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Top Jazz e dintorni

Una fotografia del jazz italiano allo stato attuale, fra senatori e artisti che attendono ancora il pieno riconoscimento

Il numero di gennaio di Musica Jazz (nel frattempo è uscito anche quello di febbraio) ha reso noti come ogni anno i risultati del Top Jazz, il referendum tra critici e addetti ai lavori che ha luogo dal 1982. Un po’ degli artisti (e album) che si sono colà distinti (settore italiano, naturalmente) erano già sul taccuino del nostro Arcipelago, ma poi abbiamo deciso di dare al tutto una forma più netta e dettagliata.

In che senso? Nel senso che, per partire dalla testa, il trionfatore del Top Jazz 2018 (è ovviamente quello l’anno di riferimento) è Franco D’Andrea (foto in alto), per la dodicesima volta (sic!) musicista dell’anno, nonché primo fra i dischi con “Intervals I” (cui abbiamo dedicato a suo tempo una recensione ad hoc) e terzo fra i gruppi. Con l’ottetto, ovviamente, di cui è nel frattempo uscito Intervals II (Parco della Musica), seguito del disco vincitore: incisioni gemelle, però quello in concerto, questo alle prove. Bizzarro, si dirà, ma da subito D’Andrea assicurava che qui emergesse uno spaccato diverso, del gruppo e della musica da esso prodotta. Il senso che si coglie rimane in realtà quello più tipico della musica del pianista, rigorosa e concentrata, sempre, e forse qui ancor più che nel volume live. Che si regalava forse maggiori spazi di libertà.

Al secondo posto fra i dischi del 2018 si è piazzato, abbastanza a sorpresa, Pipe Dream (Cam Jazz) di un superquintetto forte di Filippo Vignato al trombone, Pasquale Mirra al vibrafono, Giorgio Pacorig al piano, Zeno De Rossi (già nell’ottetto di D’Andrea) alla batteria e l’americano Hank Roberts al violoncello (e alla voce): cd solido e articolato nel contempo, a tratti epico, solenne, altrove quasi liquido, atmosferico, con venature persino country (quando Roberts canta, pur sommessamente). Una certa atipicità tocca pure Eternal Love (Dodicilune) di Roberto Ottaviano, quarto classificato, a sua volta opera di un quintetto, pure stavolta coi fiocchi, col leader al sax soprano, Marco Colonna ai clarinetti, Alexander Hawkins alle tastiere, Giovanni Maier al contrabbasso e ancora De Rossi alla batteria. L’avvio lascia un po’ dubbiosi circa la direzione del cd, dopo di che si capisce che la stoffa c’è, anche stavolta. Un album pieno di sostanza, in cui in particolare la dicotomia (che è poi complementarietà) fra le due ance costituisce una delle carte vincenti. Ottime prove da parte di tutti, sia come sia.

Sempre da Dodicilune, ci arriva il nuovo album di Camilla Battaglia, quinta nella sezione nuovi talenti. Il disco s’intitola EMIT: Rotator Tenet, che al contrario si legge Time e il resto uguale (trattasi di palindromi) ed è opera di un quartetto cui in tre brani (su otto) si aggiunge la prestigiosa tromba di Ambrose Akinmusire (il cui “Origami Harvest”, per inciso, è disco dell’anno sul fronte internazionale ex-aequo con “Emanon” di Wayne Shorter). Ciò che il disco rifugge è certo la banalità, pregio non indifferente, anche se non sempre ciò comporta una perfetta messa a fuoco del prodotto. C’è tuttavia la voglia di rischiare, di dire una parola personale, e ciò, di solito, porta lontano.

Altri due album, extra-Top Jazz, ancora da casa Dodicilune. In entrambi figurano il trombone di Giancarlo Schiaffini (foto sopra) e il vibrafono di Sergio Armaroli, in un caso (Trigonos) in duetti incrociati e trio col redivivo Andrea Centazzo, percussioni ed elettronica, nell’altro (The Out Off Session) nel nome di Alvin Curran, presente a piano, shofar e computer, ma di cui soprattutto si rilegge (stavolta in dvd) il cosiddetto fakebook. Il gruppo, che si allarga fino a sestetto, è ripreso in concerto, al teatro milanese Out Off (da cui il titolo) a fine 2017 e si rivolge a un pubblico avvezzo ai fermenti dell’avanguardia, come d’altronde “Trigonos”, entrambi con momenti anche esaltanti alternati a fasi di ricarica delle batterie.

Visto che si era arrivati alla sezione nuovi talenti, riprendendo il discorso Top Jazz, segnaliamo per finire alcune realtà non ancora consolidate che meritano attenzione. Il nome da fare per primo è quello del clarinettista Giancarlo Nino Locatelli (foto sotto), che proprio di primo pelo non è, vantando una carriera ultratrentennale, ma che negli ultimi tempi ci ha regalato cose di particolare rilievo. Le due più fresche di giornata sono altrettanti cd fra loro complementari, entrambi editi da We Insist!, coraggiosa etichetta che sta dando voce a proposte di ammirevole temerarietà e rigore. Entrambi i lavori sono focalizzati attorno alla gigantesca figura di Steve Lacy, di cui in Situations Locatelli rilegge in solitudine dodici delle composizioni più note, restituendocene in toto la bellezza austera e la suggestione obliqua e allusiva, ripetendosi in Prayer, però in ottetto (il suo Pipeline, ad organico variabile), con altre sei (in comune solo Trickless), spesso più dilatate, più una dedica al grande sopranista. Live pieno di invidiabile coralità, “Prayer” non manca di far comunque risaltare le singole individualità, fra cui risaltano i nomi di Gabriele Mitelli, Sebi Tramontana e Cristiano Calcagnile

Altre tre recenti produzioni meritano per ragioni diverse una menzione. La prima è Endless Work (Slam) di un trio in cui svetta il violino di Rino Adamo, affiancato da ance e parecchia elettronica. Prevale un free non troppo truculento, ben strutturato, che va via via anche un po’ stemperandosi, pur senza perdere il gusto per il rischio. Out of a Suite (UR) si deve invece ad A.B. Normal, dalle iniziali del suo leader, il debuttante trombonista Andrea Baronchelli, che vi dirige un quartetto in cui spicca il basso di Danilo Gallo. Anche qui non poca elettronica, sul cui mare magnum il trombone del leader veleggia sicuro. Più canonico, per finire, l’orientamento dell’Eazy Quartet, che in Snow (Music Center) ci propone un jazz squisitamente acustico, con flauto e chitarra a dialogare con basso e batteria (più trombone in un brano). Va da sé che le cose più interessanti arrivino quando i quattro azzardano qualcosa in più, eludendo le secche di una musica sempre ottimamente costruita ma qua e là un po’ scolastica. Cresceranno.

Foto di Alberto Bazzurro (D’Andrea, Schiaffini) e Gianni Grossi (Locatelli).

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