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Tributi e tormenti

Sei omaggi monografici focalizzano l’attenzione su artisti tutti segnati da tribolazioni esistenziali che ne hanno accompagnato l’iter creativo.

Che gli attuali siano tempi di generosi rifacimenti a figure e repertori di un passato più o meno remoto è cosa nota. Accade in ogni ambito musicale e il jazz non fa eccezione. E’ così che oggi – come del resto già altre volte in passato – raggruppiamo una serie di recenti omaggi e ne diamo conto. Non mancano, fra loro, i punti di contatto. Due, in particolare: ognuno si rivolge a un unico referente (almeno nominalmente, come vedremo) e tali figure condividono una sorte tribolata, a volte tragica a volte solo accompagnata da travagli più specifici.

E’ il caso di Thelonious Monk, le cui tribolazioni furono essenzialmente di carattere artistico, nell’essere stato a lungo osteggiato, anche dileggiato, per la bizzarria (leggi originalità allo stato puro) delle sue composizioni (e del suo stesso pianismo, del resto) prima di diventare, da almeno una trentina d’anni, l’autore più visitato (anche saccheggiato) da jazzisti e non. L’orchestra protagonista di Ugly Beauty (Honolulu Records) si è battezzata addirittura Collettivo T. Monk, anche se poi in realtà l’album è coperto solo per metà da temi del grande Thelonious, piuttosto normalizzato, invero, sia pure su livelli di tutto rispetto. Un disco solido e ottimamente suonato.

Orchestrale, ma di tutt’altra temperie, è pure l’omaggio che in My Chet, My Song (Parco della Musica) Riccardo Del Fra, che ne fu il contrabbassista per tutta l’ultima fase della carriera (e vita), rivolge a Chet Baker, tormentato come pochi, lui per fin troppo note questioni di droga (celebre il suo arresto a Lucca, la detenzione, e una montagna di altri dolorosi accadimenti), forse per non essersi mai saputo affrancare da un’eterna adolescenza. Qui l’omaggio poggia su una selva di archi, con un’ammirevole costruzione complessiva (temi non tanto di Chet, che fu autore sporadico, ma che il trombettista amava e suonava di più, oltre a due griffati Del Fra) ma anche qualche sdolcinatura (su cui del resto lo stesso Chet scivolò), prima ancora da parte del sax alto di Pierrick Pédron che degli stessi archi. Encomiabile, invece, la trombettista Airelle Besson (foto qui sotto), che non scimmiotta mai l’omaggiato svolgendo il suo ruolo con misura e buon gusto.

 

Un tipico angelo maledetto, proprio come Chet, fu qualche anno dopo (con esiti ancor più devastanti) Jim Morrison, vocalista e leader dei Doors, ai quali un altro trombettista, Luca Aquino, dedica il suo ultimo lavoro, OverDOORS (Tuk Music). Vi convivono cascami rock riesumati dal trio che accompagna Aquino, con le sonorità stirate, slabbrate, estenuate della tromba di quest’ultimo, non senza qualche ospite (Petra Magoni e Carolina Bubbico, in particolare). Il tutto per un’oprea che non rende del tutto giustizia al talento del trombettista pugliese.

Sempre in terra di Puglia, la Dodicilune si è lanciata in un’operazione impegnativa quanto audace: affidare a ventiquattro cantanti italiane di area jazzistica la stesura (un brano a testa) di un omaggio a Billie Holiday (nella foto sotto il titolo) nel centenario della nascita. Donna e artista tragica se ce n’è una, nera ma dalla pelle talmente chiara da passare talora per bianca (con quali guasti intimi è facile immaginare), tossicodipendente fino all’autodistruzione, a soli quarantaquattro anni, nel 1959. Hunger and Love, album doppio, è il risultato di tale scommessa. Riuscita. Vi si distinguono in particolare (per originalità di approccio, soprattutto, in organici generalmente mignon) Cecilia Finotti, Lisa Manosperti, Lisa Maroni, Elisa Ridolfi, Marta Raviglia, Antonella Chionna, Paola Arnesano, Serena Fortebraccio, Camilla Battaglia, Letizia Magnani e Mara De Mutiis.

Un’altra voce-cardine del Novecento, pur su tutt’altra sponda, è senza dubbio Maria Callas (foto sotto), a sua volta depositaria di un’esistenza tormentata, con ansie di relazione con l’universo maschile e prestazioni vocali, in buona sostanza di solitudine e coesistenza col proprio mito. Alla cantante, greca ma nata a New York e morta a Parigi, nonché parecchio italiana, dal marito, G.B. Meneghini, al legame con la Scala, e poi con Pasolini, il tenorsassofonista brasiliano Ivo Perelman dedica un album anche qui doppio (ma breve: 79’), Callas (Leo), inciso in duo col pianista neroamericano Matthew Shipp. Sedici i pezzi, ciascuno intitolato a un’eroina del melodramma legata alla Callas (quindi Tosca, Mimi, Medea, Aida, Turandot, Norma, ecc.). Non è dato sapere quale legame reale esista fra queste libere improvvisazioni e l’universo operistico, tuttavia Perelman, artista monolitico come pochi, sembra qua e là piegare il proprio furore strumentale a qualcosa di diverso. Ed è già un indizio.

 

Figlio del 1923 come Maria Callas (a cui, fra parentesi, Verona dedica fino al 27 settembre una mostra di ritratti di Dario Fo) era Lelio Luttazzi, al quale, su tutt’altro tenore (lieve, brillante, divertito), le Voci di Corridoio dedicano Speciale per Lelio (Zanetti), ospite in due brani Jula De Palma (e del resto lo stesso Luttazzi, colto in voce in Dr. Jekyll Mr. Hyde e, mirabilmente, al piano nel Messaggio finale). Vi trovano posto una dozzina di brani di colui che – dagli show del sabato sera alla Hit Parade – fu uno dei protagonisti della RAI fra i tardi anni Cinquanta e i primi Settanta, fino all’arresto per detenzione e spaccio di stupefacenti, il carcere, il proscioglimento, e comunque una ferita destinata a non rimarginarsi. Il Luttazzi pubblico era uomo e musicista ricco di verve, ironia, savoir faire. Canzoni come Vecchia America, Mia vecchia Broadway, L’importanza del microfono, Rabarbaro Blues, Incredibile amor, Uno come me, Canto anche se sono stonato, tutte qui presenti, stanno lì a testimoniarlo. 

 

Foto di William Gottlieb (Holiday) e Alberto Bazzurro (Besson).

 

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