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Tromba, voce…e tanti saluti

Dal duo all’orchestra, con ramificazioni varie, una carrellata lungo dodici album recenti su cui meditare fino alla ripresa post-vacanziera.

Dopo un bel 13 (la volta scorsa), eccoci all’odierno e appena più umano 12, tanti quanti sono i cd che passiamo in rapida rassegna in questa nostra puntata agostana, seguendo come da consolidate abitudini il tracciato suggeritoci da quanto selezionato fra le uscite dell’ultimo bimestre o giù di lì, con un paio di fil rouge, la tromba e l’uso della voce, che peraltro si manifesteranno strada facendo.

Partiamo infatti dal primo di tre album in duo, il live Lucca & Bologna Concerts (Amirani), protagonisti il pianoforte del bolognese Nicola Guazzaloca e la viola di Szilard Mezei, serbo-ungherese. I terreni sono quelli dell’improvvisazione totale, però con un invidiabile senso della forma. Mezei in particolare è un assoluto purosangue, anche se dalle nostre parti se ne sono accorti in pochi. Guazzaloca sta al gioco abilmente, per un cd notevole specie nella tranche lucchese, fitta, densa, laddove a Bologna si attraversano territori qua e là più compassati.

Secondo duo e prima tromba, quella di Giorgio Li Calzi (in realtà almeno altrettanto impegnato sui suoi usuali marchingegni elettronici), che in Solaris (Machiavelli), ispirato all’omonimo film di Tarkovskij, dialoga con un altro arco, più grave, il violoncello di Manuel Zigante (foto sopra), nel segno di un’ambient di classe venata di jazz e contemporaneità colta, non senza aperture di soffice lirismo, laddove il terzo e ultimo duo, Aqustico Vol. 2 (autoprodotto), vede un altro trombettista, Luca Aquino, a tu per tu con la fisarmonica di Carmine Ioanna, entrambi campani ed entrambi alle prese con effettistica varia (Aquino anche col flicorno soprano). Il disco ha maggior corpo, anche se il modo inconfondibile di soffiare che ha Aquino lo alona di sinuosità e respiro particolari.

Gabriele Mitelli, anch’egli trombettista, guida invece in Crash (Parco della Musica) un quartetto denominato ONG, con doppia chitarra (Terragnoli e Baldacci) e percussione (Calcagnile). Il disco si sviluppa su tre soli lunghi brani (tutti oltre il quarto d’ora), in un bel clima corale, compatto, vivo, per quanto fisiologicamente sdipanato lungo tracciati fra loro anche fortemente dialettici in cui elettricità, elettronica e diavolerie varie giocano un ruolo tutt’altro che marginale.

Ancora una tromba (Paolo Malacarne), immersa in un giovane quintetto in qualche misura analogo (in entrambi i lavori chitarre elettriche ed effetti vari sì, contrabbasso no), ma con altri due fiati a dargli manforte, alimenta Clock’s Pointer Dance (UR), dichiaratamente al crocevia fra jazz e rock. Esiti senz’altro degni di nota, con qualche buona idea e una certa originalità globale.

Con Live at Acuto Jazz (Slam) di Lucia Ianniello (foto in homepage) sfuma di fatto la sezione trombettistica del nostro percorso e si apre nel contempo quella vocale, visto che il quintetto della trombettista campana (tre donne e due maschietti) include la voce di Diana Torti (con la I, da non confondere con Diana Torto), più sax, tastiere e basso elettrico (salta la batteria, qui). Ciò che più colpisce è l’intenzionalità di tratto, compositiva e strutturale, i ruoli precisi affidati a ciascuna voce, con la Torti sulla linea degli strumenti.

Trombe e fiati a gogo, nonché un quartetto vocale tutto al femminile che ricorda i gloriosi Centipede, irrorano il mare magnum offertoci da Ferdinando Faraò nel nuovo, scintillante capitolo della sua Artchipel Orchestra (foto qui sopra), To Lindsay (Music Center), in memoria della fagottista e compositrice Lindsay Cooper, scomparsa anzitempo nel 2013 dopo una carriera esemplare iniziata giovanissima in quell’irripetibile crogiuolo di idee e creatività sparse che era la scena inglese nei primi anni Settanta, fra jazz e rock sperimentali (con Henry Cow, per esempio). Il cd riunisce sei sue composizioni più una di Faraò a lei dedicata. Ed è vivacissimo, animato da invenzioni continue: in una parola bellissimo.

Ragguardevole anche Ancestral Ritual (autoprodotto), nuovo cd (live all’ultimo Open Festival di Ivrea) di un altro organico di bella mole, Odwalla, sole percussioni, nello specifico con ospiti le voci di Gaia Mattiuzzi, ormai di casa, e Baba Sissoko, anche al tamà (foto sotto), eleganza e tribalità. Al proposito, Massimo Barbiero, leader del gruppo, ci ha detto: ”credo sia un cd diverso dal solito; certo le composizioni sono le stesse, ma gli ospiti le portano in altre direzioni: pur rispettandone cifra stilistica e scrittura, ne dilatano i confini aggiungendo linee melodiche e ritmiche che s’incastrano sull’esistente”. I brani, in effetti, sono notissimi agli habitués odwalliani, eppure la magia si ripete una volta di più. Come un rito a cui ci si predispone con immutato piacere.

Ritualità e ancestralità collegano questo disco a un altro live, Exwide live (Caligola) di un ensemble quasi altrettanto longevo e corposo, Dinamitri Jazz Folklore, che accanto al sax di Dimitri Grechi Espinoza annovera altre sette presenze, fra cui la vocalità declamatoria di Piero Gesué. Il disco non lesina energia, funkyness e africanità, come d’uso presso il sassofonista russo-toscano, nel segno di una spiccata coralità e una palpabile discendenza dall’universo-Sun Ra (anche in una certa verbosità, specie nel conclusivo Ansari).

Chiudiamo, per forza di cose alla svelta, con tre cd in quartetto. Il primo è Check Your Soul (Improvvisatore Involontario) del Double Decker Quartet del bassista cagliaritano Massimo Spano, con clarinetto basso (Achille Succi), piano e batteria. Quartetto canonico, quindi, però con un occhio non banale, molto attento alle strutture, alla costruzione, come anche quello protagonista di Suite pour le piano (Losen) del napoletano Dino Massa, ovviamente pianista, sempre con un’ancia (Nicola Pisani, sax soprano e baritono), basso e batteria e un’estetica di gruppo ben definita, riconoscibile. Hypocenter (Setola di Maiale) di Massimo De Mattia, infine, di canonico non ha neppure l’organico (flauto, vibrafono, basso e batteria, più annessi e connessi) e batte la bandiera dell’improvvisazione senza rete. Ora pieno e ora astratto, a tratti nervoso, regala momenti di alta scuola improvvisativa, sempre con un marcato senso della forma. E ora ci si rilegge con la ripresa autunnale.

Foto di Antonio Baiano (Li Calzi-Zigante), Roberto Priolo (Artchipel) e Carlo Mogavero (Mattiuzzi-Sissoko).

 

 

 

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