Di
Emanuela e Stefania Schintu
Torna
al Festival di Sanremo per la quarta volta con il brano “Non è una canzone”, dopo
la vittoria fra i giovani con “Pensa” (2007), dopo il terzo posto con “Eppure
mi hai cambiato la vita” (2008), ma nel suo passato anche una prima apparizione
in sordina nel 2000.
“Non
è una canzone” anticipa l’album “Ancora Barabba” ed è «una protesta costruttiva con uno sguardo al futuro intriso di
ottimismo; è un inno alla libertà, la volontà di riprendere il controllo della
nostra vita, sempre più vincolata e corrotta dagli stereotipi imposti dalla
società».

Com’è l’emozione di salire su questo storico
palco?
Nel
2007 con “Pensa” ero ignaro di tutto. Nel 2008 ero impaurito perché tutti gli
addetti ai lavori mi aspettavano con il dito puntato e mi sono fatto prendere
un po’ dall’angoscia. Quest’anno è stato completamente diverso dagli anni
scorsi e sicuramente un’esperienza molto più positiva. Ho avuto la possibilità
di interpretare il pezzo con la mia band e con i miei musicisti.
Sei approdato al Festival di Sanremo
giovanissimo nel 2000…
Mamma
mia cosa mi hai ricordato…
Cosa è cambiato dal 2000 al 2010
Beh,
più che una crescita musicale è stata una crescita umana. Sono un cantautore ed
è fondamentale acquisire esperienze. Sono cambiate tantissime cose, soprattutto
in questo ultimo anno. È nato mio figlio ed è cambiato molto altro. È uno dei
periodi più sereni della mia vita e questo traspare nelle mie canzoni.
All’inizio
di carriera sei costretto a portare una canzone che non ti rappresenta in
pieno. Sei appena arrivato, non hai né credibilità, né forza contrattuale, né
la personalità per importi. I pezzi su cui inizi a lavorare sono del produttore
artistico o della tua casa discografica. Ti viene detto «questo pezzo è più
forte di quest’altro, noi vogliamo lavorare su questo» e non avendo altre carte da giocare lavori su
quelle scelte. Non è che uno poi non riesca a metterci del suo, ma di certo
rimani più condizionato. E poi sei costretto a subirti il 3 della Venegoni…, il
giudizio di Castaldo... Ma va bene così. Quest’anno è stata una scelta voluta
da me. Ho portato il brano “Non è una canzone”, alla mia etichetta e ho detto:
«o questa o niente».
Esibirsi sul palco di Sanremo da poi la
possibilità di salire su altri palchi, di fare tanti concerti. Che sensazione
provi quando sali su un palcoscenico per cantare?
Quando
si è su di un palco hai la possibilità di farti apprezzare o disprezzare nella
tua “totalità”, non sono solo i tre minuti sanremesi o i tre minuti del
passaggio del singolo in radio. Il contatto con il pubblico è la cosa più
importante. Cantando nelle piazze, ho la possibilità di incontrare il fan ma
anche chi ti conosce e che forse non ti apprezza. E quando vedi le facce,
all’inizio di un concerto, che pian piano si trasformano, riuscendo a strappare
un sorriso anche alle persone che sembravano più ostiche, è una grande
soddisfazione. È più bello coinvolgere una platea intera che vincere il
festival di Sanremo.
Tu pensi che la libertà esista davvero?
O meglio, da che cosa ti vuoi liberare?
Ognuno
ha la sua filosofia di libertà. Per me la libertà può essere espressa in tanti
modi. Oggi osservando tanti miei coetanei, libertà vuol dire per esempio
riuscire a fare il lavoro che ami. Questo ti rende un uomo libero.
Questa
canzone è stata ispirata dalla mia esigenza di riprendere in mano la mia vita,
che in passato – e a volte ancora oggi - purtroppo, è stata vincolata da
stereotipi che il sistema impone.
Abbiamo visto che quest’anno durante la
tua esibizione ti sei scatenato. Prima o poi tornerà un pezzo introspettivo e
forse un po’ scomodo, così com’è stato “Pensa”?
Non
posso dirtelo oggi. Quello è stato un pezzo uscito con un po’ di fortuna ed
ispirato dal film sulla vita di Borsellino. Spero ci saranno altre emozioni che
daranno vita a quel tipo di pensiero e a quel tipo di espressione. Devo
ammettere che la mia carriera ha avuto una partenza scomoda, anche perché poi
bissare quel successo non sarà assolutamente facile.
Hai mai pensato di riscrivere un’altra
canzone come “Pensa”, dedicandola a questa Italia che non cambia?
Ci
provo continuamente anche se non so fino a che punto la musica possa cambiare
le cose. Cerco di mettere al servizio delle nuove generazioni la mia
esperienza. Cerco di fotografare la
realtà che mi circonda – e che non mi piace – con la mia chitarra. La musica è la
mia maggiore valvola di sfogo.
Cosa rispondi a quelli che hanno
criticato il tuo “la la la” della canzone?
Devo
ammettere che la rassegna stampa non la leggo mai, perché purtroppo sono una
persona che si fa condizionare dagli eventi. Andrò a leggere tutto lunedì
prossimo. Non riguardo neanche i passaggi televisivi. Le persone che hanno
criticato il “la la la”, hanno criticato anche “Pensa” e le altre mie canzoni.
Fa parte del loro lavoro, io le rispetto, poi il parere della gente, che per me
è più importante, spero sia diverso!
La tua canzone è sostenuta da un ritmo
reggae con un testo molto corposo. Cosa ha prevalso nella stesura finale, il
testo o la musica?
Il
la la la credo!!! A parte gli scherzi ho cercato di sottolineare dei concetti
piuttosto pesanti con una musica “frivola” (più leggera).
Ci parli del tuo nuovo album?
Per
quanto riguarda i testi il filo conduttore, il messaggio principale, dell’album
è l’amore che riesce a strapparti dal disagio sociale. Principalmente è
registrato in presa diretta. Ho avuto modo di sperimentare parecchio. Ho usato
delle chitarre grunge su delle basi pop. Ed ho usato anche molto elettronica.