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Sua maestà la tromba (e dintorni)

La regina degli ottoni è il comun denominatore della nostra puntata odierna, con altri fil rouge presenti a spot: l’elettronica, gli ospiti americani, le rivisitazioni

In tempo di Top Jazz (quindi autunno, di ogni anno, risultati su Musica Jazz di gennaio) il mondo del jazz italiano si ringalluzzisce, iperproducendo dischi da proporre ai malcapitati votanti (quorum ego), che si vedono invase le cassette della posta (e i rispettivi lettori) da cose che hanno poco tempo per ascoltare e valutare, senza che la controparte (artisti, produttori, ecc.) realizzi quanto tutto ciò sia controproducente, rispetto a un ascolto più lineare, con tempi umani. Non abbiamo poi una memoria così corta da dimenticarci di un album uscito sei mesi prima, via! Comunque questo cosa genera? Che anche il tavolo (virtuale) di questa rubrica rimane invaso da troppe cose per poterle esaurire in unica soluzione, per cui ci siamo risolti a dividere le generose giacenze in due puntate, più ravvicinate del solito. La prima la riuniamo sotto l’ombrello (o minimo comun denominatore) della tromba, il secondo (fra un po’) del pianoforte.

Tromba (protagonista o comprimaria) ed elettronica, nella prima tranche di dischi che incontriamo. E poi ospiti stranieri e viaggi all’estero. Lo vedremo dopo. Per ora partiamo dal nuovo album di Gabriele Mitelli (foto in alto), ragazzo promettente, che in The World Behind The Skin (We Insist!) si misura tutto solo, oltre che con la tromba (anzi cornetta), con sax soprano, voce, diavolerie varie e soprattutto elettronica, soverchiante, costruendo un prodotto ibrido, poco concludente, indigesto, ripetitivo. Veramente deludente, considerato il valore del trentenne bresciano. Che in Kinetic (Aut) è ospite del duo DST, cioè Alberto Collodel, clarinetto basso, e Simone Di Benedetto, contrabbasso, a loro volta già artefici di propri lavori interessanti. L’unione fa la forza, si dice, e in effetti il disco è notevole, fra momenti corali e voli singoli (anche in sovraincisione). Elettronica poca, sempre a gestione Mitelli, e bene così.

Tromba ed elettronica tour court in Private Pattering (Da Vinci), opera del duo formato da Marco Mariani (l’una) e Gianluca Codeghini (l’altra). Il procedimento è magari un po’ schematico, tuttavia l’alternarsi di umori (più o meno caldi) e sordine da parte di Mariani (con e senza) genera un percorso calibrato, con un costrutto e una logica di fondo palpabili. Il trio messo insieme in Rach Mode On (Auand) dal pianista (nonché a sua volta uomo di appetiti elettronici, in ciò doppiato da Daniele Principato, anche chitarrista) Claudio Vignali e comprendente il ben noto trombettista americano Rob Mazurek batte per più versi itinerari analoghi, ma più aleatori, irregolari, forse estemporanei, con episodiche apparizioni di voce e cello.

Giriamo decisamente pagina per parlare del trombettista siciliano Giovanni Falzone (foto qui sopra), che nel recente L’albero delle fate (Parco della Musica) dirige un canonico quartetto con piano, basso e batteria. Canonici anche i tracciati, nello specifico totalmente acustici, per un prodotto formalmente ineccepibile ma lontano, per originalità e intenzionalità creativa, dalle cose migliori di Falzone. Claudio Fasoli, per parte sua, riedita un album del 2014 a suo tempo allegato a Musica Jazz, The Brooklyn Option (Abeat), inciso negli States in (super)quintetto con musicisti americani, fra i quali, alla tromba, Ralph Alessi. Le coordinate sono quelle che conosciamo del sassofonista veneto-milanese, concentrate e fortemente strutturate, di tono qua e là vagamente salmodiante, sempre ammirevoli per rigore e sapienza architettonica.

