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Un momento esiziale – Marlene Kuntz: Il vile

 

Chi sia stato Il vile in quel nefasto – politicamente parlando – anno 1996 ancora non lo sappiamo bene. Certo ci sono i nomi, alcuni almeno, che però non bastano. Ma non è un caso che proprio allora i Marlene Kuntz pubblicarono un disco, il secondo della loro carriera, con quel titolo. Non è un caso perché nulla, quando si parla di inconscio collettivo di un popolo, è accidentale: si fiuta l’aria, si ascoltano i passi dei lupi nella notte, e si aspetta – perché d’altra parte non si può fare altro – che i fatti si compiano. Così, in modo del tutto inevitabile, il secondo lavoro della band di Cuneo diventa un disco looser, anzi per looser: la colonna sonora della (prima) caduta di un vero perdente, di uno che ci ha rimesso la faccia e che l’hanno fatto perdere, seppur con dignità, non una ma due volte, e sempre per colpa del vile. Quel vile che nelle due volte ha avuto due nomi diversi, o forse anche più di due, e la stessa anima disgraziata, odorante morte politica, culturale e soprattutto civile, di chi poi ha vinto. Nel bel mezzo della biografia di un popolo, racconta tutto Marco Boscolo.


Questa è una storia di psicanalisi collettiva. Questa è una storia sotterranea perché le frasi e i proclami, allora, spesso, avevano significati ulteriori, nascosti anche a coloro che ne pronunciavano le parole. Questa è una storia di inconscio collettivo che viene alla luce, non come riaffiorare del rimosso, ma come anticipazione del futuro: un preludio alla morte. E non ce ne rendevamo conto, perché eravamo impegnati a farci domande diverse, spesso sbagliate, a proposito della nostre vite. Nel maggio del 1996 (o 1.9.9.6., come scriverebbe Manuel Agnelli) un dignitoso e cattolico docente universitario bolognese divenne Premier, capitanando una coalizione che si faceva chiamare L'Ulivo. E io mi domandavo perché, dato che non era un nome adatto, ché nell'iconografia cattolica l'ulivo era sì un simbolo di pace, ma Gesù proprio nell'orto degli ulivi venne preso dalle guardie romane dopo il tradimento del Giuda. Mi facevo la domanda sbagliata. Quella giusta era: quando? Lo avrei capito 861 giorni dopo, mentre mi trasferivo proprio a Bologna, la città di Romano Prodi, che in quei giorni smetteva di essere Presidente del Consiglio dei Ministri. Quello era il quando. Per il chi, siamo ancora qui a farci domande. Ovviamente tutte sbagliate. Sul perché, non ci sono molti dubbi: era l'inizio della morte civile della sinistra. Come direbbe Cristiano Godano, fu un momento esiziale. Di morte, appunto.

La colonna sonora della primavera del 1996 fu il secondo disco dei Marlene Kuntz, band che sembrava troppo adulta per quel momento, snobisticamente fuori sincrono con il mio mondo e con tutti i mondi di quelli che, come me, continuavano a farsi le domande sbagliate. Già il titolo dell'album era, invece, un'inconscia attività divinatoria: Il vile. Ora tutti noi possiamo continuare a chiederci chi fosse il vile. Sarebbe ancora una volta una domanda sbagliata. Anche in questo caso dobbiamo operare uno scarto psicologico, catartico, e chiederci “quando?”. Il presente ci mostra la perfetta risposta a quella domanda, ma allora non lo sapevamo, perché rimuovevamo preventivamente. Il problema di avere a che fare con il proprio subconscio (collettivo) è che si tratta di un'operazione dannatamente difficile. Con i Marlene Kuntz bisognava prender in mano il dizionario, cercare il significato o i significati delle parole, avere pazienza e togliere strato su strato alla complessità del suono. Lussi che non ci si può permettere mentre si assiste all'ultimo splendido tramonto prima della notte della ragione: «posso fare fuori parti di voi / con facilità / la mostruosità di ciò ravviva la parte cattiva / che non ho avuto mai» (Ape Regina). Non è forse un divinazione sul vuoto pneumatico del presente? Una presa di coscienza della biopolitica di cui già parlava Foucault? E la stessa Ape regina, apice assoluto di un percorso che aveva un respiro profondo e internazionale, contiene però già la profezia: «e in queste stanze si urla / e un tonfo scuce la pelle / glaciale un brivido sale dal basso / scompaio / non ci son più, non ci sei più, non ci son più, non ci sei più». Non ci saremo più stati, come non siamo oggi: il fragore del silenzio delle idee, la negazione della possibilità del dialogo e, quindi, della stessa esistenza della ragione. Allora non lo sapevamo e ci ponevamo le domande sbagliate. Col senno del poi avremmo dovuto capire che tutto si sarebbe fatto caos primordiale, atavica lotta per il possesso delle risorse, bestialità tramutata in vita pubblica. Non era bastata una Tangentopoli, figuriamoci un governo di centro-sinistra.

Per fortuna esistono piaceri carnali che leniscono ferite spirituali. Anche se sanno sempre un po' di sporco. Come se in bocca rimanesse sempre un po' di fango. Quello che avremmo fatto sarebbe stato rifugiarci nelle ceneri del passato (amore?): «Come stavamo ieri... / sarà così domani? / Dimmi di sì» (Come stavamo ieri). C'è l'urgenza e l'illusione del sollievo: «Bastano i prodigi che tu sei / contano i sapori che mi dai / io ti giro intorno e ingoio i fremiti / io ti giro intorno senza limiti” (Ti giro intorno). Ancora una volta la domanda sbagliata era “come?”, quella corretta: quando? Quando avremmo sbattuto nuovamente la faccia, quando avremmo di nuovo assaporato il nostro stesso sangue? Prima di quanto potessimo ragionevolmente aspettarci, e non bastava volere «te dentro me per farcela» (ancora Ti giro intorno). Eppure, ad aver avuto gli orecchi per intendere, tutto questo era già inciso in queste undici tracce. Forse non sempre nei testi, ma nel modo di presentarli sotto forma di canzone. La ricerca dei Marlene Kuntz partiva esplicitamente (Sonica, dall'esordio “Catartica”) da un mondo musicale altro: chitarre complesse, sporcate, distorte, sovrapposte, come Thurston Moore e i suoi Sonic Youth: rock. Era l'irrompere ineluttabile, per usare un'altra parole che ho dovuto controllare sullo Zingarelli, di un universo musicale altro, che dava luce diversa alla stesse parole. Come succede al verso «congeda l'anima» in L'esangue Deborah, che l'atmosfera sonora fa assomigliare molto a «congela l'anima», altra divinazione inconscia. D'altronde L'agguato è il ricordo di un incidente stradale, raccontato su un tappeto musicale morbido e quasi suadente, da gita fuori porta, non fosse per la sua coda violenta: la capacità di auto-ingannarci, di rimuovere. Questa era una storia di psicanalisi collettiva, dalla quale non siamo mai usciti per paura di affrontare la realtà. Siamo dissociati per sconfitta antropologica.





Marlene Kuntz
Il vile
1996
Consorzio Produttori Indipendenti


01. 3 di 3
02. Retrattile
03. L'agguato
04. Cenere
05. Come stavamo ieri
06. Overflash
07. Ape Regina
08. L'esangue Deborah
09. Ti giro intorno
10. E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare
11. Il Vile

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