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Tributi incrociati

Il repertorio classico e quello brasiliano, Hendrix e Ornette, i Subsonica e un’astronauta russa persasi nel cosmo sono i destinatari di una serie di omaggi, evidentemente molto a larga gittata, di cui ci occupiamo oggi.

Il jazz – non dovrebbe essere più da tempo un segreto per nessuno – va rileggendo sempre più caparbiamente, sotto le sembianze del tributo, repertori specifici o più larghi, non di rado anche del tutto estranei al suo mondo. I sei album che incontriamo oggi ci forniscono una pronta e quanto mai articolata riprova di tale fenomeno, del resto ormai in atto da qualche decennio.

Partiamo con l’ultimo lavoro di Giorgio Gaslini (foto sopra), che in Piano solo - Incanti (Cam Jazz) incrocia il suo pianoforte – ripreso dal vivo nel maggio scorso a Messina – con un repertorio certamente a lui aduso, ma che tuttavia trova oggi una forma definita e in quanto tale assolutamente autoaffermativa. Gaslini, infatti, è uomo di profondi studi (e appetiti) classici, che poi soprattutto nel jazz ha potuto esprimere un universo creativo quanto mai composito, vorace e – spesso – radicale. Quindi, nel momento in cui decide di rileggere Fauré, Barbara Strozzi, Monteverdi, Haendel, Tchaikovsky, Elgar e Bartok (più un pezzo di Cole Porter), rende omaggio ai succitati ma anche a se stesso, al suo vissuto di artista sempre felicemente irrequieto. E lo fa da par suo, con una tecnica scintillante e una vis interpretativa puntuale quanto rigogliosa.

Tanti autori diversi (Jobim, Nascimento, Villa Lobos, Chico Buarque, ecc.) trovano posto anche in Vera Cruz (Dodicilune), inciso dal pugliese Vertere String Quartet col chitarrista brasiliano Robertinho De Paula ospite. Tutto carioca è in effetti, come si sarà inteso, il materiale affrontato, senza neppure aver troppo a che fare col jazz, ma semmai col camerismo colto, elegante e un po’ barocco, ora più distillato e ora più vitale, rotondo e gioioso, per un piacere uditivo che riesce per lo più a eludere la trappola della scolasticità e della maniera.

Decisamente creativo, e per più versi sorprendente, è un altro Dodicilune pugliese, protagonista la cantante Lisa Manosperti, affiancata per l’occasione da un’autentica all stars che mette in fila i sassofoni di Roberto Ottaviano (altro pugliese), la chitarra di Domenico Caliri, il contrabbasso di Giovanni Maier e la batteria di Zeno De Rossi. Il cd, Where the West Begins, è interamente dedicato alla musica di Ornette Coleman (foto sotto), con cui, dai tempi del Spy Vs. Spy di John Zorn e Tim Berne (1989) fino al recente Around Ornette di Giovanni Falzone (la recensione nel link), trionfatore all’ultimo Top Jazz, in diversi si sono misurati. La Manosperti lo fa “in voce”, valorizzando particolarmente quella che è la linfa primigenia della scrittura di Ornette, compositore non strutturale (come un Gil Evans o una Carla Bley, per esempio) quanto essenzialmente melodico, tematico, come brani pur dissimili quali Lonely Woman, Latin Genetics e Feet Music, tutti qui presenti, mostrano con eloquenza.

A un’altra icona della musica nera, Jimi Hendrix, a sua volta oggetto tutt’altro che raro di tributi di stampo jazzistico (dal citato Gil Evans in poi), è dedicato Seven Steps to Hendrix (CDPM) del pianista bergamasco Claudio Angeleri (per l’occasione anche alla tastiera elettrica), che vi dirige – dal vivo lo scorso agosto – un quintetto con due sax e, alternativamente, basso acustico ed elettrico. Qui l’occhio è squisitamente jazzistico (con una spruzzata funky che non guasta mai), col sax alto di Gabriele Comeglio solista principe. Temi arcinoti (Up from the Skies, Foxy Lady, Little Wing, Purple Haze, Angel, ecc.) si abbeverano alle fonti di un jazz che riporta qua e là alla mente la European Rhythm Machine di Phil Woods, ma anche certe atmosfere più estroverse dei Soft Machine con Elton Dean, nonché (per esempio in Voodoo Chile) certi trattamenti zappiani. Un lavoro onestissimo, a cui non avrebbe nuociuto la capacità di prendersi qualche rischio in più.

Rischi che si prende di certo il Barber Mouse trio (Fabrizio Rat, piano, Stefano Risso, contrabbasso, Mattia Barbieri, batteria), che in Plays Subsonica (Auand) si affaccia sul repertorio del gruppo torinese ospitandone anche in diversi momenti il cantante Samuel Romano. Già avvicinare un universo del genere da una prospettiva jazzistico-sperimentale costituisce un unicum assoluto, ma in più i tre interagiscono col materiale selezionato (dodici pezzi) offrendoci il meglio proprio nelle elucubrazioni strumentali, tra soluzioni più canoniche e scelte più ardite, qua e là felicemente rumoristiche.

Per singolarità, non è certo da meno To Infinity and Beyond (El Gallo Rojo) di Ja Vigiu Plamja, un altro trio (Silvia Donati, voce, Federico Squassabia, tastiere, Massimiliano Sorrentini, batteria), anche qui con un ospite, il sax tenore di Francesco Bigoni. In russo, “ja vigiu plamja” significa “vedo una fiamma”, ciò che accadde nel 1965 ai fratelli Judica Cordiglia e da ricondurre alla vicenda di una cosmonauta sovietica da allora sparita nel nulla. In un clima concentrato e marcatamente sperimentale, s’impastano jazz urbano, cascami post-rock e psichedelia, con la voce (cantata ma anche detta) a far da collante. Non tutto è memorabile, nel disco, ma il fatto che non venga mai meno una palpabile sete di ricerca è elemento già di per sé sufficiente a guadagnare al lavoro un sicuro plauso.

Foto di Alberto Bazzurro

 

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