Americano anche Sunstone (J-Mood), ultimo nato del pianista friulano Roberto Magris, in sestetto con un’icona del polistrumentismo come Ira Sullivan (e Shareef Clayton alla tromba). Anche qui i tracciati sono ampiamente noti: un solido post-bop senza particolari mire innovatrici quanto impeccabile sul piano formale, discorso che può abbracciare anche Tramas (Alfa Music) del pianista romano Francesco Venerucci, lui pure con prestigioso ospite a stelle e strisce, Dave Liebman, sax soprano e tenore, in organici a salire fino al sestetto, più quartetto d’archi. In realtà qui le varianti sono maggiori, sia perché Liebman non è proprio uomo da mainstream, sia perché le composizioni di Venerucci svariano su terreni parajazzistici (e poi ci sono gli archi), a partire da un gustosissimo tango, Gare de l’est, in cui svetta il bandoneon di Gianni Iorio. Ovunque centrale il ruolo della tromba (e flicorno), nelle abili mani dell’ispano-portoghese Ricardo Formoso.    

Un sestetto è anche quello guidato in Tension and Relief (UR) dal tenorsassofonista Fabio Della Cuna (tutti suoi i brani) col nome di Cuneman. Ne fanno parte fra gli altri Jorge Ro, tromba e flicorno, e l’ospite (salvo tre pezzi) Mauro Ottolini al susafono. Qui c’è un maggior gioco sugli insiemi e sulla scrittura, a lambire sonorità quasi orchestrali (quattro i fiati, tre ottoni e un’ancia), elemento che ritroviamo, su un piano più sperimentale, meno “educato”, in Smòs Octet (Aut) del chitarrista (e pure lui autore) Nicolò Francesco Faraglia, anche qui con quattro fiati (fra cui la tromba di Jacopo Fagioli) e quattro ritmi, svariando dal quasi silenzio e toni magri, pacati, a un’energia montante. Non tutto, magari, è perfettamente a fuoco ma l’idea merita attenzione.

Venendo a un ambito strettamente orchestrale, eccoci alla Lydian Sound Orchestra (in realtà un tentetto più ospiti, qua e là) diretta dal vicentino Riccardo Brazzale, formazione, tra l’altro, vincitrice dell’ultimo Top Jazz come gruppo italiano dell’anno. L’album in oggetto è Mare 1519 (Parco della Musica) e include brani dello stesso Brazzale, Ellington, Monk, Davis, Shorter e altri, sempre su quel crinale fra tradizione e contemporaneità che caratterizza da sempre l’operato dell’orchestra. Di tratto più squisitamente inglese, Centipede in primis, di cui del resto facevano parte un po’ tutti gli uomini della Soft Machine, anche di edizioni diverse, è per parte sua la milanese Artchipel Orchestra (foto sotto), di cui è fresco di stampa appunto Plays Soft Machine (Da Vinci), ovvero la musica del glorioso gruppo inglese in formato maxi (voci comprese), sette brani tratti tutti dal primo periodo (1969/71) a comporre un cd bellissimo, pieno ma mai ridondante, solo parzialmente jazzistico (come del resto gli omaggiati), con soluzioni non banali e bell’equilibrio fra soli e insiemi.

Orchestrale anche l’ultimo album di cui ci occupiamo, Norma (Tuk), con l’Orchestra Jazz del Mediterraneo arrangiata e diretta da Paolo Silvestri e la tromba e il flicorno di Paolo Fresu, aperti o sordinati, puri ed effettati, pressoché costantemente al centro delle operazioni in chiave solistica. Si tratta infatti di un adattamento dell’opera di Bellini che, pur non tradendo l’originale, lo fa diventare qualcosa di nuovo e diverso, dandogli una solida pelle jazzistica che non guasta affatto.

Foto di Alberto Bazzurro (Falzone, Fresu) e Roberto Priolo (Artchipel).

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