ultime notizie

Nuovo singolo de La Scelta, un ...

  Dopo due anni d’attesa dal loro ultimo lavoro, lo splendido Colore Alieno, ritorna il gruppo La Scelta, una delle formazioni più interessanti del nostro panorama musicale. Le aspettative erano ...

Su di corda

La chitarra gode nel jazz (e non solo) di ottima salute: ne fissiamo un'istantanea attraverso una serie di recenti uscite discografiche

La nostra odierna circumnavigazione si svolge attorno al pianeta-chitarra (con lieve digressione finale, come vedremo). Come sempre partiamo dai numeri più piccoli, e quindi, nello specifico, da due album in solo, dovuti al piemontese Maurizio Brunod (foto sopra), che ha voluto festeggiare i suoi primi cinquant’anni (caduti l'autunno scorso) con un’autentica scorpacciata di dischi, l’ultimo dei quali è appunto il solitario African Scream (Caligola), e il siciliano Santi Costanzo, che firma invece Autocracy of Deception Vol. 1 (Setola di Maiale). Al centro di entrambi sta quasi a senso unico la chitarra elettrica, preparata e manipolata ove necessario, in particolare in Costanzo, la cui ricerca è più spinta, scabra, scura, a tratti rumoristico-concreta, peraltro non disdegnando un curioso alternarsi con arpeggi assai singolari. Brunod, per parte sua, pratica una ricerca che definiremmo più educata, formalmente nitida, conchiusa, ma non per questo meno indicativa delle possibilità di uno strumento quanto mai attuale.

Più sulla linea di Costanzo, persino irruvidita, ulteriormente increspata, si muove Luca Perciballi in un altro cd targato non a caso Setola di Maiale, The Black Box Theory, in duo con i saxes (alto e soprano) di Ivan Valentini, più ampio dispiegamento elettronico e occasionalmente percussivo (sempre loro due). Ampi gli spazi dedicati al singolo, in un percorso non sempre del tutto a fuoco, talora faticoso, un po’ tirato per le lunghe, pur se con un occhio sempre ammirevole verso il non ovvio, il desueto. Una distanza siderale divide questo cd da un altro, sempre in duo chitarra (però classica, ed è un segnale chiaro) e sax (qui solo soprano). Trattasi di Pater (Caligola), il cui titolo trae spunto dal fatto che entrambi i performers, Ermanno M. Signorelli e Roberto Martinelli, hanno perso di recente i rispettivi genitori. Qui prevale una ricerca di cantabilità certamente estraneo a “The Black Box Theory”, un’eleganza indiscutibile al di là di un tono a tratti un po’ manierato.

Sempre in duo con una chitarra classica (Sabino De Bari) si snoda il nuovo album della cantante Diana Torti (non Torto, attenzione: sono due artiste diverse), On a Cloud (Slam), fra brani originali e rivisitazioni di altre cantanti (Abbey Lincoln, Jeanne Lee) e pianisti (Monk, Waldron, Fats Waller). Il clima è assorto, concentrato, di un’eleganza ricercata anche proprio nel senso di incline alla sperimentazione, con qualche inflessione (specie sul finale) verso una forma più prossima alla song in quanto tale.

È invece in trio (E-R-Z, dalle iniziali dei tre nomi) il nuovo cd del chitarrista veronese Enrico Terragnoli (foto qui sopra), con Rosa Brunello al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria. Attivo fin dai secondi anni Ottanta (lui di anni ne ha cinquantasei), Terragnoli è senza dubbio uno dei chitarristi più interessanti, creativi e originali, del panorama nostrano, anche se non tutti se ne sono accorti, probabilmente il più vicino, poeticamente, al grande Bill Frisell. Questo nuovo lavoro, Minesweeper (Caligola), non fa che ribadirlo, con quella tipica inflessione country (in senso lato), che Terragnoli allarga allorché ripone la chitarra in favore, per esempio, del banjo (ma lo si ascolta anche alle tastiere, ecc.). Disco esemplare, ricco di profumi e calato in una ricerca inesausta. Quando sperimentazione e fruibilità compiono il prodigio di incontrarsi.

La bassista di “Minesweeper”, Rosa Brunello, firma poi in proprio Shuffle Mode (Cam Jazz), alla testa del suo quartetto denominato Los Fermentos, con Frank Martino alla chitarra (ed elettronica). In realtà un ruolo più centrale sembra giocarlo il sax tenore di Michele Polga (completa il quartetto Luca Colussi alla batteria), in un clima piuttosto tipico di questi anni (e questi gruppi), di chiare simpatie funky-rock, con un suono molto coeso, a tratti scuro, quasi livido, altrove decisamente più aperto e comunicativo. Martino fa la sua parte, così come Kurt Rosenwinkel, fra i chitarristi più influenti del post-Frisell, nei brani in cui lo si ascolta in Moving People (Parco della Musica) a firma di un altro bassista, il veterano Riccardo Del Fra, già partner storico – fra i tanti – del grande Chet Baker. Nel cd, Del Fra, ormai da decenni francese d’adozione, guida un sestetto/settetto internazionale al servizio di una musica largamente predefinita (al punto da apparire qua e là un po’ incapsulata), di cui si ammira peraltro il senso complessivo della forma (e qualche buona sortita solistica).

Uno dei giovani chitarristi italiani di maggior prospettiva, Giovanni Francesca, si distingue lui pure in un gruppo a guida extra-chitarristica, il quartetto (più ospiti, fra cui Paolo Fresu) artefice di Lifetime (Tuk), album solido ed equilibrato a spiccata trazione trombonistica, come quasi sempre accade quando la firma in ditta è appunto quella di un trombonista, in questo caso il campano Alessandro Tedesco. Schiettamente chitarristico, per quanto felicemente articolato, è invece Norwegian Landscapes (Da Vinci) del napoletano (ma di fatto newyorchese) Marco Cappelli (foto sotto), musicista appartato quanto illustre, che vi guida un trio che sale fino al quintetto, con fra gli altri Ken Filiano al contrabbasso e Oscar Noriega ai clarinetti. Gran disco, brulicante di umori acustico-elettronici, fra brani più costruiti, architettonicamente consistenti, e brevi interludi più liberi, cameristico-atmosferici (i “paesaggi norvegesi” del titolo).

Per chiudere ecco infine la digressione cui accennavamo all’inizio, nel senso che l’ultimo cd che incontriamo è Palma de sols (Squilibri) del sardo Mauro Palmas, che vi suona mandola, mandoloncello e liuto cantabile, ospitando fra gli altri il chitarrista (a dieci corde) Marcello Peghin, Simonetta Soro alla voce (cantata e recitante) e un quartetto d’archi. Tutti suoi i dieci brani in scaletta, tra afrori popolari e raffinatezze squisitamente acustiche. Uno di quei dischi che rappacificano col proprio orecchio, così spesso offeso da sollecitazioni decisamente meno nobili.   

Foto di Davide Bruschetta (Brunod), Roberto Cifarelli (Terragnoli) e Alfredo Buonanno (Cappelli).

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento