quelle del viaggio. E' stata molto ben curata anche la parte pubblicitaria della tre giorni, visto che l'ultima sera è stata dedicata alle riprese dei gruppi concorrenti da parte del canale HRT2, televisione pubblica nazionale croata. Il tutto è andato poi in onda il 23 settembre scorso».


Quale futuro vedi per la musica a cappella italiana?
«Negli ultimi anni c'è stato maggiore interesse per il genere, soprattutto sulla scia dell'onda X-Factor prima edizione generata da Morgan e dai suoi gruppi, SeiOttavi e, in misura maggiore, Cluster (definiti i vincitori morali in quell'anno). Il che mi poterebbe a intravedere un futuro roseo, ma la realtà è ben diversa. Nonostante ci siano sempre più gruppi in Italia, e di ottimo livello, giovani, sperimentatori, vogliosi di cercare nuove vie (per lo meno qui in Italia), questi stessi si devono confrontare non solo con la crisi che colpisce la società italiana ad ogni livello, ma anche con la persistente chiusura entro i confini (ormai stretti) di "genere di nicchia", "genere che non tira per le case discografiche", "musica di ottimo livello, ma non vendibile". Sono tutte frasi che chi è dell'ambiente si è sentito dire almeno trecento volte. L'unica via, per chi sceglie di fare musica a cappella, è puntare alla qualità del prodotto, più ancora di altri generi, perché si parte con un handicap in più: quello, appunto, di fare musica a cappella! Credo comunque che le nuove generazioni, grazie anche all'esempio di alcune figure chiave nel progresso del genere, abbiano imparato la lezione».
 

Slash

Elena Bonaccorso, Roberta Lizzio: soprani
Valeria Vasta: contralto
Emiliano Arcidiacono, Giorgio Riso: tenori
Andrea Tartaglia: baritono / basso
Alessandro Gnolfo: basso / percussione vocale / beatbox
Maurizio Giliberto: direttore artistico

 

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